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Chi vince e chi perde con la manovra Conte-Berlusconi

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Sfide e incognite per il centrodestra dopo la mossa orchestrata da Berlusconi pro governo Conte con il voto sullo scostamento di bilancio. L’analisi di Federico Punzi, direttore di Atlantico Quotidiano

Due giorni fa i partiti di opposizione – Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia – hanno votato insieme alla maggioranza l’autorizzazione al nuovo scostamento di bilancio richiesta dal Governo Conte al Parlamento. In mattinata, Berlusconi aveva annunciato ai propri gruppi parlamentari la decisione di votare sì (“il governo ha accolto le nostre richieste”), a prescindere da ciò che avrebbero fatto gli alleati.

La sintesi perfetta è di Dario Franceschini (Pd): “Una scelta di responsabilità di Berlusconi che ha politicamente costretto le altre forze di centrodestra a cambiare linea e ad adeguarsi. Chapeau”.

Soddisfatti Zingaretti e Conte, anche se per il premier l’apertura di una nuova fase politica rischia sempre di rivoltarglisi contro, mutando quelle particolarissime congiunzioni astrali che lo hanno aiutato a restare a Palazzo Chigi. Ma conta sulla propria abilità di farsi concavo e convesso all’occorrenza.

Masticano giustamente amaro Salvini e Meloni: il primo, respinta dagli alleati la provocazione della “federazione”, cerca di autoconsolarsi con la disponibilità, che offre praticamente a se stesso, “ad aprire due tavoli, uno sulla scuola, uno sulle tasse”. Vedremo…

“Miseramente fallito il tentativo di spaccare il centrodestra”, esulta la leader di Fratelli d’Italia. Fallito un corno. Primo, a che prezzo? Quello di votare compatti con la maggioranza dopo mesi di emergenza gestita a colpi di Dpcm, dopo essere stati marginalizzati e demonizzati (“con la destra al governo avremmo avuto le fosse comuni nelle spiagge”, Zingaretti, 28 agosto 2020). Quindi, è un po’ come dire: “Miseramente fallito il tentativo di rapirci. Ci siamo consegnati noi”. Secondo, non è nemmeno vero che sia fallito. Salvate le apparenze, il centrodestra è più diviso oggi che ieri, perché come osservato da Franceschini, Lega e FdI sono state “costrette” a seguire Berlusconi, che ha deciso unilateralmente di votare lo scostamento, quindi la diffidenza reciproca e le contraddizioni interne sono destinate ad acuirsi.

Il succo è che Mattarella ha avuto la sua “unità nazionale”, ovviamente nella sua versione, cioè non un governo di unità nazionale, ma unità della sinistra al governo e disunità del centrodestra all’opposizione, il timone sempre saldamente nelle mani del Pd, con 5 Stelle e ora anche le opposizioni che ci mettono la faccia. Da ieri il Governo Conte somiglia un po’ di più al Governo Monti.

È evidente che il voto di due giorni fa apre una nuova fase politica. Con l’arrivo dei vaccini (attenzione: ci vorrà una grande campagna di vaccinazione a partire dai soggetti più a rischio, comunque milioni di persone, e il governo sarà capace di fare pasticci anche su questo) si intravede anche la fine dell’emergenza sanitaria in senso stretto, che politicamente ha fatto da collante della maggioranza. Nonostante tutti i disastri nella gestione dell’emergenza, era impensabile cambiare guidatore in corsa. Ma ora che si intravede la luce in fondo al tunnel, invece di aspettare e vedere se la drammatica crisi economica, che continuerà a mordere per mesi e forse anni, il venire al pettine delle bugie sui 200 miliardi dall’Ue e le contraddizioni interne faranno collassare il Governo Conte, ecco che arriva in soccorso il centrodestra.

Nel merito, vedremo se la maggioranza manterrà fede, e in che misura, agli impegni presi. Temiamo il classico parto del topolino, le briciole, ma resta in ogni caso una scelta che politicamente – e, sì, moralmente – ha poco senso: non si offre una stampella al governo che si è preso “pieni poteri” violando la Costituzione e che ha letteralmente massacrato la base elettorale del centrodestra. Perché, dunque? Perché pensano, questo lo scenario a cui si erano preparati, che la sconfitta di Trump chiuda la stagione di quello che chiamano sovranismo (anche se la sconfitta è ancora da certificare e molti elementi suggeriscono di aspettare a dare per morto il “trumpismo”), e che sia il momento di provare a rientrare in partite politiche quali la gestione del fantomatico Recovery Fund (semmai vedrà la luce), la nuova legge elettorale e, soprattutto, l’elezione del presidente della Repubblica.

Ovviamente, lezioni dal recente passato nemmeno a parlarne. In particolare sulla scelta del nome per il Colle più alto, quando il centrodestra si è illuso di essere in gioco, si è sempre scottato, scoprendo a fine partita di non essere nemmeno sceso in campo. Nemmeno aver consentito la nascita del Governo Letta nel 2013, e poi il Nazareno con Renzi, sono serviti a Berlusconi ad avere voce in capitolo e ha dovuto ingoiare la scelta di Mattarella, antiberlusconiano viscerale come tutta la sinistra ex Dc. Anche stavolta, si illuderanno di dire la loro e si ritroveranno il peggio.

