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Chi odia ebrei e cultura occidentale

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Se nella sezione del museo ebraico di Berlino non si parlerà anche dei nuovi mostri che odiano gli ebrei e la cultura occidentale, allora avremo tradito la nostra libertà. Il commento di Stefano Parisi

Mentre il museo ebraico di Libeskind a Berlino riapre con una grande mostra sulla storia degli ebrei in Germania, a Parigi tra poche settimane inizierà il processo per la strage di Charlie Hebdo del 2015. Due eventi solo in apparenza sconnessi tra loro, perché incrociandosi parlano a tutti noi di Europa, del nostro tragico passato e di un presente con cui non vogliamo fare i conti. Il museo di Libeskind riapre con il discorso del ministro della cultura tedesco che ricorda come Berlino, la città dove i nazisti progettarono a diedero inizio al genocidio di 6 milioni di ebrei, oggi è la capitale che ospita il più grande museo ebraico in Europa. Parole importanti e condivisibili, anche perché il museo riapre con un nuovo direttore dopo le dimissioni del precedente travolto dalle polemiche, per la mostra su Gerusalemme che fin dal cartellone esibiva simboli musulmani, e soprattutto per quel tweet inaccettabile del museo che legittimava il BDS, cioè il boicottaggio antisemita di Israele.

Ecco la questione che dobbiamo affrontare, da Berlino a Parigi, dove l’avvocato di Charlie Hebdo, che vive da anni sotto scorta, lancia un appello per la libertà a tutti i popoli europei. Non è difficile organizzare commemorazioni sulla Shoah ricordando gli ebrei morti, se poi non si proteggono gli ebrei vivi, cominciando dallo Stato di Israele minacciato da chi dichiara apertamente di volerlo distruggere. Del resto chi prova a rompere la cappa di ipocrisia e asservimento culturale al nuovo fascismo, il fondamentalismo religioso, come fecero i disegnatori di Charlie Hebdo, viene guardato con sospetto e malcelato fastidio perché, soprattutto a sinistra, nella sinistra più bigotta e radicale, la difesa delle minoranze anche quelle fondamentaliste che non hanno nulla di laico e di liberale è diventata un culto, capace di fornire una identità politica a chi non ne ha più una, come dice Richard Malka parlando del processo che inizierà a settembre.

A che serve organizzare una grande esposizione sulla storia degli ebrei in Germania se poi la Germania come tanti altri Paesi europei si schiera puntualmente contro Israele alle Nazioni Unite votando risoluzioni farsa insieme a stati canaglia come l’Iran che ha come missione di cancellare Israele dalle carte geografiche?

Che senso ha ricordare la Shoah se poi si finanzia l’estremismo e una classe dirigente palestinese che si è sempre ben guardata dall’accettare qualsiasi piano di pace, perché così perderebbe il suo potere e le rendite di posizione accumulate da decenni, compresi i soldi degli europei per alimentare l’odio antiebraico?

La questione è che ormai ci siamo piegati al nuovo fascismo religioso e al politicamente corretto che legittima ogni ipocrisia, perché i palestinesi non si possono criticare se no sei razzista, le  vignette su Maometto non si possono pubblicare se no sei islamofobo, l’Iran sponsor del terrorismo non si può combattere perché se no sei guerrafondaio, insomma non siamo più liberi di fare nulla che possa disturbare gli odiatori di Israele e della cultura occidentale. Non è forse su questo tipo di silenzio complice che negli anni Trenta si costruì il consenso attorno al nazismo e subito dopo sullo sterminio?

Il nuovo direttore del museo ebraico di Berlino, che arriva dal Quartiere Ebraico di Amsterdam, questi meccanismi di odio e indifferenza che spianarono la strada ai totalitarismi dovrebbe conoscerli bene.

Qualcuno ricorda la bambina di origine palestinese scoppiata a piangere davanti alla Merkel quando la cancelliera disse in una scuola di Rostock che la Germania non può accogliere tutti i rifugiati dal Medio Oriente e dall’Africa? Apriti cielo, sui social Merkel venne aggredita come una specie di mostro e la bambina rimase a vivere in Germania. Peccato che poco tempo dopo, intervistata da un giornale tedesco, la bambina abbia spiegato che il suo sogno non è vivere in Germania ma in “Palestina”, auspicando che “lo Stato di Israele non ci sia più ed esista solo lo stato palestinese”.

È proprio questo lavaggio del cervello che dobbiamo temere, come dice l’avvocato di Charlie Hebdo, l’anestesia delle coscienze per cui sembra normale che negli Usa serva del tempo per trovare un editore alle memorie di Woody Allen o si censurino gli artisti perché bianchi. Ecco perché non è più sufficiente organizzare soltanto le esposizioni sui mostri del passato, perché se non apriamo gli occhi, se non reagiremo, se nella sezione del museo ebraico di Berlino non si parlerà anche dei nuovi mostri che odiano gli ebrei e la cultura occidentale, allora avremo tradito la nostra libertà, non avremo rispettato le vittime di oggi né quelle di ieri, in una parola avremo perso noi stessi.

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