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Chi in Occidente ha sbagliato previsioni sulla Cina

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Solo se l’Occidente perde la fede nell’automatismo del Progresso, potrà forse avere più forza e accortezza nel difendere i valori della libertà e della democrazia. Senza pensare che essi si fanno strada per forza e virtù proprie. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

 

Anche le persone più dedite alla riflessione spesso non riflettono sulle categorie che usano per pensare e capire e dare un senso al mondo. Cioè appunto per riflettere. E proprio in questa particolarità di pensiero che pensa se stesso all’opera, i suoi modi e le sue categorie, che consiste, nel suo nucleo originario e originale, la filosofia, che è perciò autoriflessiva, teoretica e speculativa per definizione.

Certo, la filosofia cerca l’universale e necessario, cioè ciò che concerne il modo di pensare di tutti gli uomini, dell’uomo in generale. Tuttavia, anche riflettere geograficamente e storicamente sulle caratteristiche del pensiero, sulle mentalità dominanti in una data epoca e società, ha una sua rilevanza. Tipicamente moderna e tipicamente occidentale è, ad esempio, la categoria di Progresso, il cui trionfo nella mentalità comune, al di là delle sue vicissitudini intellettuali, è stato così capillare e prorompente che spesse volte inconsciamente anche chi non vi crede in modo acritico ha degli automatismi mentali che ad essa si ricollegano.

Nel rapporto con le altre civiltà, ad esempio, gli occidentali, suffragati da una serie di concrete esperienze storiche, hanno sempre ritenuto che la loro mentalità e i loro valori per forza intrinseca si sarebbero affermati con il solo contatto e la conoscenza reciproca con gli altri popoli. Il processo di civilizzazione sarebbe stato implacabile, per virtù propria, nonostante l’indubbia aggressività della nostra civiltà: la quale, dietro le armi, avrebbe fatto emergere con chiarezza i suoi valori morali, tendenzialmente universali e universalizzabili.

Tutto il processo di colonizzazione, che oggi viene contestato, si è fondato su questa persuasione, e per lo più ha raggiunto i suoi scopi nonostante il finale e mal gestito processo di exit nel secondo dopoguerra (la cosiddetta “decolonizzazine”).

Oggi l’India, checché se ne dica, è, giusto per fare un esempio, una delle più grandi democrazie esistenti al mondo ed è riuscita ad inserire, con molte contraddizioni ovviamente, sul tronco della sua cultura castale un nucleo importante di valori occidentali. Non si tratta, come banalmente si vorrebbe far credere, di razzismo occidentale o del “fardello dell’uomo bianco” di kiplinghiana memoria, bensì proprio dell’introiezione della mentalità progressista. Quella che oggi, per una sorta di rovesciamento delle parti, porta a giudicare più “avanzato” il processo di dissoluzione di quegli stessi valori in favore di un multiculturalismo nichilistico e di una astorica assunzione occidentale di colpa e responsabilità.

Un indebolimento della nostra energia morale che va di pari passo con l’opposto tendenza delle altre civiltà a riconquistare le proprie identità originarie. Probabilmente il “pregiudizio di superiotrità” è valso anche nei confronti della Cina, alla quale nel 1971 l’amministrazione Nixon aprì una linea di credito non indifferente pensando appunto a una sua successiva e progressiva democratizzazione.

Essa è stata tanto abilmente sfruttata dai cinesi da far sì che essi diventassero la più grande concorrente globale del nostro modello di vita e di quei nostri valori democratici a cui non si sono minimamente piegati. Una impermeabilità che, d’altronde, avrebbe dovuto essere immaginata sol se si pensi all’insuccesso, che unico posto al mondo, in quelle contrade ebbe all’inizio dell’età moderna la predicazione dei missionari cristiani.

Solo se l’Occidente perde la fede nell’automatismo del Progresso, potrà forse avere più forza e accortezza nel difendere i valori della libertà e della democrazia. Senza pensare che essi si fanno strada per forza e virtù proprie.

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