A questo punto, però, un discorso sul cosiddetto “centrodestra” tocca farlo. Governa in 15 regioni su 20, quindi la coalizione è premiata da molti milioni di italiani. A livello nazionale, i sondaggi le attribuiscono consensi variabili tra il 45 e il 50 per cento, quindi più che favorita per aggiudicarsi le prossime elezioni politiche. Eppure… Eppure parliamo di una coalizione praticamente fantasma.

I problemi sono molteplici, di natura molto materiale, diciamo “la roba”, e culturale. Forza Italia appare ormai un partito che non ha alcuna ambizione politica, serve al suo leader come rendita di posizione per contrattare con il governo di turno una legislazione di favore e dei paracadute per le sue aziende. È davvero singolare come Berlusconi, da premier, venisse crocifisso dai suoi avversari per il conflitto di interessi, quando nella vastità dell’azione di governo ci scappava qualche norma ad aziendam o ad personam, di solito per difendersi dalla persecuzione giudiziaria, mentre oggi che è praticamente l’unico ruolo del suo partito – contrattare vantaggi per le sue aziende – ebbene il tema sia completamente scomparso dai radar. Ti credo, la sinistra ora ci va a nozze, perché in questo modo può tenere Berlusconi, e tutta l’opposizione al seguito, al guinzaglio. Occorre dirselo: il primo conflitto di interessi serviva agli interessi politici del centrodestra, del suo elettorato, e spesso del Paese; questo secondo, è una dannazione per tutti e tre.

Forza Italia, a cui i sondaggi attribuiscono un 6 per cento dei consensi (ma noi crediamo che la percentuale sia inferiore), riesce quindi a condizionare i due partiti maggiori della coalizione su scelte strategiche, sostanzialmente per due motivi: primo, occorre salvare la finzione di un centrodestra per tenere in piedi le giunte regionali (e questo politicamente ha senso); poi, c’è la salvaguardia delle apparizioni, e dei temi più redditizi in termini di consenso, sulle reti Mediaset. Si tratta di uno scambio, però chiaramente in questo modo Berlusconi conserva un potere contrattuale nella coalizione che va ben oltre la forza specifica elettorale del suo partitino.

E veniamo alla seconda categoria di problemi: la sudditanza culturale dei partiti di centrodestra.

Ricorderete “Inception”, lo straordinario film di Christopher Nolan in cui i protagonisti devono innestare nella mente della vittima, addormentata, un’idea ben precisa, facendole credere che sia sua.

È quello che è accaduto alla Lega negli ultimi mesi con l’idea della necessità di una “svolta moderata”. Surreale come il film di Nolan.

Ci chiediamo come sia stato possibile che un partito maggioritario e in salute come la Lega, uscito dalle Europee del 2019 con un record del 34 per cento, per mesi comunque vicino al 30 secondo i sondaggi, che con i suoi candidati ha conteso alla sinistra roccaforti storiche come l’Emilia Romagna e la Toscana, possa farsi impantanare in un dibattito interno riguardo la cosiddetta “svolta moderata”.

Il problema dei partiti di centrodestra con il “moderatismo” è atavico ed esiziale, ma si tratta di un complesso. In sostanza, quello che succede puntualmente è che si fanno dettare dai propri avversari, dalla sinistra politica, mediatica e culturale, ciò che è “moderato”, se ne convincono, imboccano quella strada. Ed è chiaramente la strada sbagliata. Quando un centrodestra vincente appare nel panorama politico, viene puntualmente bollato come impresentabile, estremista, pericoloso, incompatibile con le istituzioni democratiche e le coordinate di fondo del nostro Paese. Che succede? Che di fronte alle difficoltà nel “Palazzo” e nei circoli che contano, settori sempre più ampi di quel centrodestra se ne convincono. Il tema della “svolta moderata” viene introdotto da editoriali, dichiarazioni, talk show, persino da sondaggi, ed entra nel dibattito interno dei partiti. Come in “Inception”, appunto, solo che in questo caso le vittime non sono addormentate (in teoria).

Se in quel momento il centrodestra è al governo, come durante gli anni di Berlusconi, comincia a perdere la sua spinta propulsiva e a deludere le aspettative dei propri elettori, a scansare le sfide, preferendo durare a colpi di compromessi sempre più al ribasso. Addio “rivoluzione liberale”. Se è all’opposizione, com’è oggi, abbandona la strada che l’ha portato a percentuali record nella speranza (che chiaramente verrà delusa) che l’establishment europeo e quello casalingo facciano cadere quella sorta di conventio ad excludendum nei suoi confronti.

Nella Lega è Giancarlo Giorgetti che sembra recitare con Salvini la parte di Gianni Letta con Berlusconi. Se la Lega vuole avere speranze di governare in futuro, pensa Giorgetti, deve fare pace con l’establishment, restare all’interno di certi confini, avvicinarsi ma non oltrepassarli, non sfidare alcuni tabù, mostrarsi una destra “presentabile”.

