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Che cosa fa Conte mentre Pd e Italia Viva si scazzottano. I Graffi di Damato

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Pd Italia Viva

Tutte le baruffe mediatiche e non solo tra Pd e Italia Viva mentre il premier Giuseppe Conte addobbava l’albero di Natale con il figlio. I Graffi di Damato

Il ricorso ormai abituale alla fiducia nelle votazioni parlamentari sul bilancio, che certamente ne forzano e snaturano il cammino parlamentare, già una volta censurato dalla Corte Costituzionale, sta per sterilizzare un po’, come un contraccettivo, la turbolenza ormai cronica della coalizione giallorossa. Che, finita ormai fra gli addobbi dell’albero di Natale confezionato personalmente da Giuseppe Conte nel suo ufficio di Palazzo Chigi col figliolo, pure al Fatto Quotidiano hanno smesso di chiamare pudicamente giallorosa. E’ ormai evidente che più a sinistra di questa coalizione di governo non c’è più niente di realmente visibile.

Le ragioni o responsabilità della turbolenza di questa maggioranza vengono attribuite dai nemici di Matteo Renzi, al solito abbondanti a sinistra, a destra e ora anche al centro, allo stesso Renzi. Che vive quasi ossessionato dal bisogno di farla pagare cara al Pd per il boicottaggio praticatogli anche quando ne era alla guida, e contemporaneamente conduceva il governo: tanto cara da ridurlo alla irrilevanza procurata al partito socialista in Francia dal suo amico e punto di riferimento ideale Emmanuel Macron, arrivato tuttavia all’Eliseo con un sistema elettorale che in Italia ci sogniamo. E quando lo stesso Renzi, allora a Palazzo Chigi, cercò di piantarlo come un seme anche qui con la sua doppia riforma costituzionale ed elettorale, glielo bocciarono clamorosamente, come in una diabolica combinazione, gli elettori e i quindici potentissimi giudici della Corte Costituzionale.

Sarà ben difficile ritentarci, ma Renzi è notoriamente un testardo, per giunta toscano, e si è proposto di segare in qualsiasi altro modo il Pd, anche a costo di far cadere il governo da lui stesso proposto e fatto nascere pochi mesi fa rinunciando alla dieta dei pop-corn adottata dopo la batosta elettorale del 4 marzo 2018 infertagli dai grillini.

Eppure anche all’interno del Pd, dove soffrono con fastidio e preoccupazione la concorrenza parlamentare e manovriera di Renzi, pericolosa in particolare al Senato, dove i senatori della sua Italia Viva sono pochi ma sufficienti a provocare una crisi, alla fine mettono da parte i risentimenti personali e riconoscono che la crisi della maggioranza deriva da quella del primo partito della coalizione. Che è il Movimento 5 Stelle, per nulla o non abbastanza riconoscente della grazia ricevuta in agosto col fortunoso salvataggio di una legislatura dove i grillini sono ormai sovradimensionati, continuando a disporre di una maggioranza relativa perduta in tutti i tipi di elezione svoltisi dopo il 4 marzo dell’anno scorso e la conseguente nascita di questo Parlamento.

Il deputato spezzino Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia e ora vice segretario unico del Pd, che mi sembra tanto studiare da segretario in concorrenza con Dario Franceschini, nel caso non improbabile di un logoramento anzitempo del segretario in carica Nicola Zingaretti, ha eufemisticamente dichiarato in una intervista al Corriere della Sera che il governo, e con esso anche il suo partito che lo sostiene “con forte spirito zen”, tra una secchiata e l’altra di Luigi Di Maio, “beneficerebbe di un chiarimento all’interno del Movimento 5 Stelle”.

Il “come” di questo chiarimento  -ha detto Orlando – sta a loro deciderlo”, stante anche l’anomalia dell’organizzazione grillina”, ma di certo “la conflittualità sotto il pelo dell’acqua che registriamo” -ha aggiunto il vice segretario del Pd esagerando un po’ con quel “pelo”, specie lui che è anagraficamente un uomo di mare- è il riflesso più di una sorta di congresso interno che di ricerca del consenso, o degli interessi del Paese”.

Senza volerlo, o preferendo farlo solo in questo modo surrettizio, da specialisti o addetti ai lavori, Orlando ha un po’ toccato il nervo scoperto, anzi scopertissimo, del rapporto fra l’attuale partito “centrale” del Parlamento, indeciso o deciso a tutto, secondo i giorni e le ore, e l’articolo 49 della Costituzione: quello sui partiti attraverso i quali, associandosi liberamente, “tutti i cittadini” possono “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Ai grillini è sconosciuto, se non vietato, il concetto di un “congresso”, tanto è “diretta” e “digitale” la loro “sorta di democrazia”, mi verrebbe voglia di dire usando le parole paludate del vice segretario del Pd. Che non sarà laureato, come qualcuno gli contestò già quando divenne ministro della Giustizia, e tanto meno avvocato e professore come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, di soli cinque anni più anziano o meno giovane di lui, ma di politica credo che ne mastichi molto di più.

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