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Che cosa penso della Commissione contro l’Odio. Il pensiero di Ocone

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

Il frastuono suscitato dall’astensione delle forze di centrodestra sulla proposta di istituire una Commissione parlamentare contro l’Odio ci dice alcune cose essenziali sull’Italia di oggi: l’impossibilità in politica di ragionare sul merito delle questioni, voglio dire indipendentemente dai significati che esse assumono nel piccolo cabotaggio tattico quotidiano; la conseguente difficoltà di portare avanti nel discorso pubblico un ragionamento liberale, che di per sé non si presta a semplificazioni, senza essere aggrediti o strumentalizzati.

La persona più in buona fede in tutta questa vicenda è proprio la senatrice a vita Liliana Segre, con la quale sarebbe opportuno che, senza rumori in sottofondo, potesse il liberale dialogare e mettere serenamente sul tavolo le sue contro argomentazioni. La mia impressione è che nella vicenda sia avvenuto questo: da una parte, certi settori della sinistra, strumentalizzando la senatrice, hanno voluto tendere un “trappolone” alla destra sia per prendersi una rivincita sul terreno morale di certe débacles elettorali sofferte ultimamente sia per nascondere la propria debolezza politica in sede governativa. D’altronde, proprio su questa presunta “morale”, la sinistra trova oggi un elemento internamente non divisivo, e quindi in qualche modo identitario.

Non credo però che siano sincere sino in fondo neanche le giustificazioni “liberali” che la più parte della destra ha dato ad una astensione che era, piuttosto che il frutto di una presa di posizione ideale, una risposta tutta politica alla sfacciata strumentalizzazione in atto. La quale veniva, confermata, fra l’altro, dalla protervia con cui venivano negate alcune modifiche al testo nelle sue parti più ideologiche. Lasciata col cerino acceso in mano, la destra non poteva probabilmente fare altro che quello che ha fatto: astenersi.

Tuttavia le motivazioni addotte mi sono sembrate, come dicevo, posticce. E ciò per il semplice fatto che la cultura liberale in Italia non è di casa, né a destra né a sinistra. Che sia la mentalità liberale minoritaria è anche forse comprensibile, essendo essa controintuitiva come dimostrano proprio occasioni come questa. Prendiamo le parole di Segre: “Sono al Senato per caso, ci sono arrivata a 88 anni, non ho mai fatto politica e ragiono in termini etici e morali. Mi sono rivolta alle coscienze, pensavo che una commissione contro l’odio dovesse essere accettata da tutti. Mi sembrava quasi banale”. In questa frase c’è molto più di quanto sembri. Intanto, è quasi come se la senatrice si rendesse conto di essere stata strumentalizzata, quasi “giustificandosi” di essere stata “ingenua”: non aveva voluto affermare altro che un principio tanto elementare in punto di etica da essere persino “banale”. D’altronde, chi se non un “mostro” può dire che sia giusto fomentare l’odio, l’intolleranza, la xenofobia, il razzismo…?

Ma ciò è vero in punta di etica. In punta di politica, che è l’attività che Liliana Segre, senatrice “per caso”, sottolinea di non aver mai fatto, bisogna tener sempre presente, al contrario, la nota massima che dice che le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Si può in effetti dire che affidare i temi etici ad una commissione di politici, con il compito di elaborare soluzioni e proposte legislative, porta quasi inevitabilmente alla delegittimazione morale dell’avversario politico, che diventa perciò un “nemico” da eliminare.

L’istituzione di una commissione siffatta, detto altrimenti, mette in mano ai politici una questione che dovrebbe essere di pertinenza degli educatori, dei confessori, dei maestri di morale e, infine, anche degli uomini di legge ma solo nella misura in cui si configura un reato. La politica è il luogo del conflitto, che deve rappresentare e conciliare e provare a risolvere, non può essere la promotrice di un “ordine” che, seppur in modo parziale e imperfetto come è proprio delle cose umane, si realizza per altre vie e in modo “spontaneo”. L’etica politicizzata è sempre di parte, e quindi non è più etica.

Ciò che sembrava intuitivo e “banale” si mostra così controintuitivo e persino paradossale. La controprova per paradosso di questa linea di ragionamento è in una semplice constatazione: che forse i deportatori della senatrice Segre si sarebbero opposti alla istituzione in seno al Terzo Reich di una commissione per combattere l’odio, una “commissione di salute pubblica”? No di certo, ma per loro chi odiava e metteva a repentaglio le “sane” tradizioni e la cultura e l’identità tedesche erano proprio gli apolidi e “plutocratici” ebrei. I quali andavano pertanto, in quanto tali, asportati dal corpo sociale così come chirurgicamente si asporta un cancro. Le politiche immunitarie o immunizzanti possono cambiare segno ma restano sempre tali. Illiberali.

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