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Che cosa succede in Mozambico

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Mozambico

In Mozambico, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, la più ricca della ex colonia portoghese, c’è nessun centro abitato, nessun’infrastruttura, nessun insediamento produttivo. L’articolo di Pietro Romano

Il Mozambico si sta aggiungendo al poco invidiabile elenco dei Paesi africani a rischio disintegrazione. Nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, la più ricca della ex colonia portoghese, nessun centro abitato, nessun’infrastruttura, nessun insediamento produttivo è ormai al sicuro delle incursioni dei gruppi islamisti e di loro probabili alleati.

TRA SAHEL, SOMALIA E IRAQ

Gli osservatori internazionali temono apertamente la nascita di un “nuovo Sahel” nell’Africa centro-australe o, in alternativa, di soluzioni somale/irachene con probabili ricadute sul regime di Maputo, la grigia e caotica capitale del Mozambico dove solo poche “oasi” ricordano la modernista Lourenco Marques dell’epoca coloniale.

La prima soluzione pare, al momento, la più probabile nel breve periodo. Il sisma per la governabilità di quest’altra (ampia) porzione dell’Africa Nera che ha per epicentro il nord-est del Mozambico, appunto la provincia de Cabo Delgado, potrebbe coinvolgere nella crisi dalla Tanzania meridionale al Malawi e allo Zambia. Mettendo a rischio significativi interessi economici e politici anche occidentali, soprattutto francesi.

Parigi è direttamente presente nell’area sotto i riflettori ma in particolare in quella limitrofa tra il Canal du Mozambique e l’Oceano Indiano, dove oltre alle Comore e alla Réunion controlla cinque isolotti, le Iles Eparses, e grazie a loro una immensa Zona economica esclusiva di circa 640mila chilometri quadrati, una superficie doppia di quella dell’Esagono (vedere box).

UNA CRISI MISCONOSCIUTA

La stampa internazionale si è accorta solo di recente di quanto sta succedendo in Mozambico. Tranne qualche servizio sui media francesi o portoghesi, e per ovvii motivi, si sapeva poco o punto di una insorgenza islamista, con le venature etniche che in Africa non mancano mai, nella provincia di Cabo Delgado. La tensione è salita fortemente a causa della scoperta nel territorio coinvolto di risorse naturali di alto valore economico. La provincia è la terza maggior riserva di gas naturale dell’intera Africa, dopo Nigeria e Algeria, e nel sottosuolo conserva rubini e bauxite, carbone e oro, fluorite e rame e uranio.

L’escalation di violenza è sospetta, però, per il settimanale nazionalista lusitano O Diabo. Il periodico, di solito molto bene informato sulle questioni africane e in particolare sulle ex colonie portoghesi, ritiene che dietro la rivolta islamista si nascondano interessi politici ed economici più complessi. Dietro agli efferati guerriglieri di Ahlu Sunna wal Jamaa – meglio conosciuti come Al Shabaab, in arabo “i giovani”, ormai anche affiliati allo “Stato islamico” – potrebbe celarsi l’ala uscita sconfitta dal braccio di ferro interno al Frelimo, il Fronte di liberazione del Mozambico di stretta osservanza comunista che prese il potere a Lourenco Marques quando i militari di sinistra andarono al governo di Lisbona nel 1975 e abbandonarono al loro destino le colonie lusitane d’Africa e Asia. Da allora, in sostanza, in Mozambico sono rimasti al potere senza soluzione di continuità i leader ex guerriglieri con famiglie, famigli ed eredi al seguito. Fino allo scontro di qualche anno fa che ha condotto all’attuale situazione con una parte dell’ex classe dirigente riparava all’estero, in Sudafrica perlopiù, ma intenzionata a tornare.

