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Chi sbuffa (e chi non sbuffa) per l’italiano Ragaglini ai vertici della banca russa Veb

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L’analisi di Luigi De Biase, già al Foglio, ora al Tg5, esperto di Russia ed Europa dell’est, autore della newsletter Volga

Con una nota pubblicata la scorsa settimana la banca russa VEB (che poi sarebbe VneshEconomBank o Banca per l’Attività Economica all’Estero) ha fatto sapere di avere rinnovato il suo consiglio esecutivo e di avere dato il benvenuto a un nuovo vicepresidente. La questione riguarda anche l’Italia perché il vice di cui si tratta è Cesare Maria Ragaglini, sessantasei anni, quaranta passati al ministero degli Esteri e ultimo incarico proprio a Mosca, come ambasciatore, fra il 2013 e il 2017.

Vai a capire per quale ragione sui nostri giornali questa storia ancora non si trovi. Eppure il quotidiano economico Vedomosti non ha mancato di notare che Ragaglini è il primo straniero ammesso ai piani alti dell’istituto pubblico. VEB, peraltro, per essere una banca, ha una missione parecchio particolare: attraverso i suoi conti passano gli investimenti che il governo giudica strategici. Volete a tutti i costi un paragone? Diciamo Cassa Depositi e Prestiti, se Cdp avesse il bazooka. Volga si è imbattuto negli uomini di VEB la scorsa estate, a Mosca, entrando nel complesso ultramoderno in cui si trova un grande centro di ricerca sul Blockchain (lo stesso in cui il presidente russo, Vladimir Putin, è stato proprio oggi per parlare di Intelligenza Artificiale); quelli del dipartimento del Tesoro americano quando hanno ricostruito la catena di finanziamenti che portava alla guerra civile in Ucraina. Tanto che VEB si trova dal 2014 al centro di una rete di sanzioni che blocca ogni tipo di rapporto con gli Stati Uniti.

A Ragaglini, di Massa, laurea in Scienze politiche fra Firenze e Bruxelles e servizio militare nell’Arma dei carabinieri con il grado di sottotenente, il governo aveva affidato l’incarico a Mosca in piena epoca Renzi. Quell’esperienza ha coinciso con alcuni dei passaggi più importanti avvenuti sulla scena internazionale negli ultimi anni, dal referendum per l’indipendenza in Crimea alla guerra civile nella parte orientale dell’Ucraina, sino all’intervento militare della Russia in Siria: dossier sui quali l’Italia ha preso le distanze in modo netto dalle decisioni del Cremlino. In quel periodo si diceva che Ragaglini fosse riuscito a costruire buoni rapporti con Arkady Dvorkovich, un ex ministro dello Sviluppo economico ed ex vicepremier che negli anni passati è stato fra i personaggi più in vista dell’ala liberale e che oggi presiede la Federazione mondiale degli scacchi. In ambasciata ha cercato di riunire e di riorganizzare le sigle delle imprese italiane in Russia, un piano che, però, non è riuscito a chiudere prima della fine del mandato.

Per VEB, Ragaglini dovrebbe occuparsi di “cooperazione con organizzazioni finanziarie straniere”, come ha detto il portavoce del gruppo a Vedemosti: “Per esempio VEB partecipa al programma delle Nazioni Unite sull’ambiente ed è impegnata nella cooperazione interbancaria con i Brics. Ragaglini ha già esperienza in questo settore, perché durante il servizio diplomatico in Italia ha lavorato in Iran, Canada, India e Iraq, e ha servito alla rappresentanza permanente all’Onu”.

