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Chi (non) lavora per Draghi al Quirinale

Sinistra Draghi

Le tensioni fra Letta e Salvini. Il futuro di Draghi. E gli spifferi parlamentari sugli umori a Palazzo Chigi. La nota di Paola Sacchi

 

Se Enrico Letta si lamenta con Mario Draghi di “un metodo Salvini”, il premier avrebbe risposto al segretario del Pd che però c’è anche un “metodo Letta”. Sono solo voci, spifferi di Transatlantico quelli che hanno preso a circolare dall’altra sera sul fatto che Draghi avrebbe in sostanza risposto che però anche lo stesso Letta fa provocazioni.

Voci, spifferi non registrati dai giornali mainstream, che hanno dato una versione un po’ a senso unico. Una certa insofferenza di Draghi per lo scontro continuo, alimentato anche dal leader Pd, ha però fatto capolino ieri in un retroscena su Il Giornale. E, nonostante Palazzo Chigi non faccia trapelare nulla, non ci vuole molto a capire che non è affatto nell’interesse di questo governo, proprio per la sua natura di emergenza nazionale, che la maggioranza si assottigli per scontri interni tra partiti. E quel continuo da parte di Letta ammonire Salvini con un “o dentro o fuori il governo, non si può fare il governo e l’opposizione, così non va”, che suona come un diktat, alla fine rischia a sua volta di essere fattore di logoramento dell’ampia maggioranza che invece, stando alla versione del leader Pd, Salvini starebbe mettendo a rischio.

Il leader leghista più volte, come ha fatto anche in questi giorni, ha denunciato il tentativo di estromettere la Lega dal governo. Aggiungendo che “noi siamo concreti, cerchiamo di far venire il meglio da questo governo e quindi se lo scordano che noi usciamo, perché non ci sarà quel fallo di reazione che tentano di provocare”.

La vera posta in gioco al centro dello scontro va oltre, infatti, la tenuta del governo, ma riguarda l’elezione tra meno di un anno del nuovo Capo dello Stato.

Secondo indiscrezioni e retroscena, Letta vorrebbe una “maggioranza Ursula” (come in Europa per la elezione della presidente Ue, alla quale contribuirono Pd, Cinque Stelle, Forza Italia) per l’elezione del successore di Sergio Mattarella.

Se questo è il disegno che più d’uno gli attribuisce anche nel centrodestra, ovvio che la Lega nella maggioranza di governo risulterebbe di troppo per il Pd e i 5s. E per Draghi, invece? Naturalmente vale il contrario proprio per l’obiettivo di interesse nazionale con il quale il governo è nato, per il quale Mattarella fece appello a tutte le forze politiche.

Ma c’è di più, qualcosa che va oltre le stesse dinamiche interne all’esecutivo. Attenti e maliziosi osservatori delle cose del Palazzo si chiedono se alla fine anche quel continuo dire da parte del leader del Pd che questo governo deve durare fino al 2023, che di fatto suona come affermare che non sarà Draghi il candidato per il Colle, non possa anche un po’ infastidire lo stesso premier. Al di là del fatto se sia interessato o meno al Quirinale.

Osserva un parlamentare di centrodestra: “Sembra che gli stiano dicendo cosa deve fare da grande. È chiaro che Letta e Conte vogliono sul Colle una personalità riconducibile alla sinistra, tanto più se noi vinceremo le elezioni nel 2023. Pd e 5s potrebbero avere la maggioranza di poco alla quarta votazione. Ma ci sono tante variabili in campo… E comunque siamo sicuri che una figura della caratura di Draghi una volta terminato il suo compito, prima del 2023, voglia restare alla guida di un governo che ha già realizzato i punti per i quali era nato? E sotto la guida di un altro Capo dello Stato?”.

Innanzitutto, Pd e Cinque Stelle, alla ricerca di recuperare consensi nel Paese, chiaro che non intendono correre il rischio di andare a elezioni anticipate nel 2022, dopo quelle del Quirinale. E Mattarella ha già nettamente detto che questo è il suo ultimo mandato. Ma se attorno a una candidatura di Draghi per il Colle si formasse un’ampia maggioranza dove al centrodestra si aggiungessero i parlamentari di Italia Viva di Matteo Renzi?

Questa sarebbe la variabile che forse nel Pd e nei Cinque Stelle temono di più. Forse proprio per questo Dario Franceschini, capo delegazione del Pd al governo, ritenuto il vero artefice del ritorno di Letta da Parigi, recentemente su Il Corriere della sera, ignorato dagli altri giornali, tranne che da Francesco Damato nei suoi Graffi per Startmag, intuendo il pericolo anche per i giochi per il Colle di un’escalation della tensione tra Letta e Salvini, ha fatto un invito a una maggiore concordia nel governo. Invito per tutti. Per Salvini. Ma anche per lo stesso Letta.

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