Sono andato a vedere Buen Camino di Checco Zalone già sotto buoni auspici. Essendo un venale economista agisco di conseguenza: vero è che Checco Zalone non fa film dallo scarso Tolo Tolo del 2020, ma di giorno in giorno a partire dal debutto gli incassi si sono mantenuti assai alti (siamo arrivati a 41 milioni di euro al primo gennaio, mica male), quindi il passaparola è andato in buona direzione.
La stessa direzione che prendo io qui: andate a vederlo, fa ridere!
Un po’ di contesto personale: quando ero piccolo -e anche da grande- mio padre mi ha fatto vedere quintali di film colti, da Kurosawa a Bergman, a Fellini, arrivando persino a Film di Samuel Beckett e l’Anno Scorso a Marienbad di Robbe-Grillet, quindi qualcosa di cinema so. Anche per reazione rispetto a tutte queste pizze micidiali quando vado al cinema MI PIACE RIDERE, e mi prende una solenne arrabbiatura quando (economista becero affamato di piaceri) penso che riderò e invece riderò pochissimo.
Famosissimo esempio inerente a Checco Zalone: dopo essermi goduto svariate volte i suoi primi film sono andato a vedere Tolo Tolo e ho riso pochissimo, come è capitato a molti altri. Perché? Poche battute davvero riuscite, trama prevedibile, eccesso di contenuti moraleggianti. Perché devo andare al cinema a farmi fare la morale quando voglio ridere? Se voglio sperimentare qualcosa di filosofico leggo Seneca o Proust, e sono tipicamente lieto di trovare quello che sto cercando.
E dunque Checco Zalone, essendo tra l’altro tornato a farsi dirigere da Gennaro Nunziante, ha tirato fuori un film molto divertente, spigliato, con molte battute che fanno ridere di gusto. In certi casi si tratta di battute che per se stesse sono abbastanza prevedibili, ma fanno ridere esattamente perché sono fatte bene, perché ci sono i tempi comici giusti.
[Parentesi sui tempi comici: ce li hai o non ce li hai, qui Roberto Benigni ospite al David Letterman Show nel lontano 1986, quando ancora era lontanissimo dall’ammorbarci con la morale su Dante Alighieri e sulla qualunque come Padre della Patria, riusciva a far ridere anche solo bevendosi un bicchiere d’acqua e dicendo (dal minuto 3:37 circa):
Come ho scritto qualche giorno fa, leggo sempre meno spesso Dagospia, ma ogni tanto ci faccio una capatina, e dunque mi sono imbattuto in questo pezzo di Marco Giusti il cui lungo sottotitolo -come tipico di Dagospia- contiene la seguente affermazione (il grassetto è mio):
NON SO SE IL FILM DI ZALONE E NUNZIANTE SALVERÀ LE SORTI DEL CINEMA ITALIANO, MASSACRATO COME OGNI ALTRA INDUSTRIA CULTURALE ITALIANA DA QUESTO GOVERNO IN CERCA DI UNA NUOVA EGEMONIA DELLA DESTRA. MA CERTO PORTA TANTA, MA TANTA GENTE AL CINEMA
Si parte dunque dagli incassi ingenti del film di Zalone e dal contributo che daranno al cinema italiano, ma repentinamente la questione diventa quella del governo Meloni intento a massacrarlo -il cinema italiano- nel mentre che cerca di attuare una “nuova egemonia della destra”
(io mi ricordo che quello che voleva esplicitamente sfruttare le circostanze -nella fattispecie quella bazzecola del Covid- per tornare a un’egemonia, in questo caso de sinistra, era il ministro della salute dei governi Conte 2 e Draghi, ma vabbè, vedi foto)
Qui il mio pezzo deve diventare un’opera collettiva, perché i migliori commenti alla buffa teoria di Giusti provengono dagli amici che mi hanno risposto su X/Twitter sul tema.
Ad esempio alefruh:
20 anni e più di drammoni da salotto che hanno disintegrato il cinema di Genere italiano e ci si meraviglia del fatto che Zalone sbanchi i botteghini? La gente vuole ridere, non altre rotture di scatole con gente che piange per drammi quotidiani.
E a stretto giro bravotipo:
Si chiama Cinema del Tinello, scritto da sceneggiatori mai usciti da Roma Nord che immaginano problemi che non hanno mai avuto… dialoghi farlocchi, trame inesistenti; il cinema é morto quando gli autori anti anteguerra si sono succeduti i ‘68ini. Bellocchio su tutti
Forse starò diventando vecchio, ma ogni tanto davvero non capisco quali strane teorie abitano il cervello dei cosiddetti “intellettuali”: è così difficile accettare l’idea che ciascuno deve fare il suo mestiere, senza propinarci una nauseabonda sbobba moralistica che saremmo obbligati -non si sa per quale motivo- a tracannarci?
Il giornalista deve scrivere di cose nuove e rilevanti, il comico deve farci ridere. Voglio tornare alle commedie delle torte in faccia? Direi proprio di no (ogni tanto sì, per esasperazione): il comico può anche innestare elementi morali nel suo pezzo o nel suo film, ma è una questione di giuste proporzioni, cioè di evitare snaturamenti indigesti, ad esempio nella forma di 90% di insegnamenti moralistici e 10% di battute politically correct che fanno ridere un italian* su mille.
Intendiamoci: non sono a priori contrario ai finanziamenti pubblici a favore della cultura, e al cinema in particolare, in quanto ci sono peraltro fortissime ragioni economiche che militano in favore di questa scelta (in particolare la famosa “malattia dei costi” di Baumol, eccelso economista che DOVEVA vincere il premio Nobel, accidenti al comitato che mai glielo assegnò).
Ma viva la moderazione: un film che vive soltanto degli aiuti pubblici e che guadagna una miseria al botteghino probabilmente è un film che non doveva essere mai finanziato dai soldi dei pagatori di tasse (tra parentesi: “non ci sono soldi pubblici, ci sono solo i soldi dei pagatori di tasse”)
Concludo: il film Buen Camino merita tutti gli incassi che sta ottenendo (anche di più), e alla facciazza degli invidiosi intellettuali che lo criticano mi viene voglia di andare a vedermelo un’altra volta.
(Estratto dalla newsletter di Riccardo Puglisi)





