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Che cosa succede tra Arabia Saudita e Iran. Report Cesi

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Arabia Saudita Iran

Estratto del paper “La rivalità religiosa e geopolitica tra Iran e Arabia Saudita in Medio Oriente” a cura di Francesca Manenti e Lorenzo Marinone del Cesi

La partita per il riempimento dei pieni e dei vuoti di potere in Medio Oriente tra Iran e Arabia Saudita potrebbe assistere all’inaugurazione di una fase di riassestamento nel prossimo futuro. Gli sviluppi che stanno attraversando o che si stanno affacciando all’orizzonte di questa regione, infatti, potrebbero mettere in discussione quanto costruito dai due rivali fino a questo momento.

Un primo grande punto interrogativo è stato sollevato dalla morte del Generale Suleimani durante uno strike aereo condotto dagli Stati Uniti sull’aeroporto di Bagdad ad inizio gennaio. L’eliminazione del comandante Pasdaran, ucciso insieme al vicecomandante delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis, ha posto il problema a Teheran di trovare una soluzione per colmare il vuoto ed assicurarsi la solidità della rete di alleanze intessuta da Suleimani nel corso degli ultimi due decenni. Nonostante la Guida Suprema, Ali Khamenei, abbia tempestivamente provveduto a nominare la nuova catena di comando della Forza Qods, una sostanziale incertezza continua ad aleggiare sull’effettiva possibilità per i nuovi vertici di raccogliere con successo l’eredità di Suleimani.

Innanzitutto, perché il nuovo comandante, Esmail Qaani, si è sempre occupato delle attività della Forza Qods sul versante occidentale (Afghanistan, Pakistan e Asia Centrale). L’assenza da un teatro tanto complicato quanto il Medio Oriente, a cui sembrerebbe doversi aggiungersi la mancanza di conoscenza della lingua araba, rischiano di rendere il Generale una figura poco carismatica agli occhi di quella panoplia che è l’insieme di milizie sciite. L’eventuale incapacità di Qaani di prendere le redini del post-Suleimani potrebbe portare alla frammentazione dei blocchi sciiti lungo faglie definite dai rispettivi interessi particolari, che potrebbero non coincidere necessariamente con le priorità di Teheran nei diversi Paesi.

Questa tendenza, in realtà, comincia ad essere già evidente in Iraq, dove i gruppi supportati dall’Iran hanno mostrato una crescente divergenza tra loro sulla ridefinizione dei pesi interni dopo la morte di al- Muhandis. Per cercare scongiurare una sfarinatura che potrebbe trasformarsi in un indebolimento della propria capacità di influenza, l’Iran sembra essere intenzionato a ricorrere alla vecchia guardia dei proxy regionali e a cercare di utilizzare il loro peso simbolico all’interno del mondo rivoluzionario sciita per serrare nuovamente i ranghi intorno alla Repubblica Islamica. In un momento in cui la solidità della rete di influenza iraniana potrebbe essere a rischio, Teheran sta cercando di far nuovamente leva sul senso di comunitarismo interno al mondo sciita per provare a riprendere le fila del proprio asse di resistenza.

Questa fase di transizione, inoltre, potrebbe essere utilizzata dalle autorità iraniane per provare a creare un nuovo equilibrio con gli alleati regionali, in cui Teheran continui ad essere il perno centrale del blocco sciita, ma i gruppi locali acquisiscano sempre più un’identità propria. Sull’esempio di quanto accaduto con il Partito di Dio libanese, ciò permetterebbe all’Iran di alleggerire l’investimento economico verso i vicini e portare a maturazione l’alleanza politica con dei soggetti che non obbedirebbero più agli ordini di Teheran per opportunità economica, ma per intesa politica. Agli occhi dell’Iran, questa evoluzione rappresenterebbe un importante vantaggio strategico, in quanto gli permetterebbe di continuare a poter contare sull’arco sciita in Medio Oriente anche senza dover destinare risorse economiche e militari al sostegno dei propri proxy.

