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Che cosa sarebbe giusto festeggiare il 2 giugno. Il pensiero del prof. Ocone

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

Il 2 giugno è la Festa della Repubblica, cioè la festa nazionale italiana. Ma cosa propriamente celebriamo, o meglio cosa sarebbe giusto celebrare? Ciò che comunemente si fa è ricollegare la festa alla sua data, che è quella dell’evento che sancì la nascita della Repubblica nel 1946: il referendum popolare. In quell’occasione, gli italiani punirono le scelte scellerate della monarchia sabauda e scelsero la forma istituzionale su cui si sarebbe in futuro svolta la loro storia nazionale (oltre ad eleggere i deputati alla Costituente).

A mio avviso sarebbe più giusto legare però l’evento a elementi spirituali: celebrando i valori che sono richiamati dai termini di Patria, Nazione, Stato, Libertà. I quali, in verità, possono esprimersi in una Monarchia non meno, e in alcuni casi forse anche più, che in una Repubblica. Tanto che non è certo un caso, ed è anzi elemento da tenere in debita considerazione, che i due Padri del liberalismo italiano, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, fecero propria la scelta monarchica, salvo poi accettare rispettosamente la scelta repubblicana del popolo (con Einaudi che sarebbe divenuto addirittura, alquanto paradossalmente, il primo presidente della neonata Repubblica).

Patria, Nazione e Stato sono tre concetti che hanno avuto scarsa o poca fortuna nel dopoguerra italiano e che è giunto ora il momento di riabilitare. Chi si è richiamato ad essi è passato per un uomo non al passo coi tempi nel migliore dei casi, un “fascista” nel peggiore. Nulla di più sbagliato, anzi è forse vero il contrario.

Il fatto è che l’ideologia italiana, al pari in qualche modo della nostra politica e della nostra società, si è plasmata sotto il predominio di due forze che si richiamavano l’una, quella comunista, ai valori internazionalisti del marxismo (e che di fatto era asservita ai diktat di una nazione esterna); l’altra, quella democristiana, seppure solo in parte, a una visione ecumenica e moralistica della religione.

Anche l’ideologia dirittistica che si è fatta forza in seguito, in particolare con l’evoluzione postmarxista della sinistra e con la rivincita postuma della cultura azionista, ha tenuto in spregio tutto ciò che concerneva la dimensione comunitaria, il campo dei doveri, la tradizione. Ci si è dimenticati che la stessa libertà che non si incarna in una comunità è astratta, vuota, tesa a contraddirsi.

Ci si è potuti fare beffa del concetto di “interesse nazionale” e dispregiare, ad esempio, tutto ciò che riguardava la difesa e le forze armate perché si era convinti che noi vivessimo in pace, non perché ci fosse chi per noi si occupava di difenderci (in primo luogo gli Stati Uniti e l’Alleanza Atlantica), ma semplicemente per i buoni sentimenti che ci animavano. Quelli, ad esempio, che si riteneva fossero stati propri dei “partigiani della pace”, cioè degli “utili idioti” che avevano servito agli interessi del blocco di potere sovietico subito dopo la guerra.

In queste condizioni non poteva certo maturare nelle coscienze un senso dello Stato, cioè dell’interesse comune, e nemmeno l’amore per la cosa pubblica, i quali in verità per motivi storici non avevamo mai avuto molto corso nella storia patria. La corruzione, l’illegalità, il disprezzo delle regole comuni, sono maturate in questo orizzonte piuttosto che, come vuole la cultura azionistica e la vulgata dominante, in quello di una nostra atavica e presunta “inferiorità morale”.

Non so se mai sarà possibile riportare in onore i concetti e le idee che dovrebbero stare dietro a una festa nazionale, né se il 2 giugno sia la data più indicata per farlo. Ritengo però che sia su questo punto che si giochi il nostro futuro democratico e di libertà. Se il “sovranismo”, tanto negletto e così poco compreso, dovesse servire almeno a creare le condizioni affinché ciò accada, esso potrebbe essere considerato dagli storici di domani come una manna provvidenziale e salutare piovutaci all’improvviso dal cielo.

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