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Chi festeggia davvero con la tregua commerciale Usa-Cina? L’analisi di Bastasin

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Che cosa ha detto a Luiss Open Carlo Bastasin, senior fellow della Luiss School of European Political Economy e di Brookings Institution (Washington), sulla tregua Usa-Cina

Per usare una felice espressione degli Americani, direi che Washington e Pechino erano a un passo dall’abisso e hanno deciso di spostare l’abisso un po’ più in là. Voglio dire che, al netto degli annunci, non mi sembra che le due parti si siano ancora spostate di molto dalle loro posizioni originarie, quantomeno sui temi principali. Parlerei insomma di una tregua armata.

Quanto ai contenuti, di cui veniamo piano piano a conoscenza solo in queste ore, evidenzio da parte cinese l’impegno a importare beni e servizi “made in USA” per un valore aggiuntivo di 200 miliardi di dollari nei prossimi due anni, un tentativo dunque di correggere i classici squilibri di bilancia commerciale tra i due Paesi. Sembra che i Cinesi concederanno qualcosa anche sul fronte del rispetto della proprietà intellettuale, con una stretta sugli abusi.

Anche se il livello delle tariffe Usa sulle merci cinesi – perfino dopo l’accordo – è sei volte più alto di quanto non fosse nel 2017, ne beneficeranno tutti i mercati e quindi di riflesso anche la congiuntura economica europea. Mi spiego. Le tensioni degli ultimi due anni hanno creato incertezza sul futuro delle catene globali del valore. Chi doveva investire è rimasto fermo, aspettando di capire in quale Paese e in quale settore fosse ragionevole mettere le proprie risorse. Non si sono solo azzerati gli investimenti cinesi in America e ridotti fortemente quelli americani in Cina, ma sono stati colpiti anche i programmi di espansione di tutti i Paesi esportatori, a cominciare dalla Germania. Con la firma della fase uno dell’accordo commerciale tra Washington e Pechino, un po’ di questa incertezza viene ridotta per qualche tempo, e questo è un bene. Per il Presidente americano, Donald Trump, si tratta di una discreta vittoria. Non soltanto simbolica.

Questo accordo è caratterizzato da una contraddizione di fondo. Da anni i Paesi occidentali chiedono a Pechino di lasciare un po’ più di libertà agli “spiriti animali” del capitalismo, di far arretrare lo Stato regolatore e autoritario e di far avanzare mercato e Stato di diritto. Adesso però Washington firma un accordo che spinge Pechino ad acquistare più beni e servizi americani. Insomma, di fatto stiamo esortando il Partito comunista cinese ad intervenire di più nell’economia nazionale per indirizzare acquisti e produzione in un certo modo, probabilmente accentuando il ruolo delle State-owned Enterprises. Se l’obiettivo era di far assomigliare di più l’economia cinese a un’economia di carattere occidentale, involontariamente Trump la sta spingendo in direzione opposta. La mia previsione è che maggiori saranno le tensioni – di ogni tipo, sia commerciali sia strategiche – tra Stati Uniti e Cina e più quest’ultima si allontanerà dal modello atlantico.

(breve estratto di un’intervista realizzata da Luiss Open; qui la versione integrale)

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