Ciò consentirebbe al governo iraniano di poter impiegare queste risorse alla gestione di nuove crisi, anche all’interno del Paese. In un momento in cui l’emergenza sanitaria scatenata dalla pandemia di Covid-19 e il peso delle sanzioni statunitensi delineano uno scenario alquanto complicato per la stabilità interna all’Iran, questa soluzione permetterebbe a Teheran di non disperdere il capitale politico costruito negli ultimi vent’anni. Tuttavia, un allentamento delle redini da parte di Teheran potrebbe tramutarsi in una pretesa di maggior autonomia, soprattutto da parte delle nuove generazioni di militanti, che hanno aderito all’architettura creata dall’Iran per opportunità politica e agenda interna più che per un’effettiva condivisione degli ideali e dell’ideologia incarnati dalla Repubblica Islamica o dal suo messaggio rivoluzionario.

La tenuta e la geometria dell’arco di influenza iraniano, inoltre, sono fortemente legate ad una seconda incognita che si staglia sullo sfondo del futuro degli equilibri in Medio Oriente e che è legata alla successione ai vertici delle due scuole di Najaf e Qom. Con il passare dell’età sia dell’ayatollah Sistani sia di Khamenei, infatti, diventa sempre più pressante la questione delle future nomine, che andranno inevitabilmente ad influenzare l’equilibrio tra le scuole teologiche. Se il passaggio di consegne ai vertici della Repubblica Islamica difficilmente potrebbe portare ad un drastico cambiamento interno al sistema iraniano, più decisivo sarà destinato ad essere il cambio nella città sacra irachena. La guida del seminario di Najaf, infatti, continua ad esercitare un ruolo fondamentale all’interno della comunità sciita, soprattutto irachena. Sistani in questi anni si è sempre dimostrato un attore particolarmente pragmatico, interessato a trovare un punto di convergenza tra le proprie idee e gli interessi del vicino iraniano. Il grande seguito avuto nella gestione della fase di transizione post-Saddam nei primi anni 2000 e, successivamente, nella chiamata alle armi della popolazione sciita contro l’avanzata di Daesh nel Paese ha però messo bene in evidenza la portata dell’influenza esercitata dal vertice della scuola di Najaf per gli equilibri della regione. All’interno di questo quadro, la successione rappresenta una questione prioritaria per Teheran. Dalla nomina del futuro vertice di Najaf, infatti, dipenderà la facilità con cui la Repubblica Islamica potrà smuovere le coscienze anche di quelle comunità sciite fino ad ora poco affascinate dal richiamo della rivoluzione khomeinista. Se l’Iran dovesse riuscire a gestire la transizione e favorire la nomina di un ayatollah vicino alle proprie posizioni, di fatto, abbatterebbe la cortina di dissenso interna allo sciismo e incrementerebbe le possibilità di estensione della propria influenza a raggiera in Medio Oriente.

Tale opportunità diverrebbe particolarmente significativa in un momento in cui la regione è scossa da nuove manifestazioni popolari che chiedono alle proprie classi dirigenti un cambiamento in senso nazionalista. Dal Libano all’Iraq, infatti, negli ultimi mesi le folle sono scese in piazza per protestare contro l’ingerenza di attori esterni nella politica interna e per rivendicare la volontà di avviare una nuova stagione di inclusività sociale, in cui l’identità nazionale possa essere il trait d’union tra le diverse comunità etniche e religiose. La Repubblica Islamica non è più percepita come un elemento rivoluzionario, ma, al contrario, come uno degli attori responsabili della continua instabilità interna ai due Paesi. Lo spirito laico delle proteste, infatti, fa venir meno quell’elemento religioso su cui si è basata l’esportazione dell’esperienza iraniana e che ha permesso all’Iran di costruire l’arco sciita così come appare oggi. La volontà di definire l’identità nazionale su un impianto secolare, inclusivo di tutte le istanze portate avanti dalle diverse comunità etnico-religiose e in grado di definire in autonomia i propri interessi strategici, rischia di rendere il modello sciita promosso dai Pasdaran un elemento estraneo al nuovo assetto politico e sociale dei Paesi vicini.