A Ragaglini è riconosciuto in modo unanime il senso dello stato, mostrato per esempio ai tempi in cui, nella commissione che indagava sull’uccisione di Nicola Calipari, si era opposto alle pretese dei funzionari americani sino a bloccare la stesura del rapporto conclusivo: da Washington spingevano perché fosse inserita nel testo una formula di completa assoluzione per i loro militari, versione che Ragaglini e l’altro rappresentante italiano, il generale Campregher, non volevano accettare. Quello era il 2005, quelli erano gli anni di Berlusconi premier, di Gianfranco Fini alla Farnesina, di George W. Bush alla Casa Bianca e di Condoleeza Rice al dipartimento di Stato, gli anni della guerra in Irak e della grande alleanza contro al Qaeda, l’ultima stagione di vera apertura della politica estera italiana, vedi l’intesa Nato-Russia di Pratica di Mare firmata nel 2002, e vedi anche il Trattato di Bengasi che sarebbe arrivato nel 2008. L’inviato del Corriere della Sera Paolo Valentino ha chiamato Ragaglini “uno dei migliori diplomatici italiani” in una intervista concordata nel 2017, quand’è finito il suo lavoro di diplomatico a Mosca.

Certo anche allora quelle parole hanno sollevato una serie di perplessità negli ambienti per così dire più vicini alle sensibilità atlantiche: che cosa spinge, si sono domandati alcuni, un ambasciatore giunto a fine mandato a esporsi in quel modo su una questione tanto delicata? Che cosa spinge il Corriere a raccogliere in quei termini la sua opinione? Parla per sé, oppure rappresenta la posizione di un paese? Non deve quindi sorprendere che in Polonia il quotidiano Gazeta Wyborcza sia stato parecchio pesante in settimana quando si è trattato di commentare il nuovo lavoro del nostro, dando fondo all’intero repertorio di sospetti e di non detti che a Varsavia la notizia dell’ingresso in VEB riesce come sembra ancora a sollevare. “Ragaglini è stato ambasciatore in Russia durante l’invasione della Crimea”, ha scritto due giorni fa Andrzej Kublik: “Prima era rappresentante permanente dell’Italia presso le Nazioni unite, e la banca VEB ha partecipato al programma dell’Onu sulla protezione dell’ambiente. Molti manager e politici stranieri lavorano in compagnie russe, ma di norma assumono il ruolo di consulenti nei consigli di amministrazione o nei consigli di vigilanza. Ragaglini è il primo a entrare nel direttivo di una società statale che si occupa di investimenti strategici. VEB non ha spiegato per quali ragioni Ragaglini meriti tutta questa fiducia dal governo russo. Ma sappiamo che alla fine del suo mandato questo diplomatico ha ricevuto da Vladimir Putin l’ordine dell’Amicizia, una delle più alte onorificenze”.

A quanto sembra la vicenda ha prodotto qualche discussione anche in Italia (senza, però, finire sui giornali). Sia chiaro, non è la prima volta che un ambasciatore finisce il lavoro in Russia e comincia a lavorare con la Russia: Vittorio Surdo, che è stato a Mosca dal 2006 al 2010, si occupa oggi delle relazioni esterne di Lukoil Italia dopo essere passato brevemente per il gruppo Enel. Ma quella è Lukoil Italia, è una società privata, e ha interessi diretti nel nostro paese. Questa è VEB, una banca controllata al cento per cento dallo stato, guidata da un vicepremier potente come Igor Shuvalov, e disegnata per seguire dossier ben precisi della politica russa. Oggi molti a Mosca calcano sul fatto che Ragaglini sia diventato uno dei quattordici vicepresidenti di VEB, come dire che l’incarico, in effetti, sia meno operativo di quanto si possa pensare. Altri sostengono, però, che attraverso questa nomina possa passare un messaggio decisamente più profondo rispetto ai fascicoli che finiranno sul tavolo di Ragaglini. Questa è la versione che circola anche nella Sala Caldaie, un canale anonimo di Telegram usato a quanto si dice da ufficiali del governo. “Ora con Shuvalov c’è un ex ambasciatore italiano”, dice un messaggio pubblicato alcuni giorni fa, e letto da 65.000 utenti: “Questo passo è stato deciso per fare lobbying contro le sanzioni, dal momento che molte aziende italiane vorrebbero tornare sul mercato russo, anche a costo di accettare la questione Crimea. E’ lo stesso che è accaduto con Schroeder a Rosneft”.

 

(estratto dall’ultimo numero di Volga)

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