Skip to content

sinner

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Che succede alle star?

A differenza di Sinner e Belen, a noi non ci conosce nessuno: se stiamo su oppure giù i media non se ne occupano; possiamo campare, morire conquistando un trafiletto oppure, in genere, tiriamo a campare. Il corsivo di Battista Falconi.

Un amico mi viene a trovare, anticipando che ha bisogno di parlare. Come immaginavo vuol confidare uno stato d’animo non positivo: chiamiamolo ansioso-depressivo, per usare una definizione imprecisa ma di uso comune. Persona di età matura, entrata in quella che un tempo avremmo chiamato anzianità o vecchiaia, senza problemi economici, senza lavoro né bisogno di lavorare, senza figli né una compagna convivente. La si potrebbe dire una persona sola, ma l’attributo non renderebbe la discreta rete di relazioni sociali che intrattiene.

È per lo meno il terzo caso di persona in questa fascia anagrafica che in qualche mese mi condivide, se non il desiderio, la disponibilità a considerare seriamente e serenamente la propria morte. Il che è tutto sommato comprensibile, se si supera una certa soglia anagrafica privi di legami relazionali reputati essenziali, per sé o per le altre persone con cui li intratteniamo, e di particolari esigenze economiche. Sono i problemi a spingerci ad andare avanti, sono le difficoltà il motore delle nostre azioni quotidiane, sono il bisogno e l’insoddisfazione a trasformarsi in auspici e motivazioni, producendo l’energia necessaria per proseguire la routine.

Se non servo a qualcuno o qualcosa e sembra che nulla mi serva, è comprensibile entrare in uno stallo umorale che può declinare in depressione. E poiché tali condizioni identificano una quota molto ampia della società, in particolare italiana e in generale occidentale, lo è altrettanto che si registri la diffusione di alcuni sintomi depressivi. Stiamo tagliando con l’accetta tocchi di psico-sociologia ad alto tasso di banalizzazione, su cui però la vicenda di Jannik Sinner potrebbe gettare una particolare luce.

Intanto per la notorietà del personaggio, per la sua giovane età, perché il crollo di ieri segue alcuni precedenti episodi e un periodo aureo ma condizionato dalla parallela defaillance del suo principale avversario. Finché c’è Carlos Alcaraz a insidiare il primato, lottare per mantenerlo o acquisirlo ha un senso evidente; senza il rivale, trovarne uno diventa più complicato. Ipotesi che potrebbe valere anche per Belen Rodriguez, star televisiva di buona visibilità ma molto lontana dal picco ottenuto mostrando la farfallina inguinale sul palco di Sanremo.

Parliamo di due personaggi molto diversi tra loro e, ancor più, da noi. Un atleta eccezionale per capacità fisiche, tecniche e mentali, che con altri colleghi ha impresso all’Italia una rivoluzione sportiva; un’“attricetta”, avremmo detto sprezzosamente un tempo, ridotta a vagare tra serate mondane, contenitori e talk. Uno al top e un’altra in seconda fascia, ma sempre nell’empireo luminoso del successo. A noi non ci conosce nessuno, se stiamo su oppure giù i media non se ne occupano; possiamo campare, morire conquistando un trafiletto oppure, in genere, tiriamo a campare.

Ma anche noi come Belen e Jannik siamo più o meno italiani, europei, occidentali; siamo più o meno benestanti, appartenenti al decimo fortunato del mondo anche se non al milionesimo più fortunatissimo. Vegetiamo in un benessere che non può soddisfare i nostri desideri, condizione questa ineludibilmente transitoria, e che soprattutto non può generarli. Un immigrato in fuga da guerre e povertà, un africano o asiatico aspirante italiano o europeo, un musulmano radicalizzato che ci odia hanno il paradossale vantaggio di un obiettivo davanti: tanto chiaro da non farselo offuscare con le menate psicologiche. Ed è sempre più o meno per queste ragioni che alcuni occidentali insoddisfatti improvvisano la qualunque per sfuggire all’inedia, magari odiando e combattendo un non occidentale.

Torna su