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Che cosa succede davvero fra Lega e M5S su Tav, Savoini e Conte

di

I Graffi di Damato

 

Se l’intenzione, l’obiettivo politico vero del presidente del Consiglio, nella sua “informazione” al Senato su quella che Repubblica chiama “Moscopoli”, era davvero la dichiarata conferma della “fiducia intatta” al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, invitato tuttavia, insieme con tutti gli altri membri del governo, a “vigilare” meglio su amici, collaboratori e frequentatori, bisogna francamente dire che i grillini hanno clamorosamente boicottato Giuseppe Conte. Che, d’altro canto, non soddisfatto del tutto Salvini, apparso alla fine convinto pure lui dell’interpretazione di un suo “sbugiardamento” data del discorso di Conte da giornali come la già citata Repubblica e Il Fatto Quotidiano.

Per una protesta che per un po’ è sembrata a qualcuno motivata anche o soprattutto dalla decisione del presidente del Consiglio di sbloccare la realizzazione della linea ad alta velocità per il trasporto ferroviario delle merci dalla Francia all’Italia, la famosa Tav, i senatori delle 5 Stelle hanno in grandissima parte disertato la parte della seduta a Palazzo Madama dedicata alla “informazione” di Conte sui presunti tentativi compiuti a Mosca dal “signor Gianluca Savoini” ed altri per procurare alla Lega una sessantina di milioni di dollari di finanziamento con una cresta su un grosso affare petrolifero poi svanito.

Alla fine della discussione il capogruppo in persona del movimento grillino, Stefano Patuanelli, ha motivato in funzione antisalviniana l’assenza di gran parte dei suoi colleghi di partito, sottolineata con perizia in apertura del dibattito dall’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, eletto al Senato come indipendente nelle liste del Pd.

In particolare, Patuanelli si è pubblicamente lamentato dell’assenza di Salvini, oltre che del suo rifiuto di riferire personalmente al Senato, scaricandone l’incombenza su Conte. E gli ha contestato “superficialità” di comportamento, e implicitamente anche di scelta dei suoi collaboratori, uno dei quali – aveva riferito Conte parlando di Claudio D’Amico, consulente di Salvini per le questioni strategiche internazionali – aveva ripetutamente accreditato Salvoini, ora sottoposto ad indagini con altri dalla Procura della Repubblica di Milano per i suoi movimenti e la sua attività a Mosca fra l’estate e l’autunno dell’anno scorso.

Di fronte a questa presa di posizione del capogruppo grillino -c he ha praticamente vanificato la pur incompleta copertura fornita da Conte a Salvini, l’invito del presidente del Consiglio a tenere separati il piano politico della vicenda da quello giudiziario e infine la garanzia fornita sulla impermeabilità della politica estera del governo, autonoma dagli affari e dai rapporti dei partiti che lo compongono con formazioni estere – il capogruppo del Pd Andrea Marcucci non ha perso un attimo di tempo. Egli ha preso la parola sul cosiddetto ordine dei lavori, una volta esaurita la discussione, alla quale per il suo partito aveva partecipato con un intervento assai polemico Dario Parrini al posto del prenotato Matteo Renzi, per annunciare la presentazione di una mozione di sfiducia personale contro Salvini.

Di una mozione parlamentare di sfiducia contro il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno i renziani avevano parlato nei giorni scorsi alla Camera, fermatisi tuttavia di fronte all’obiezione del segretario del partito, Nicola Zingaretti, di fare un’autorete obbligando la maggioranza gialloverde a compattarsi. Ma il sostanziale boicottaggio di Conte condotto dai grillini al Senato ha riaperto, almeno a Palazzo Madama, la partita. Si vedrà con quali effetti in questa eterna vigilia di una crisi che nessuno ha il coraggio, alla fine, di aprire all’interno della maggioranza.

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