L’INSORGENZA DEL 2017

La regione di Cabo Delgado è a maggioranza di religione musulmana in un Paese dove gli islamici sono minoranza, ma questo non aveva creato problemi di convivenza fino a pochi anni fa. E’ solo nel 2017 che una piccola armata composta da mozambicani, tanzaniani, somali e fuoriusciti dalla regione dei Grandi Laghi ha preso le armi e ha cominciato ad attaccare obiettivi pubblici e privati: si contano ormai circa cinquecento iniziative sanguinose dall’inizio delle violenze.

In breve tempo, gli islamisti sono stati protagonisti di un’ascesa “folgorante”, come l’ha definita il quotidiano francese Le Monde. La crisi sanitaria, sociale ed economica ha aggravato una situazione nella quale povertà, analfabetismo, corruzione e violenza già la facevano da padrone. E ha rafforzato la guerriglia che, rapidamente e alquanto inspiegabilmente (a meno di credere alla versione de O Diabo), è riuscita a sopraffare a più riprese non solo le inadeguate truppe di Maputo ma anche i mercenari russi, ucraini e sudafricani messi in campo dal governo centrale a difesa di quest’area cruciale. Un’area dove, tra le numerose compagnie petrolifere presenti, emerge la francese Total interessata ad alcuni progetti in località Afungi per un ammontare complessivo di 23 miliardi di dollari. Progetti – per un valore complessivo calcolato in circa cento miliardi di dollari – che gli ultimi colpi della guerriglia islamista hanno, per ora, congelato.

DALLE FORESTE ALLE CITTA’

Dopo essersi “limitati” a mettere a ferro e fuoco i centri abitati minori che non li sostenevano, gli islamisti hanno alzato il tiro: nell’agosto 2020 hanno espugnato il porto di Mocimboia da Praia (dal quale sarebbero partite imbarcazioni cariche di materie prime per destinazioni ignote, più probabilmente per navi rimaste al largo), a fine marzo hanno preso il controllo di Palma, al confine con la Tanzania, una città di oltre 50mila abitanti, dove risiedono altrettanti operai, tecnici e uomini d’affari stranieri e dov’era il quartier generale di Total, rapidamente abbandonato. Non solo. Da Palma, assicurano comunicazioni governative, gli islamisti si sarebbero allontanati. Le principali società straniere presenti nell’area, però, non avrebbero ripreso l’attività. Nel mirino degli insorti ora ci sarebbero altre due importanti obiettivi: la città portuale di Pemba e il centro nevralgico interno di Muenda. Intanto i morti dal 2017 sarebbero arrivati ad alcune migliaia e a un milione i profughi (in uno Stato che conta meno di trenta milioni di abitanti) anche se fonti ufficiali diffondono numeri meno impressionanti. Entrambi i fronti, inoltre, sono accusati da alcune organizzazioni non governative di atrocità anche verso la popolazione civile.

SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO

La debolezza del governo centrale sta calamitando su Maputo interessi stranieri di varia natura e più o meno legittimi. Il Portogallo sta moltiplicando i sostegni alla ex colonia non solo per partecipare al (presumibile) dividendo garantito dallo sfruttamento delle risorse naturali di Cabo Delgado, ma anche per riconquistare un ruolo internazionale e per guadagnarsi la gratitudine della diaspora mozambicana. In asse con Lisbona c’è la Francia che nella crisi del Sahel sta godendo del sostegno dei portoghesi, tradizionalmente abituati a muoversi sullo scacchiere africano.

A livello continentale il Sudafrica si è offerto di aiutare militarmente il Mozambico ricevendo il diniego del presidente Filipe Nyusi. Trattative sarebbero in corso per costituire una forza multinazionale africana senza che per ora Nyusi si sia pronunciato. Maputo accusa il Sudafrica, velatamente per non inimicarsi il potente vicino, di ospitare gli oppositori all’attuale governo intenzionati a riprendersi il potere cercando l’appoggio, si sussurra, anche della Cina. E proprio dal Sudafrica si sarebbero diffuse le prime accuse di atrocità alle truppe messe in campo dal Mozambico, accuse smentite decisamente dal capo delle operazioni nella provincia di Cabo Delgado, il co-comandante generale Bertolino Kapitine.

La crisi ha suscitato l’interesse anche degli Usa. Società “a stelle e strisce” (una per tutte la ExxonMobil) stanno investendo, e molto più hanno programmato di investire, nella provincia di Cabo Delgado e non vorrebbero di certo trovarsi al centro di una rivolta secessionista. Washington ha ufficialmente dichiarato di aver posto sotto attenzione la situazione. Difficile, per ora, ipotizzare un coinvolgimento diretto delle Forze armate Usa. Al Pentagono starebbero studiando due possibili soluzioni. Una, di “tipo somalo”, prevede l’addestramento di militari mozambicani (ed eventuali alleati) con annessa fornitura di supporto aereo ravvicinato e di armamenti ed eventuali interventi militari mirati e circoscritti. L’altra, di “tipo iracheno”, prevede la costituzione di corridoi di sicurezza allo scopo di prevenire rischi su obiettivi sensibili, impianti produttivi, nodi infrastrutturali, centri abitati rilevanti.

 

BOX

A dimostrare quanto la Francia tenga alle Iles Eparses è stato l’attuale presidente transalpino Emmanuel Macron. Primo inquilino dell’Eliseo, il 23 ottobre del 2019, a sbarcare sulla ventosa e sabbiosa Grande Glorieuse, isola a circa 8mila chilometri da Parigi dove il capo dello Stato ha dichiarato, con solennità alquanto retorica, “Qui è la Francia, qui la nostra fierezza, qui la nostra ricchezza”. Una retorica giustificata dalla crescente arroganza del presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, nel rivendicare le isole ancora appartenenti alla Francia che circondano lo Stato malgascio. E questo nonostante il raddoppio degli aiuti che verso Antananarivo destina annualmente Parigi per contrastare il crescente interesse mostrato dagli emissari cinesi.

A Rajoelina agitare una “questione d’identità nazionale” di fronte al “cattivo ex colonialista” cade a fagiolo. Sulla Grande Ile si moltiplicano i traffici di ogni genere alimentati dalle ricche risorse naturali dell’isola e soprattutto da una corruzione, diffusa a tutti i livelli a cominciare dai più alti, che la gangrena e ne ha fatto il 149esimo Paese al mondo nella graduatoria sulla diffusione della corruttela di Transparency International e uno degli Stati più poveri del pianeta, dove un terzo della popolazione è minacciato perpetuamente dalla fame e dalla sete. Intanto, a esempio, un deputato vicino al presidente, condannato a cinque anni di prigione per malversazione aggravata, è libero di tornare in Parlamento dopo solo nove mesi. E non sconta un giorno di carcere l’alto burocrate colpevole della distruzione di 85mila ettari di foresta primaria (una ricchezza naturale per la quale il Paese riceve anche cospicui aiuti economici internazionali) destinati a colture intensive da una multinazionale asiatica. Nel frattempo la tensione sale e le manifestazioni nei principali centri abitati dell’isola si susseguono. A far crescere la rabbia lo stop quasi totale dei pagamenti pubblici e la distribuzione degli aiuti sociali legati alla pandemia da Covid, perlopiù arrivati dall’estero, quasi esclusivamente agli “amici degli amici”.

E’ davvero improbabile che la Francia ceda alle richieste malgasce. Il confronto per le Iles Eparses si inserisce nella crescente “marittimizzazione” dei rapporti di forza internazionali. Occupando pressocché un terzo di uno dei punti caldi del mondo la Francia può controllare una via d’acqua ad alta concentrazione di super-cisterne, porta-contenitori e mega pescherecci di altura, tradizionalmente definiti “navi tonniere”. Niente potrebbe convincere Parigi a un passo indietro. A meno che il governo di Antananarivo ceda alle lusinghe di Pechino e il confronto diventi franco-cinese.

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