Il cambiamento sociale sotteso alle rivendicazioni delle piazze rischia così di rendere il governo di Teheran il baluardo non più della rivoluzione ma della reazione islamica. Le entrature garantite dai proxy nei sistemi politici libanesi e iracheni potrebbero diventare il simbolo di un’influenza che non solo non è più considerata legittima, ma addirittura deleteria per il compimento della trasformazione in corso nei due Paesi. Ciò in un netto ridimensionamento della sfera di influenza della Repubblica Islamica nella regione e, con esso, dalla solidità dell’arco di resistenza sciita su cui l’Iran ha poggiato la propria ascesa a potenza regionale. In questo contesto se il passaggio di consegne a Najaf dovesse portare alla nomina di un Grande Ayatollah critico nei confronti della dottrina iraniana, l’influenza che questa carica potrebbe esercitare sulle comunità sciite rischierebbe di ridurre sensibilmente gli spazi di manovra per l’Iran.

A ben vedere, il tema del dualismo tra le scuole di Qom e Najaf è assolutamente centrale anche nel determinare la postura di Riyadh e, quindi, la traiettoria futura della rivalità tra Arabia Saudita e Iran. Infatti, dal punto di vista saudita, una eventuale successione a Sistani favorevole a Teheran, e dunque un’affermazione del velayat-e faqih a Najaf, presenta due possibili ordini di criticità.

Il primo attiene all’eco profonda che tale evoluzione potrebbe avere tra le popolazioni sciite, in particolar modo quelle che vivono nel Paesi della Penisola arabica. Infatti, sia la maggioranza sciita del Bahrein, sia la minoranza presente in territorio saudita e concentrata nella provincia orientale, sono tradizionalmente fedeli alla scuola di Najaf. In questo senso, la successione a Sistani è vista da Riyadh quasi alla stregua di una faccenda interna e certamente come un dossier della massima delicatezza per la stabilità del Regno e dei vicini della Penisola.

Il secondo ordine di criticità riguarda invece il possibile impatto sulla lettura saudita degli equilibri regionali. Una Najaf filo-Teheran farebbe venir meno qualsiasi possibilità, per Riyadh, di vedere nell’Iraq una sorta di cuscinetto o di camera di compensazione. In più, il Regno si sentirebbe ulteriormente “accerchiato”, visto che tramite Najaf l’Iran avrebbe la possibilità sia di rafforzare la presa sull’intero campo sciita iracheno sia di potenziare reclutamento e indottrinamento di miliziani iracheni da inserire nelle già citate Forze di Mobilitazione Popolare (FMP) sia, infine, di aumentare la propria influenza sulle componenti sciite saudite e nei Paesi limitrofi, a partire dalla Siria .

Dunque, se Riyadh non dovesse riuscire ad influenzare la scelta del successore del vecchio e malato Sistani, vedrebbe cadere forse l’ultima ragione a sostegno dell’atteggiamento di parziale apertura tenuto negli ultimi due anni verso Baghdad, con la storica ripresa delle relazioni bilaterali dopo un quarto di secolo, l’annuncio di nuovi consolati a Najaf e Bassora e la riapertura del confine al traffico merci. D’altronde, tale apertura è già stata messa profondamente in discussione dal coinvolgimento delle FMP nell’attacco missilistico contro i siti produttivi di Aramco (settembre 2019) e dalle continue escalation tra milizie filoiraniane e Stati Uniti seguite all’uccisione a Baghdad di Suleimani e al-Muhandis.

Allargando lo sguardo al quadro regionale, l’evoluzione della postura saudita verso l’Iran sarà verosimilmente influenzata da tre fattori principali: una valutazione della postura e degli obiettivi di Teheran nel breve-medio periodo; l’evoluzione del quadro interno, e quindi la parabola della leadership di Mohamed bin Salman; un quadro esterno di alleanze la cui volubilità può influenzare anche in modo sensibile le politiche del Regno.

