Mondo

Che cosa serve all’Italia. L’analisi di Polillo

di

L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Che fine ha fatto l’Italia moderata? Quella della ragionevolezza, del “progresso senza avventure”: cavallo di battaglia della vecchia Dc, dei compromessi necessari per mandare avanti la baracca. Niente di “storico”, ma un’attenzione permanente nel limitare il danno, quando non strettamente indispensabile. Non esiste più. Scomparsa nelle brume di una crisi, che nonostante le promesse, è destinata a trascinarsi. Almeno fin quando non si avrà la capacità di leggerne la matrice effettiva e su questa base individuare le necessarie terapie.

La ricerca, un po’ affannosa, di questo possibile centro gravitazionale appassiona più le élites intellettuali, che non i politici di mestiere. Cui premono cose molto più concrete ed immediate. Eppure gli interrogativi di Michele Salvati, su Il Corriere della sera, meritano una riflessione, non necessariamente di sinistra. Anzi. E li meritano nella consapevolezza che l’Italia sta vivendo una transizione senza approdo. In un suo destino ormai rattrappito, mentre tutto intorno c’è vita e voglia di fare.

Il primo interrogativo è se, nella situazione attuale, si può essere ancora moderati? Nel senso di conservatori. Appartenendo ai winner (coloro che hanno tratto beneficio dalla globalizzazione), indubbiamente: sì. Il grande successo della Lega, nelle aree del nuovo sviluppo del Nord, si spiega così. Siamo pronti a scommettere che, alle prossime elezioni regionali di fine anno, cadrà anche l’Emilia rossa: santuario storico della sinistra, ma anche uno dei motori di quella crescita straordinaria. Ma i loosers, quella restante parte del ceto medio, oggi travolto dalla crisi, quella grande maggioranza del popolo italiano, continuerà a seguire, come la sussistenza? o non cercherà altre strade? Più che conservare strutture che li escludono, essi cercheranno di riformarle, per cercare di recuperare quanto finora perduto.

Ed ecco allora una prima risposta: moderatismo, no; riformismo, sì. La prima opzione era potabile quando il sistema economico italiano marciava con un passo lento, se si vuole, ma in progress. Con un ascensore sociale che lasciava sperare, se non promettere. Poche le grandi crisi all’orizzonte: quelle del 1964 (nascita del centro sinistra). Quella del 1973 (la crisi petrolifera). Quella degli inizi degli anni ‘80 (avvio del processo di globalizzazione). Quella del ‘92 (crollo della lira). In ogni caso piccole battute d’arresto: risolte, seppur con sacrifici, in un arco temporale limitato. Mai più di un anno, un anno e mezzo. Nulla a che vedere con quella del 2007/08, che, a distanza di oltre dieci anni, ancora brucia sulla pelle degli italiani.

Gli elettori sono stati lesti nel comprendere la lezione. Né il centro destra né il centro sinistra erano in grado di dominare gli eventi. Le loro promesse, armi spuntate. Ed hanno scelto il “nuovo” (Lega e 5 stelle) nella speranza che bastasse un cambiamento di ceto politico per imboccare una nuova strada. Al momento, una grande delusione. Il governo del cambiamento altro non ė che il governo della continuità. Le politiche, salvo piccole varianti, sono rimaste le stesse. Sotto l’usbergo di Mario Monti. Lo abbiamo scritto ed ora lo abbiamo ritrovato, nell’analisi di Carlo Cottarelli.

Colpa dell’Europa? Giustificazione debole. La maggior parte dei Paesi membri si colloca tra i winner. Non a caso, l’Italia è maglia nera, quanto a ritmo di sviluppo. Paesi, in precedenza in sofferenza, coma la Spagna o il Portogallo, sono usciti dalla crisi. La stessa Grecia, dopo il grande cataclisma, guarda con più fiducia al proprio futuro. Ciò che a questi “moderati” interessa è che l’Italia, con le sue stravaganze programmatiche, non diventi l’epicentro di una nuova crisi, destinata a contagiare i propri vicini. E quindi si comportano di conseguenza.

Sarebbe quindi ingenuo spettarsi aiuto d’Oltralpe. Compito degli italiani tutti è individuare quel progetto che consenta veramente quel rinnovamento promesso, ma anche immediatamente tradito. Opera indubbiamente complicata, data la presenza di posizioni identitarie che impediscono di scorgere “l’essenza nascosta delle cose”. Vecchio pallino di Platone, da molti considerato il capostipite dei nemici della “società aperta”, come diceva Karl Popper. Ma nel mondo di oggi, dove il ritmo dell’innovazione sembra aver travolto la barriera del tempo e dello spazio, bisogna avere il coraggio di cercare con la lanterna di Diogene. Considerando provvisori anche certi grandi insegnamenti del passato.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati