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Che cosa devono insegnare le alluvioni in Germania, Olanda e Belgio

Programma Gualtieri

L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Se c’era qualche riserva sul green deal, molte critiche erano state avanzate, ogni dubbio è stato, almeno in parte superato, vedendo le immagini delle distruzioni dovute alle piogge torrenziali, che hanno colpito quella parte di territorio compreso tra la Germania, l’Olanda ed il Belgio. Centinaia di morti, migliaia di dispersi, case portate via dalla violenza delle acque. Il formarsi di una gigantesca palude che ha sommerso migliaia di ettari, contaminando ogni cosa. Quasi un piccolo diluvio universale, senza avere a disposizione le risorse di Noè.

La natura é tornata ad essere matrigna, ponendo fine alle vecchie teorie del bel tempo andato. Quando, grazie all’ottimismo del positivismo scientifico, si riteneva che il “regno delle libertà” era ormai alle porte. E che l’ambiente potesse essere completamente dominato dalla superbia degli uomini. Grazie alla loro intelligenza capace di creare, con il progresso tecnico scientifico, una potenza ancora più forte: in grado di mettere fine all’assillo del condizionamento naturale.

Ed invece si é tornati ad una sorta di punto di partenza. Colpa anche di un sistema economico, quale l’economia atomizzata dei mercanti del semplice profitto, che non ha mai rivolto particolare attenzione a quella scienza in grado di far fronte alla distruzione degli equilibri fondamentali tra l’uomo e la natura. Per la semplice ragione che quell’impegno non era sufficiente remunerativo. E che lo Stato, come avrebbe detto il Giusti, era “in tutt’altre faccende affaccendato” e a quella roba “morto e sotterrato”.

Si spiega allora il perché di un ritorno, che ha lo sguardo inquietante di Thomas Robert Malthus: il teorico delle catastrofi, viste come catarsi. Quel rito purificatore che avrebbe consentito ai sopravvissuti da guerre, carestie o inondazioni di sopravvivere. Perché non c’era nulla da fare. Mentre la popolazione di allora cresceva con una progressione geometrica, le risorse disponibili aumentavano secondo una successione aritmetica. Per cui era inevitabile che, prima o poi, si sarebbe manifestato uno squilibrio, al quale la natura avrebbe fatto fronte, facendo scendere in campo i quattro cavalieri dell’apocalisse.

Carlo Marx contestò duramente queste mortifere profezie. Soprattutto nelle “Sue teorie del plusvalore” non esitò a metterla sul personale, accusando l’abate di Haileybury di essere più o meno un parassita. Anche perché le sue teorie più specificatamente economiche, denunciavano il pericolo di un possibile “sottoconsumo”, in grado di innescare una crisi di sovrapproduzione. Tesi che sarà poi, in qualche misura, accolta sia da John Maynard Keynes, che da Rosa Luxemburg. Per Marx, invece, quest’ultima altro non era che la giustificazione indispensabile per legittimare il ruolo di un ceto improduttivo – semplici consumatori – di cui lo stesso Malthus faceva parte di diritto.

Più in generale Malthus, nella critica di Marx, sottovalutava la forza del sistema capitalista. La sua capacità di sviluppare le forze produttive fino al punto tale di colmare il divario tra gli andamenti demografici e la disponibilità di risorse. Entrambi, poi, trascuravano gli aspetti più sociologici. Con l’aumento del benessere, indotto dallo sviluppo capitalista, l’incremento demografico era destinato a rallentare. La nascita di un figlio, avrebbe sempre più rappresentato un costo. Quando nelle società meno evolute, la sua immissione nel mercato del lavoro avveniva, invece, in tenera età. Risolvendosi in un aiuto per le rispettive famiglie.

A distanza di oltre due secoli dalla pubblicazione di “An essay of the principle of the population as it affects the future improvement of society” quelle tesi hanno ancora un certo fondamento? Certo che no! La principale differenza sta nel cuore stesso del ragionamento. Allora la necessità della distruzione nasceva dall’insufficiente sviluppo delle forze produttive. Oggi, invece, è conseguenza proprio di quello sviluppo. Anche se, come si diceva all’inizio, di uno sviluppo miope. Poco attento, cioè, nel ricercare gli strumenti più adatti che avrebbero consentito di ridurre l’impatto distruttivo, dal punto di vista della natura, dello stesso progresso tecnologico.

Alla cura dell’ambiente sono state sempre dedicate poche risorse. Sia nei Paesi che avevano scarse disponibilità, sia in quelli che, invece, non avevano problemi di questa natura. Nella stessa Germania, una volta passato il momento della più generale commozione, si dovranno fare i conti. Vedere se non era possibile intervenire utilizzando una minima parte di quel surplus valutario, che da anni caratterizza l’economia di quel Paese, per curare un territorio reso fragile da anni di incuria. Ma più in generale risulta essere sorprendente come i grandi progressi tecnologici nulla abbiano potuto per trasformare chimicamente quelle emissioni, che sono oggi responsabili dei cambiamenti climatici, per renderle inoffensive.

Sorprende, infatti, che nel green deal si teorizzi di “ripristinare le foreste, i suoli, le zone umide e le torbiere in Europa”. Al fine di aumentare “l’assorbimento di CO2” e rendere “il nostro ambiente più resiliente ai cambiamenti climatici”. Con l’obiettivo di aumentare l’assorbimento di carbonio dalle attuali 210 milioni di tonnellate a 310. É il ricorso ad un metodo naturale che è comunque il benvenuto, anche se andava bene fin dai tempi di Malthus. Possibile quindi che, a distanza di tanto tempo e nonostante gli enormi progressi tecnologici nel frattempo realizzati, non si possa fare qualcosa di più per combattere, con maggiore efficienza, rimanendo sul piano industriale, la cosiddetta geo ingegneria (Carbon Capture and Sequestration), i guasti di uno sviluppo economico, finora incontrollato?

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