Per quanto riguarda il primo fattore, dal punto di vista saudita l’ultimo triennio ha delineato una dinamica piuttosto chiara. All’aumentare della pressione internazionale sull’Iran e sulla sua rete regionale di interessi, in cui hanno svolto un ruolo di primo piano la strategia di “massima pressione” americana e il ritiro di Washington dal JCPOA, la risposta di Teheran è stata quella di spostare la conflittualità dai teatri più periferici al Golfo Persico e al Regno stesso. L’Iran ha quindi segnalato chiaramente di essere disposto a compiere un passo, quello dell’attacco diretto al suolo saudita, che ha preso Riyadh completamente alla sprovvista. Questo sia in termini di capacità di prevenzione e contrasto (la contraerea saudita non si è neppure attivata durante l’attacco dello scorso settembre a quello che è il vero e proprio cuore economico del Regno) sia in termini di capacità di risposta. La straordinaria cautela con cui la leadership saudita si è premurata di non additare immediatamente l’Iran come autore dell’attacco segnala che Riyadh vuole assolutamente evitare qualsiasi tipo di scontro diretto con Teheran. In quest’ottica, nel prossimo futuro il Regno potrebbe cercare di spostare la rivalità con il vicino in altri teatri regionali e di tenerla confinata in arene dove un’escalation non possa causare danni diretti né all’economia nazionale né alla legittimità della casa regnante.

Quest’ultimo punto potrebbe assumere più rilevanza con l’approssimarsi della successione a Re Salman e l’intensificarsi della competizione interna al Regno tra i diversi rami della famiglia Saud. Il Paese, infatti, attraversa fin dal 2015 una congiuntura interna particolarmente delicata, dettata sostanzialmente dall’ambizione di Mohamed bin Salman. La sua repentina scalata al potere, che l’ha portato a essere nominato erede al trono appena 31enne nel 2017, è avvenuta in modo totalmente irrituale rispetto alle consuetudini del Regno. Sulla figura di bin Salman si incrociano il passaggio del potere che per la prima volta avverrebbe per via verticale (cioè dai figli ai nipoti di al- Saud) e l’estromissione chirurgica di tutti i suoi principali rivali presentata come campagna contro la corruzione.

Il fatto che ancora a marzo 2020, a 3 anni dalla prima opera di marginalizzazione dei rivali, bin Salman abbia dovuto ricorrere all’arresto di alcuni di essi (il principe Muqrin e l’ex Ministro dell’Interno Mohamed bin Nayef), testimonia quanto gli manchi il necessario consenso tra la famiglia regnante e quanto sia ritenuto possibile che, in caso di morte improvvisa del re, alcuni rami della famiglia tentino di impedire l’ascesa al trono del suo rampollo. A tutto ciò va aggiunta l’incertezza che circonda le riforme economiche e sociali promosse da bin Salman, che dipendono dal successo della diversificazione dagli idrocarburi e dall’evoluzione del rapporto con il clero wahhabita e gli strati più conservatori della società. In un quadro già così denso di incognite, dunque, è plausibile immaginare che il proseguimento di attacchi contro il Paese, come quelli provenienti di frequente dallo Yemen e diretti anche contro la capitale, a lungo andare possa danneggiare la legittimità di cui bin Salman ha bisogno per governare il Regno e portare avanti la sua agenda, o comunque costituire un’arma in mano a quelle fazioni interne che si oppongono all’affermazione del giovane principe.

