Mondo

Chi, come e perché fa la guerra a Trump negli Usa

di

Stiglitz

Definire Trump una minaccia per la democrazia americana sarà anche motivato ma è gravemente riduttivo per un uomo della levatura intellettuale di Stiglitz: Il corsivo di Teo Dalavecuras

Un peso massimo del ceto intellettuale liberal americano, il premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz, ha pubblicato giorni fa su Project Syndicate un articolo dove denuncia la guerra senza quartiere che i repubblicani avrebbero scatenato contro la democrazia americana. Sempre per la stessa testata (sostenuta come noto da personaggi non proprio marginali dell’establishment americano quali Bill Gates e George Soros) la giornalista scrittrice Elisabeth Drew firma un contributo dal titolo, difficilmente equivocabile, “La prossima guerra civile?”. Trump, ricorda la signora Drew, ha ripetutamente dimostrato la propria determinazione a distruggere l’ordine costituzionale degli Stati Uniti, alla sola condizione di poterne ricavare un vantaggio politico.

Meno bellicosa nella terminologia ma ancora più significativa per la deliberata violazione della regola numero 1 del giornalismo, che contrappone alla notizia l’affermazione scontata, è però la scelta del New York Times che dieci minuti dopo l’inizio del dibattito televisivo tra il vice presidente Mike Pence e la candidata democratica alla stessa carica Kamala Harris ha lanciato nel web, come una “Breaking New” la seguente informazione: “all’inizio del dibattito con Mike Pence, Kamala Harris ha criticato aspramente la risposta dell’Amministrazione Trump al virus”.

Lascio molto volentieri agli esperti, ai commentatori e soprattutto agli “analisti” (categoria quest’ultima che per quanto mi riguarda sfiora l’ineffabile) ogni valutazione sul merito delle due prese di posizione sopra richiamate (la terza è un puro e semplice dato di fatto, solo che è meno di una notizia). Mi limito a rilevare che lo schierarsi del  sistema dei media liberal americani, parte preponderante del sistema dei  media, non tanto a favore dello sfidante Joe Biden quanto contro il presidente uscente Donald Trump, con toni da ultima spiaggia nell’approssimarsi della data delle elezioni, tende a assumere sempre più il connotato di una militarizzazione.

Ben consapevole di enunciare una cosa scontata, vorrei però trarre da questa circostanza una considerazione che – se non è meno ovvia – mi sembra tuttavia sistematicamente ignorata nel discorso pubblico. Che si parli di ordine costituzionale, o di democrazia, non c’è dubbio che tra i presupposti dell’assetto politico dichiarato degli Stati Uniti vi sarebbe l’esistenza di un sistema dell’informazione radicalmente libero che, nella pur indiscutibile prerogativa di prendere posizione sia governato soprattutto – in teoria esclusivamente – dal patto di lealtà con il pubblico, che non si comporti insomma come il “pacchetto di mischia” di uno dei contendenti, laddove in questa campagna elettorale ma, verrebbe da dire, sin dagli inizi del mandato di Trump (a proposito, che fine ha fatto il Russiagate?) questa è parsa la situazione, sicché definire Trump una minaccia per la democrazia americana sarà anche motivato ma è riduttivo, gravemente riduttivo per un uomo della levatura intellettuale di Stiglitz: è quel tipo di mezza verità che giustamente si imputa ai “populisti”.

Nella storia, non si ha notizia di repubbliche diventate imperi conservando intatte le istituzioni repubblicane e l’America, nonostante gli equivoci che in materia si alimentano soprattutto nel discorso pubblico in Europa, è oggettivamente un impero, anzi, per il momento continua a essere l’impero (e il fatto che l’imperatore si chiami presidente non dovrebbe essere un grosso problema: in fondo l’ “imperatore” della Chiesa cattolica si chiama “pontefice”, anche se la religione cattolica non è precisamente la stessa della Roma di Numa Pompilio).

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