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Che cosa succede al contingente militare italiano in Iraq. Il Punto di Orioles

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Dopo l’atto di sfida degli Usa contro l’Iran, l’Italia innalza ai massimi livelli le misure di sicurezza non solo in Irak ma in tutti i teatri in cui schiera contingenti armati. Il Punto di Marco Orioles

Sarà la resipiscenza dell’impero a stelle e strisce per aver compiuto un atto di guerra – l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani – senza avvertire preventivamente tutte le province che, insieme a Washington, potrebbero pagarne il prezzo.

Sta di fatto che la telefonata fatta ieri dal capo del Pentagono Mark Esper ad una serie di alleati, tra cui Roma, era poco più che un atto dovuto. Nell’Iraq dove il drone Usa ha incenerito sei giorni fa il capo della forza Qods sono schierati infatti i soldati di numerosi Paesi che ora potrebbero rappresentare altrettanti bersagli per la furia vendicativa degli ayatollah.

Questo vale a maggior ragione per l’Italia, che alla Global Coalition contro l’Isis – il poderoso dispositivo militare messo in piedi nel 2014 da Barack Obama per rimettere nella bottiglia il genio jihadista e che è stato ereditato dal suo successore alla Casa Bianca – fornisce il contributo più numeroso in termini di uomini.

Sono poco più di novecento i militari italiani dislocati in quel teatro di operazioni. E se circa un terzo è al riparo in Kuwait, tutti gli altri si trovano nell’occhio iracheno del ciclone: 450 uomini a Erbil, nel Kurdistan, impegnati ad addestrare i peshmerga curdi; un centinaio a Kirkuk, nei pressi dei ricchi giacimenti petroliferi che fanno gola a tutti da quelle parti, e i restanti cinquanta nella capitale Baghdad, inquadrati in una task force che ha il compito di addestrare le forze di sicurezza irachene.

https://twitter.com/CentroStudiInt/status/1214952898074947584

Ebbene, nel fuggi fuggi generale che si è innescato da quelle parti dopo il micidiale raid Usa e le furiose minacce di ritorsione da parte della Repubblica Islamica  – dopo la notizia della sospensione di ogni attività da parte della Global Coalition, è arrivata quella del temporaneo disimpegno dei militari di Germania, Canada e Croazia – l’Italia sembra voler costituire un’eccezione.

Nell’ambito di un colloquio che è stato definito “articolato e franco”, il ministro italiano della Difesa, Lorenzo Guerini (Pd), ha infatti comunicato al collega americano che l’Italia non intende smobilitare e, dunque, che non ci sarà alcuna interruzione “della missione e degli impegni presi con la coalizione”. Una decisione che Esper definirà “importante” nel successivo tweet partito dal suo account.

Nel mentre annunciava questa lieta novella al Segretario alla Difesa Usa, il nostro ministro rendeva tuttavia noti i “piani di contingenza” che lo Stato Maggiore del nostro Esercito ha attivato “per la salvaguardia del personale impiegato”.

Si tratta, in particolare, dello spostamento verso zone più sicure di “alcune decine” dei militari tricolore di stanza nel compound americano Union 3: una base che, trovandosi nel centro di Baghdad, a pochi passi dall’ambasciata Usa, è tra le principali candidate a trovarsi nel bel mezzo del fuoco della Repubblica Islamica e dei suoi alleati.

Fonti di stampa facevano sapere ieri che ad essere trasferiti saranno in prevalenza unità dei carabinieri, cui si aggiungeranno alcuni soldati dello staff del comandate del nostro contingente, generale Paolo Attilio Fortezza.

Misure cautelative, dunque, che non annullano comunque l’impegno del nostro Paese al fianco degli Usa in una missione che, come ha sottolineato Guerini, si prefigge di garantire “la stabilità della regione e dell’Iraq”. L’Italia – è il messaggio che il ministro Dem ha voluto consegnare al suo collega – condivide “la necessità di mettere in atto ogni sforzo per preservare i risultati della lotta a Daesh conseguiti in questi anni”.

Nessun arretramento, insomma, da parte dell’Italia. Che tuttavia, attraverso il nostro ministro, ha voluto esprimere delle larvate rimostranze al potente alleato d’oltreoceano, invitandolo “alla moderazione, al dialogo ed al senso di responsabilità” – che è un po’ come dire che quel missile scagliato sul corpo di Soleimani potevano risparmiarselo, considerate le possibili conseguenze e chi – leggi: i militari di paesi terzi – vi potrebbe andare incontro.

La critica di Roma raddoppia, anzi, quando il nostro protettore viene esortato a coordinarsi in futuro con noi per “poter continuare l’impegno della coalizione anti-Daesh all’interno di una cornice di sicurezza per i nostri militari”. Anche qui la traduzione è presto fatta: basta colpi di testa e atti forsennati che poi ricadono – come i missili che le milizie irachene pro-Teheran hanno promesso di scagliare contro le basi che ospitano truppe straniere – sulle teste dei nostri militari.

Roma striglia Washington, infine, anche perché sembra dimenticarsi di un dettaglio del quale Guerini ieri ha rinfrescato la memoria di Esper. “Con circa 1000 uomini in Irak, oltre 1000 in Libano nella missione Unifil e poco meno di 1000 in Afghanistan – ha precisato il titolare della Difesa – l’Italia è fra i Paesi più impegnati per la stabilità della regione”.

Ne discende, pertanto, una questione di metodo nelle relazioni tra alleati che Guerini ha sintetizzato così: bisogna “far fronte in maniera coordinata agli sviluppi futuri” se vogliamo che un impegno militare così gravoso e irto di rischi per Washington, Roma nonché per tutti gli altri partner  si dispieghi in “una cornice di sicurezza per i nostri militari”.

E giacché ora, dopo l’atto di sfida degli Usa contro la Repubblica Islamica, l’Italia è stata costretta ad innalzare ai massimi livelli le misure di sicurezza non solo in Irak, ma in tutti i teatri in cui schiera contingenti armati – si segnalano in particolare rigidi controlli all’ingresso delle basi e severe limitazioni alle uscite dei soldati – ecco che il soldato Guerini, con il sorriso tra le labbra ma anche il ditino alzato, spedisce a Washington un messaggio chiaro: se siete in procinto di scatenare la terza guerra mondiale, ricordate che in mezzo ci saremo anche noi.

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