Infine, un terzo fattore che può influenzare la postura saudita verso l’Iran è l’evoluzione dell’asse tra Riyadh e Abu Dhabi e la sua declinazione nei diversi contesti locali. Infatti, fin dal 2015 alcune delle principali mosse saudite nella regione sono state frutto di iniziative congiunte con gli Emirati. Benché supportate da ottimi rapporti personali, tali iniziative rispondono però ad agende e obiettivi strategici non sempre collimanti, anche nei confronti del comune rivale iraniano. Eventuali divergenze possono quindi aggiungere nuove variabili alla rivalità fra Teheran (o i suoi referenti nella regione) e Riyadh, costringendo quest’ultima a muoversi in un contesto in cui le è meno semplice dettare l’agenda e le priorità in totale autonomia. Ne è un esempio l’evoluzione recente del conflitto in Yemen, dove, come ricostruito in precedenza, una coalizione saudita ed emiratina combatte dal 2015 contro i ribelli Houthi, nel frattempo diventati un proxy iraniano. Nell’estate 2019, dopo mesi di avvisaglie, questa coalizione ha dato evidenti segni di cedimento, arrivando persino a scontri diretti tra le diverse fazioni e milizie yemenite appoggiate dalle due potenze. Ciò ha influito sulla sostenibilità della campagna militare, ma anche sull’avvio di una fase di revisione delle priorità e degli obiettivi della coalizione nel conflitto, in cui le istanze emiratine hanno avuto un peso maggiore che in passato. Su questo sfondo quindi va collocata la maggiore disponibilità di Riyadh a riaprire al dialogo con gli Houthi, che si è concretizzata in particolare a partire dai primi mesi del 2020.

Nel tracciare un bilancio, in base a quanto detto finora, appare chiaro che la rivalità tra Iran e Arabia Saudita continuerà a incidere profondamente sulle dinamiche e sugli equilibri dell’intera regione. Infatti, tutti i tradizionali presupposti di tale rivalità sono ancora presenti, se non addirittura acuiti da determinati sviluppi, ad esempio l’uccisione di Suleimani e il conseguente ciclo di rappresaglie che sta coinvolgendo l’Iraq e aumenta l’esposizione di Teheran. Al tempo stesso, pur nel pieno di una stagione di tensioni a livelli altissimi tra Iran e Arabia Saudita, va notato che non c’è mai stata una chiusura totale dei canali di dialogo. I tradizionali Paesi “mediatori” nelle dinamiche del Golfo, ovvero Oman e Kuwait, hanno continuato a utilizzare la loro diplomazia per evitare ulteriori escalation.

Dunque, cercando di delineare le possibili linee evolutive di questa rivalità, una prima tendenza da considerare è la sua estrema volatilità. Se da entrambe le sponde del Golfo emerge la volontà di evitare uno scontro diretto, aperto e protratto, nel calcolo di Riyadh e Teheran rientra anche la convinzione che tale scontro non sia realmente auspicato né considerato sostenibile da nessuna potenza, regionale e non. Nel valutare gli effetti delle loro azioni esterne, quindi, i due Paesi tengono conto di una sorta di “rete di protezione”, tale per cui nel momento in cui le tensioni dovessero raggiungere livelli realmente insostenibili sarebbe la diplomazia, e non la forza, ad avere comunque la meglio.

Nel prossimo futuro l’evoluzione del quadro regionale potrebbe portare ad un ulteriore innalzamento di questa volatilità. Infatti, una seconda tendenza nell’andamento della rivalità tra Iran e Arabia Saudita è quella di sfruttare in modo pressoché sistematico tutte le finestre di opportunità che si creano nella regione per espandere la propria influenza. Già a partire dai prossimi mesi, dunque, è probabile che tali finestre si moltiplichino. Diversi fattori concomitanti stanno infatti creando le condizioni per una forte destabilizzazione dell’intera regione mediorientale. Innanzitutto, la nuova crisi nel rapporto tra Stato e società, ormai emersa in modo conclamato con le ondate di protesta del 2018-2019 che hanno attraversato Libano e Iraq. Rispetto ai precedenti del 2011 e ad altre agitazioni di piazza avvenute nello scorso biennio in altri Paesi della regione, la caratteristica nuova di queste proteste è stata l’aperto riconoscimento, da parte dei manifestanti, della nocività del settarismo. Anzi, l’elemento settario è stato indicato da molte delle anime delle proteste come il vero bersaglio della loro critica. I manifestanti libanesi e iracheni, cioè, hanno messo in questione proprio quell’elemento etnico-religioso che sia l’Iran che l’Arabia Saudita hanno usato finora come binario principale della loro rivalità. Dunque, non si può escludere che, di fronte alla prospettiva di perdere il controllo tradizionalmente esercitato su determinati segmenti della società e della politica, Riyadh e Teheran optino per reazioni più muscolari e assertive. In secondo luogo, una fase di destabilizzazione potrebbe aprirsi con le ripercussioni sulla tenuta dell’economia e del patto sociale di una doppia sfida epocale: la pandemia del nuovo coronavirus e la crisi senza precedenti dei mercati del petrolio.

