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Che cosa si dice nel centrodestra su premiership e collegi

Salvini

Tesi e discussioni tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia in vista delle elezioni del 25 settembre. La nota di Paola Sacchi

 

Una leadership per tre. Eppure su chi sarà il candidato premier la “quadra” per dirla alla Umberto Bossi – omaggiato l’altra sera con un applauso da Matteo Salvini sul palco della festa leghista di Domodossola – il centrodestra è obbligato prima o poi a trovarla. Appuntamento per un vertice probabilmente mercoledì prossimo alla Camera o al Senato. Non più nella residenza di Silvio Berlusconi, ma in quella “sede istituzionale”, che aveva chiesto Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia.

Meloni, forte del vento in poppa dei sondaggi, non deflette: per la leadership e i collegi devono valere le regole di sempre. E cioè è candidato premier della coalizione chi avrà preso più voti, per i collegi si decide sulla base dei sondaggi. Ma mentre FdI preme perché il centrodestra dia subito l’indicazione agli elettori su chi guiderà Palazzo Chigi in caso di vittoria, Forza Italia chiede che si decida dopo il voto, mentre la Lega si dice d’accordo con la regola per cui la forza politica che ha un voto in più avrà “l’onore e l’onere” di indicare il premier.

Salvini però, pur trovandosi d’accordo sulla vecchia regola con Meloni, in sostanza è per l’indicazione della premiership dopo il risultato elettorale. Il “capitano”, infatti, non sembra affatto rassegnato al passaggio di “consegne” come ex primo partito, dopo il prezzo pagato in termini di consensi per la partecipazione al governo. E alla festa leghista scalda i suoi: “Noi torneremo ad essere il primo partito, non potevamo che entrare al governo in quel momento drammatico per la pandemia. Ma noi siamo qui, con la forza del nostro popolo, i volontari delle feste. E non saremmo qui senza Bossi, che ha resistito a tutto. La Lega è una strana bestia, contrariamente a quanto hanno scritto, siamo gli unici ad essere usciti compatti dalla crisi di governo”.

Evidente che ora l’obiettivo di Salvini è riconquistare i consensi perduti a vantaggio di Meloni. La quale non si trova più nella posizione di unica opposizione. E contro-attacca rispetto alle accuse di “neofascismo” anche da parte del New York Times, rilanciate dal quotidiano La Repubblica: “È ripartita la macchina del fango contro di noi. Ma non ci fermeranno”. Ignazio La Russa, vicepresidente del Senato: “Chiediamo non cambino le regole né sui collegi né su come si sceglie un candidato: chiediamo pari dignità e che o si vince insieme e si perde insieme: non deve mai più succedere che il centrodestra accetti di stare con i 5 stelle o con il Pd. Non c’è ancora un accordo di centrodestra. Ma non c’è neanche il tempo di cambiare le regole, altrimenti sarebbe un aiuto alla sinistra”.

La trattativa deve partire anche sui collegi: FdI ritiene che il partito valga il 50% della coalizione nei sondaggi e che si debba partire da questo dato, le altre forze politiche della coalizione ribadiscono che non si dovranno considerare solo i sondaggi ma che ci dovrà essere una media ponderata dei risultati delle ultime Politiche e delle Europee.

“Gli italiani hanno capito chi sono i veri responsabili della caduta del Governo. Ora continuiamo a lavorare per portare Forza Italia e il centrodestra alla guida del Paese”, rilancia il coordinatore nazionale azzurro Antonio Tajani.

Sull’ipotesi che il premier lo faccia proprio lui, con un altissimo curriculum in gran parte made in Europa, starebbe premendo il Ppe, di cui lo stesso Tajani è vicepresidente. Ma è un’ipotesi che non può entusiasmare FdI. Il numero due di Berlusconi in un’intervista a Paola Di Caro del Corriere della sera si è schermito e pur dicendo di essere a disposizione se gli verrà chiesto, ha tenuto a precisare: “Io sono un soldato”.

Non è una risposta di rito. Corrisponde tutta alla storia di Tajani, la cui regola è stata sempre quella di un passo indietro rispetto al Cav, senza le fughe in avanti di altri, che in questi giorni hanno abbandonato FI, e di fare il paziente tessitore dell’unità della coalizione. Tajani è cofondatore di Forza Italia, primo portavoce di Berlusconi premier nel 1994, paziente tessitore anche lì, insieme con Gianni Letta, dell’unità della compagine governativa. Tajani era pure alle prese con un brillante ma anche esuberante Giuliano Ferrara che, oltre che ministro per i Rapporti con il parlamento, era anche portavoce di tutto l’esecutivo. Quel governo durò pochi mesi. Tajani combatté un’altra sfida, quella per fare il sindaco di Roma. Non vinse, ma raggiunse la ragguardevole cifra dell’oltre 40 per cento contro Walter Veltroni e la sua potente macchina da guerra. Poi Bruxelles, commissario più volte, in Spagna gli hanno anche dedicato una via per aver salvato un’importante fabbrica. Infine, presidente del PE. Fece con quell’alto incarico un gesto di coraggio, recandosi, in visita ufficiale in Tunisia, a omaggiare a Hammamet la tomba di Bettino Craxi. “Esilio immeritato”, disse con nettezza l’allora presidente dell’Europarlamento. Che sul fronte italiano ha sempre tenuto un rapporto unitario sia con Meloni sia con Salvini, nel solco dello storico asse tra Arcore e Via Bellerio.

Salvini, dal canto suo, dopo essere stato trainante per tutto il centrodestra con importanti risultati alle Regionali e altre elezioni amministrative, in una fase difficile per Forza Italia, dopo l’estromissione di Berlusconi dalla politica, con la decadenza da senatore, non recede rispetto all’obiettivo di tornare ad essere il primo partito e il candidato premier. E questo dopo le elezioni mancate del 2019 quando staccò la spina a quello stesso Giuseppe Conte, “vero responsabile con il Pd della caduta del governo Draghi”, hanno rimarcato sia Berlusconi che il leader leghista. Nella Lega già si scaldano i motori in vista di Pontida, il 17 e 18 settembre, proprio l’ultimo weekend prima del voto del 25. Il rischio astensionismo c’è, visto che sarà di fatto ancora estate. E, ha denunciato Salvini, “Si andrà a votare anche stavolta un giorno solo, solo di domenica, non più lunedì, come invece era sempre stato”.

La stessa cosa è accaduta, nonostante le richieste di Lega e FI, per i referendum sulla giustizia e le Amministrative. Ma ora il centrodestra dovrà trovare la quadra sulla premiership. Con il rischio però che se si affrontano prima le pur importanti formule e poi i contenuti del programma si potrebbe dare un assist al Pd, per il quale il campo largo si è fatto stretto. E ora annuncia Enrico Letta un molto frastagliato fronte da Roberto Speranza di Leu all’ex forzista Renato Brunetta.

Stesse idee, per esempio, sulla giustizia e anche sulle tasse? Misteri di manovre che, però, disegnando un bipolarismo Letta-Meloni, è ovvio che tentano di stressare la discussione in atto nel centrodestra sulla leadership.

E sullo sfondo già si sente il rischio di quel mix di anti-berlusconismo, anti-salvinismo e anti-melonismo che la sinistra in difficoltà potrebbe cavalcare

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