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Che cosa non va a Bruxelles sul Recovery Plan secondo il Financial Times

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L’articolo di Giuseppe Liturri

 

Quando si muove l’editorial board del quotidiano britannico, significa che la vicenda è della massima importanza. Qui si parla del tempo necessario per consentire un idoneo controllo sui meccanismi di spesa. È necessario raffinarli ex-ante perché sono ben note le difficoltà che gli Stati membri incontreranno per soddisfare le gravose condizioni imposte per ricevere i fondi. Ed allora meglio perdere del tempo in questa fase, per evitare di rincorrere debitori indisciplinati in futuro. Nel frattempo (e chissà per quanto) gli Stati (Italia e Spagna fra tutti) possono spendere emettendo debito nazionale. Se ci fosse chi ha ancora dubbi circa la vera natura del Recovery Fund, con questo articolo potrebbe cessare di averne.

[Articolo tratto dal Financial Times]

È passato quasi un anno da quando il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno spinto con forza l’idea di un fondo per la ripresa finanziato dal debito dell’UE.

Quell’intesa ha aperto la strada a un accordo, due mesi dopo, tra tutti i 27 membri dell’UE per dotare il blocco per la prima volta di uno strumento di emergenza in deficit come strumento di gestione macroeconomica.

È stato un coraggioso passo avanti nell’integrazione dell’UE, compiuto con notevole rapidità per un’organizzazione nota per spostare solo il problema più avanti nei periodi di crisi. È stato inoltre un riconoscimento della gravità dello shock economico derivante dalla pandemia e dei suoi effetti particolarmente dannosi sui paesi dell’Europa meridionale.

Diversi paesi dell’UE devono ancora ratificare la cosiddetta decisione sulle “risorse proprie”, che prevede l’emissione di debito comune che è alla base del programma. Molti Paesi non sono riusciti a rispettare la scadenza del 30 aprile per la presentazione dei piani di spesa accompagnati dagli impegni ad attuare le riforme economiche. La Commissione europea impiegherà due mesi per esaminare le proposte di ciascun Paese.

Bruno Le Maire, ministro delle finanze francese, la scorsa settimana si è lamentato del fatto che l’UE ha perso troppo tempo dopo l’accordo politico iniziale. Ha già rischiato di finire fuori strada nella corsa con l’economia statunitense già in forte espansione e la Cina che ha già riguadagnato il suo livello di produzione pre-crisi. L’Europa sta certamente soffrendo nel confronto transatlantico dato l’enorme stimolo fiscale che l’amministrazione Biden ha fatto passare al Congresso in tempi rapidi.

Gli europei, tuttavia, contestano comprensibilmente il fatto che i confronti debbano venir effettuati in base alle dimensioni, sottolineando la scarsa rete di sicurezza sociale degli Stati Uniti. Inoltre, per l’UE sarebbe stata necessaria una grande quantità di tempo per mettere in atto un’innovazione istituzionale come questa e per soddisfare le inevitabili condizioni legate a un fondo da 750 miliardi di euro, gran parte dei quali saranno elargiti in sovvenzioni.

L’insistenza della Commissione sulla destinazione del denaro dell’UE verso digitale e green è probabilmente la causa dell’irritazione diffusa proveniente dalle capitali nazionali. Bruxelles sta anche spingendo i Paesi ad adottare riforme economiche e amministrative per contribuire ad aumentare la crescita e migliorare la sostenibilità fiscale a lungo termine, come concordato la scorsa estate. Alcune capitali sostengono che queste riforme siano irrilevanti per la ripresa. Anche se ogni anno sottoscrivono questi obblighi nell’ambito di un processo di revisione economica dell’UE, privo però di sanzioni.

La Commissione deve definire in anticipo il maggior numero possibile di questi impegni per investimenti e riforme, deve inoltre specificare in maniera più chiara come sospendere i pagamenti ai governi che non si conformano e garantire che gli organismi di controllo nazionali siano solidi. Bruxelles non avrà le risorse per gestire a livello micro questo programma una volta che i soldi inizieranno a fluire. Sarebbe un disastro per l’UE se fosse speso male. Il piano dell’Ungheria, ora abbandonato, di utilizzare i fondi per le sue nuove fondazioni universitarie, imbottite di amici del governo, mostra quali potrebbero essere i rischi.

I governi che hanno bisogno di stimolare le loro economie a breve termine ora possono prendere in prestito per spendere, utilizzando lo spazio fiscale che il recovery fund ha offerto loro. La Spagna e l’Italia lo stanno già facendo. È meglio che Bruxelles si prenda tutto il tempo necessario per far funzionare bene il fondo.

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