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Cari democratici, non sottovalutate le tesi di Trump

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Per quanto comiziale, la retorica di Trump spicca per un’efficacia da pubblicità commerciale che non lascia indifferenti numerosi cittadini. L’analisi dell’editorialista e giornalista esperto di esteri, Maurizio Caprara, tratta da Affari Internazionali

Più che un Discorso sullo Stato dell’Unione, il terzo pronunciato da Donald Trump è stato soprattutto un comizio elettorale. Ma sarebbe fuorviante, per i suoi avversari, sottovalutarne la potenziale efficacia su larghi settori del pubblico che andrà a votare in novembre per eleggere il prossimo presidente degli Stati Uniti. Per quanto comiziale, la retorica del repubblicano atipico della Casa Bianca spicca per un’efficacia da pubblicità commerciale che non lascia indifferenti numerosi cittadini. Soprattutto, raggiunge settori di americani ai quali i messaggi dei democratici non riescono ad arrivare o non si prefiggono neppure di arrivare.

Se si addebita al presidente di non aver citato la procedura di impeachment a suo carico per abuso di potere e ostacoli all’attività del Parlamento si tenga conto di un fattore: sulla vita quotidiana degli elettori ai quali Trump si rivolge, quel contenzioso non influisce. Non saranno loro a risentirsi del silenzio in materia. La successiva bocciatura da parte del Senato delle due ipotesi di accusa approvate dalla Camera archivia nel passato le imputazioni richieste dall’opposizione. Almeno finché non cambierà la ripartizione dei seggi esistente al momento nel Congresso. Che la presidente della Camera Nancy Pelosi, democratica, avesse martedì scorso stracciato in pubblico i fogli del discorso sullo Stato dell’Unione risalta ancora di più come segno di nervosa debolezza. Non di energica proiezione verso ineluttabili vittorie.

A tre anni dal suo insediamento alla presidenza, prima di scrivere il suo intervento del 4 febbraio scorso Trump aveva di fronte a sé alcune condizioni particolarmente buone dell’economia e, almeno in apparenza, una relativa corrosione del ruolo di superpotenza della nazione che guida. Se si mette da parte le attuale crisi del Coronavirus, della quale è ancora difficile prevedere gli effetti finali complessivi, un ridimensionamento della capacità di influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente e nell’Estremo Oriente è stato dovuto negli ultimi anni al rafforzarsi della Cina e al consolidarsi di alcune potenze regionali, da una Turchia proiettata verso più azioni all’esterno dei suoi confini a una Russia affannata sul versante economico e tuttavia attivissima sulla scena internazionale. Il presidente degli Stati Uniti ha rivendicato il merito dei progressi economici e di fatto negato il secondo fenomeno, un rischio indebolimento della supremazia americana peraltro analizzato in precedenza dalla National Defense Strategy 2018 elaborata dal Segretario alla Difesa Jim Mattis, in seguito costretto alle dimissioni.

Quanto, se e come l’emergere di protagonisti nuovi e vecchi corrisponderà a un autentico declino della superpotenza degli Stati Uniti è da misurare e verificare. Comunque Trump ha coperto ogni crepa mettendo in evidenza risultati che pure esistono: in Iraq e Siria lo Stato islamico che controllava 200 mila miglia quadrate di territorio non è più forte come lo fu nel decennio scorso e il suo leader Abu Bakr al Bagdadi è stato ucciso (da unità speciali americane). Un’altra eliminazione compiuta su ordine di Trump, quella del capo delle forze al Quds dei Guardiani della Rivoluzione Qasem Soleimani, è rimasta (finora) il principale risultato del contrasto tra Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran, un Paese in difficoltà a causa delle sanzioni americane e del ritiro di Washington dall’accordo sui progetti nucleari iraniani.

Ancora. Benché non sconfitto, in Venezuela il contestato presidente Nicolás Maduro, populista di una particolare sinistra illiberale, non se la passa bene. E nel citarlo Trump sapeva di alludere a Bernie Sanders, uno dei propri potenziali sfidanti nelle elezioni per la Casa Bianca, quando ha affermato: “Il socialismo distrugge le nazioni”. Malgrado il seguito ottenuto da Sanders, considerato da tanti socialista, in alcune primarie, milioni di americani repubblicani, e non solo repubblicani, ne sono convinti.

Analisi sofisticate potrebbero mettere in luce vulnerabilità e chiaroscuri dei risultati in campo economico che il repubblicano atipico dal 2017 presidente degli Stati Uniti ha rivendicato con raffiche di riepiloghi a effetto. Per esempio: “Dalla mia elezione abbiamo creato sette milioni di nuovi lavori, cinque milioni in più di quando esperti di governo prevedevano durante le Amministrazioni precedenti”. Oppure: “I lavori sono in boom, gli introiti salgono”. Senza dimenticare, nel sottolineare il forte aumento dell’occupazione, i settori di elettorato più difficili per la sua candidatura: “Per afro-americani, ispanico-americani, asiatico-americani la disoccupazione ha raggiunto il livello più basso della storia”.

Nessun accenno al riscaldamento del pianeta. Al suo posto Trump ha preferito la promessa di sostenere il piano “One Trillion Trees Initiative” affinché vengano piantati alberi dentro e fuori gli Stati Uniti. E un’altra rivendicazione di successo serviva anche a contrastare chi, soprattutto tra i progressisti, vuole porre limiti ambientalisti all’estrazione di petrolio e gas da rocce scistose: gli Stati Uniti sono diventati “il primo produttore di olio e gas naturale al mondo”.

I democratici farebbero bene a considerare che sul versante economico una parte di questa pubblicità ha fondamento. Altra sarà pure ingannevole. Tuttavia nel mondo si vendono, grazie alla pubblicità, anche prodotti contro la caduta dei capelli che non evitano per niente la calvizie. Finora, in vista del voto di novembre, nessun democratico sembra riuscito a confezionare in modo efficace prodotti più genuini.

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