In un contesto del genere, il modello di influenza iraniano costruito negli ultimi quattro decenni presenta indubbiamente dei vantaggi competitivi rispetto ai vettori dell’azione esterna saudita. Ciò deriva dall’avere come referenti nei teatri locali degli attori asimmetrici (sulla carta, quelli meglio posizionati per sfruttare i fallimenti degli apparati statali). Questo vantaggio è però temperato dal fatto che molti dei proxy di Teheran sono ormai profondamente radicati nelle istituzioni e nel tessuto economico e potrebbero quindi a loro volta diventare bersaglio delle proteste. In più, lo status dei proxy iraniani oggi è ben più ambiguo che in passato, man mano che perde vigore la giustificazione della “resistenza contro Israele” che aiutava ad edulcorare l’interferenza di Teheran negli affari interni di altri Paesi. Tuttavia, Riyadh non sembra aver sviluppato finora gli strumenti adatti per trarre profitto dallo slittamento dei referenti iraniani dal polo rivoluzionario a quello reazionario e profondamente conservatore. Il Regno saudita in questi anni si è anzi premurato di appoggiare i protettori dello status quo e si trova quindi parimenti in difficoltà.

In ultima analisi, dunque, sussistono le condizioni per un’espansione della rete regionale di referenti iraniani anche in contesti inediti. Tuttavia, i legami di questa rete potrebbero essere meno solidi e duraturi rispetto a quelli maturati nei decenni passati, lasciando il passo a un rapporto più funzionale e meno ideologico tra Repubblica Islamica e referente locale. In ogni caso, un’eventualità del genere, con buona probabilità, non farebbe altro che esacerbare la rivalità tra Teheran e Riyadh e aumentare la polarizzazione nella regione. D’altronde, il basso costo di replicare un modello così ben rodato lo rende particolarmente adatto come strumento di proiezione in un contesto di maggiore instabilità economica e politica, rispetto ad un modello ben più rigido come quello saudita che dipende in larga parte dall’ampiezza della disponibilità finanziaria del Regno.

In più, il radicamento dei proxy iraniani “storici” nei contesti locali, così come il processo di “hezbollizzazione”, che ha raggiunto stadi diversi per i referenti di Teheran in Iraq e in Siria, innalzano il costo politico di un’azione contro questi attori. Non è un caso che le milizie sciite irachene, con l’avvio della stagione di proteste nell’autunno 2019, cerchino maggiore legittimazione mettendo in primo piano le credenziali di nazionalismo e antiamericanismo. Parallelamente, nel caso siriano, alla mancanza di una comunità sciita significativa nel Paese i referenti iraniani suppliscono presentandosi come tasselli imprescindibili dei costituendi apparati di sicurezza. Di queste dinamiche i sauditi sono obbligati a tener conto. Infatti, il contrasto ad essi tende ad avvicinarsi ad una destabilizzazione dell’intero Paese in cui essi operano, proprio in forza del loro ruolo sempre più centrale negli equilibri sociali, economici e politici. Tutti fattori che tendenzialmente rafforzano le ragioni strutturali alla base della rivalità tra Arabia Saudita e Iran. In questo senso, appare assolutamente probabile che anche nel prossimo futuro le due potenze continuino a muoversi secondo una logica a somma zero, contribuendo ad aumentare l’instabilità complessiva della regione.

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