Il problema è che quel perimetro viene tracciato dai suoi avversari, dalla sinistra, e negli anni si fa sempre più ristretto. Sono loro a decidere cosa è presentabile e, guarda caso, la destra presentabile è sempre quella minoritaria (o defunta).

Oggi spaventa il centrodestra di Salvini e Berlusconi è uno statista; ieri spaventava Berlusconi e gli statisti erano Fini, Casini…

Berlusconi si definiva liberale, “moderato”, è sempre stato nel Ppe, non ha mai messo in discussione l’euro. Eppure, gli è stato fatto di tutto per impedirgli di governare e appena ha sgarrato, nel 2011, dal Consensus franco-tedesco (Libia, Fondo salva-stati) l’hanno fatto fuori.

La domanda è: una destra “moderata” e più “istituzionale”, come la vorrebbe la sinistra, sarà in grado di raccogliere altrettanti consensi? Ciò che si chiede alla Lega per diventare “presentabile” è in sostanza l’atto di fede europeista (per questo è stato introdotto il tema dell’adesione al Ppe). Chiaro che dopo una simile svolta, Matteo Salvini, colui che l’ha portata al 30 per cento, non potrebbe restarne il leader. Lo abbiamo visto già in difficoltà a gestire questi mesi di emergenza Covid, in cui la contrapposizione viene bollata come irresponsabilità, e lo sarà ancor di più nella nuova fase della “collaborazione”. Paolo Mieli gli ha generosamente offerto la candidatura a sindaco di Milano. Come a dire: se ti fai da parte, un buen retiro te lo concediamo.

Ma queste sono cose che non si possono nascondere, gli elettori non sono stupidi. La conventio ad excludendum, a quel punto, cadrà forse, ma se la Lega si muove nella direzione che le indicano, non ce ne sarà più nemmeno bisogno, perché non avrà più i voti per andare al governo. Insomma, la cosiddetta “svolta moderata”, europeista, non è finalizzata ad aprire alla Lega le porte di Palazzo Chigi, ma a neutralizzarla come è stato fatto con il Movimento 5 Stelle.

“Quando il populismo va al governo, può governare veramente? Credo di no”. Giorgetti l’aveva spiegato non molto tempo fa, un mese prima delle presidenziali Usa, alla presentazione del nuovo libro su Donald Trump di Andrew Spannaus, “L’America post-globale”, insieme a Massimo D’Alema e Germano Dottori. Nel suo intervento riportato da Formiche.net, oltre a pronosticare – correttamente, a meno di sorprese – la vittoria di Biden, spiegava che “il populista che viene eletto senza avere alle spalle gli apparati e le istituzioni che gli siano funzionali è in estrema difficoltà, qui nasce buona parte dei problemi di Trump”. In altre parole, “il populismo è impossibilitato a governare se non ha al suo servizio l’apparato”.

Che Trump abbia avuto dei problemi a farsi seguire dagli “apparati”, il cosiddetto Deep State, è un eufemismo, dato che hanno cercato di defenestrarlo e comunque delegittimarlo. Ma Giorgetti sbaglia, quando afferma che “la resistenza della struttura ha impedito il dispiegamento delle politiche che Trump aveva in testa”. Nonostante la “Resistenza”, ha fatto più Trump in quattro anni che il centrodestra da cui proviene Giorgetti in venti, dalla deregulation e dal taglio di tasse più consistente dell’epoca della globalizzazione alla piena occupazione, dall’indipendenza energetica al nuovo approccio in Medio Oriente. In questo aiutato, comunque, dal diverso sistema di governo.

Il problema di avere al proprio servizio gli “apparati” si risolve cambiandoli, portandosi dietro una classe dirigente pronta a seguire l’indirizzo politico scelto dai cittadini, non piegandosi alle burocrazie che si trovano quando si viene eletti. Se non è possibile, allora c’è un grave problema di democrazia.

Il consiglio di Giorgetti a Salvini, che l’uscita di Trump dalla Casa Bianca rende oggi più convincente (per questo “tifava” Biden), è di riporre l’ascia di guerra contro l’establishment, europeo e domestico, e trovare un compromesso, senza il quale non si entra a Palazzo Chigi. Ma il vicolo è cieco, perché rassicurare l’establishment può – forse, noi non ci scommetteremmo un centesimo – far venir meno una (comunque illegittima) conventio ad excludendum, ma al prezzo di perdere voti e, quindi, ridurre le chance di vincere le elezioni. E dai sondaggi, dei quali comunque diffidiamo, sembra che stia già accadendo. Con il supposto venir meno della conventio ad excludendum non ci fai niente, se comunque nel frattempo sei stato neutralizzato dal punto di vista della forza elettorale.

Quindi, la cosiddetta “svolta moderata” è uno scenario win-win per i fautori dello status quo e lose-lose per la Lega.

(Articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano, qui la versione integrale). 

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