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Che cosa c’è da aspettarsi dalla visita di Matteo Salvini negli Stati Uniti

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Obiettivi ed effetti della visita del leader della Lega, Matteo Salvini, con alcuni esponenti dell’amministrazione Trump secondo il notista politico Francesco Damato

 

A vedere, ancor più che a leggere, il giornale italiano di destra più simpatizzante per la Lega, che è Libero, Matteo Salvini sta facendo negli Stati Uniti d’America, con la sua visita finalmente avviata, gli esami internazionali di Stato per diventare presidente del Consiglio a Roma, specie ora che il suo partito è salito al 34 per cento di voti e più, mandando al terzo posto il movimento grillino di quelle cinque stelle davvero misere rispetto alle ben più numerose e note della bandiera americana.

“Se passa il test” dei suoi incontri negli Usa, Salvini “potrà pensare in grande”, dice Libero nel titolo di prima pagina. “Sarà ascoltato come un presidente del Consiglio in pectore”, ha scritto Alessandro Giuli. Un po’ di ragione gliela dà anche l’antileghista Repubblica, il cui esperto di cose americane, e non solo, Federico Rampini ha osservato: “Se lui è l’uomo forte”, come in Italia lo considerano gli amici per omaggiarlo e i nemici per combatterlo, ”gli americani si aspettano che la politica estera non la facciano i 5 stelle” alla Di Maio o Di Battista o altri ancora.

Sullo sfondo della trasferta americana di Salvini rimane quella curiosa foto mezzo rinnegata da Donald Trump, scattata col leader leghista italiano durante la campagna elettorale dell’allora candidato Salvini alla Casa Bianca, scattata quasi a sua incredibile insaputa, senza rendersi ben conto di chi gli avessero messo davanti a portata di stretta di mano. Ma da allora va riconosciuto che Salvini ha fatto un bel po’ di progressi, oggettivi e soggettivi, per guadagnarsi una maggiore considerazione nel pur sempre cangevole entourage del presidente americano.

Le distanze che egli ha preso, all’interno del governo italiano, dagli affari con la Cina sulla cosiddetta Via della Seta, e dall’equivoca posizione sulla crisi venezuelana, e l’acqua versata nel vino dei brindisi con gli amici di Mosca hanno ridotto di parecchio diffidenze e timori verso di lui negli Stati Uniti. E lo hanno reso decisamente più affidabile dei suoi temporanei alleati in Italia, anche se Trump continua a rispondere alle telefonate del presidente del Consiglio Conte e a chiamarlo “Giuseppi”, per quanti sforzi facciano i suoi consiglieri e lo stesso Conte per fargli capire che si chiama Giuseppe.

Qualcuno nella Lega si è spinto, in tema di speranze sugli effetti della visita di Salvini in America, molto in avanti, o anche molto indietro, se preferite ricordi, analogie e quant’altro. In particolare, si è spinto riservatamente, parlandone nei corridoi di Montecitorio, a paragonare il “capitano” leghista addirittura al mitico presidente democristiano del Consiglio del dopoguerra Alcide De Gasperi. Che nel gennaio del 1947 s’imbarcò su un quadrimotore con la figlia per una visita in America che gli fruttò una linea di credito di 100 milioni di dollari e il coraggio, una volta tornato in Italia, di licenziare il Pci di Palmiro Togliatti dal governo, lasciando senza alcun imbarazzo che ne uscisse anche il Psi di Pietro Nenni.

Certo, c’è un po’ di imbarazzo non solo politico a paragonare al Pci di Togliatti e al Psi di Nenni, costernato nei suoi diari del “cambiamento” confessatogli da De Gasperi di ritorno dagli Stati Uniti, col movimento grillino sia dello scorso anno, con quel 32 per cento spropositato di voti raccolto nelle urne e la conseguente prenotazione di Palazzo Chigi, sia di questo 2019, col 17 per cento e un presidente del Consiglio che cerca di tenersi ancora su declamando la propria qualifica e le proprie generalità davanti al primo microfono a portata di bocca come un gelato, col caldo che fa.

Se poi una crisi di governo azionata con la forza procuratagli dagli incontri americani dovesse fare intestare a Salvini anche le elezioni anticipate, sarebbe già pronto il nuovo capitolo della vicenda politica italiana immaginata, per esempio, da Repubblica col titolo di prima pagina in cui si indica nel Quirinale “la vera posta in palio”. In effetti sarebbe destinata ad essere ben diversa la successione a Sergio Mattarella nel 2022, fra tre anni, se il Parlamento rimanesse questo, coi grillini in testa alla graduatoria dei gruppi, o diventasse un altro, coi leghisti a dare le carte.

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