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Che cosa può insegnare Weber a politici e Chiesa anche sull’immigrazione

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e autore del recente saggio “La cultura liberale – Breviario per il nuovo secolo”

Qualche giorno fa Roberto Esposito ha ricordato, sulle colonne di Repubblica, l’anniversario dell’importante discorso su La politica come professione che Max Weber tenne a Monaco di Baviera il 28 gennaio 1919. È passato giusto un secolo da quel discorso, ma a ben vedere si può dire che sia passato soprattutto “il” secolo.

E’ nelle categorie e nella temperie spirituale del Novecento, infatti, nella sua “crisi”, che esso si collocava pienamente. Ciò che all’autore premeva affermare era, da una parte, il carattere di autonomia della politica, dall’altra la sua imprescindibilità per l’essere umano.

D’altronde, l’autonomia della politica faceva tutt’uno, nella concezione di Weber, con l’autonomia della cultura, che egli aveva perorato e celebrato un anno prima in un altro memorabile discorso monachese, quello intitolato La scienza come professione.

I due magistrali interventi vanno letti insieme perché insieme delineano una visione del mondo molto classica, europea e occidentale: quella fondata sulla distinzione e (parziale) autonomia dei modi di pensiero e delle attività umane.

Proprio il Novecento però si sarebbe di lì a poco sbarazzato dell’arte e della fatica della distinzione, con i totalitarismi ma anche spesso nel suo coté democratico, in nome di visioni monocentriche dell’uomo, della vita, del mondo e della realtà. In pochi hanno resistito, di fronte a un mondo sempre più complesso, alla tentazione della reductio ad unum, o se preferite della semplificazione e banalizzazione della realtà.

In pochi, soprattutto, hanno accettato il carattere tragico, nel senso etimologico e non pessimistico-nichilista, della vita: la contraddittorietà, inconciliabilità, irresolubilità, dei momenti che la costituiscono e la fanno, appunto, vita, cioè per noi auspicabile proprio in questa sua nuda realtà. E’ chiaro che a fare le spese di questa tendenza all’uno è stata la politica, la sfera del conflitto, della mediazione, della tensione per antonomasia: cioè quell’attività umana che più si avvicina al carattere sempre in tensione o dialettico della vita stessa.

Alla politica è stato perciò assegnato il compito di affermare un’idea, cosa che essa assolutamente non può fare; di realizzare un’etica o di risolvere le contraddizioni e raddrizzare il mondo e l’uomo; di ritirarsi e lasciar spazio all’economia o alle forze impersonali del mercato; di ridursi a pura amministrazione magari con il supporto di un algoritmo o di tecnici e “competenti”; ecc. ecc.

Un’opera di spoliticizzazione che Weber, nel suo discorso, sembra intravedere e che condanna resolutamente. “Il genio o il demone della politica e il dio dell’amore, anche il dio cristiano nella sua forma ecclesiastica, vivono in un intimo contrasto, che in ogni momento può trasformarsi in un conflitto insanabile”. Bisogna prenderne atto, senza pensare di ridurre il conflitto.

La stessa distinzione fra l’etica della responsabilità, che deve contraddistinguere per Weber l’azione dell’uomo politico, e quella della convinzione, si inserisce in questa consapevolezza della “tragicità” della vita, fatto di un inscindibile impasto (per usare il suo linguaggio) di forze benigne e forze diaboliche.

Alla vita in genere sono essenziali i profeti e gli uomini di chiesa (weberianamente intesi nel senso più lato possibile) così come i politici: il vero “male” sorge quando gli uni vogliono sostituirsi agli altri o vogliono semplicemente che gli altri non agiscano.

Forse, a ben vedere, il discorso di Weber sembra dire qualcosa anche ai nostri problemi attuali, ad esempio a quello fra fautori e contrari dell’accoglienza degli immigrati “senza se e senza ma”.

Tanto più che egli, nel suo discorso, ricorda con adesione d’animo quel passo delle Istorie fiorentine in cui Machiavelli fa lodare come eroi ad uno dei suoi protagonisti coloro che antepongono la salvezza della città a quella della propria anima.

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