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Perché il Canada è nella tenaglia Usa-Cina per il caso Huawei

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Il Punto di Marco Orioles

 

La guerra fredda in corso tra Stati Uniti e Cina conosce in questi giorni un’escalation che coinvolge direttamente un alleato di ferro degli Usa: il Canada.

I risvolti canadesi del conflitto sino-americano hanno inizio lo scorso dicembre, quando a Vancouver viene tratta in arresto, su mandato della giustizia americana, la direttrice finanziaria di Huawei nonché figlia del fondatore del colosso di Shenzen, Meng “Sabrina” Wanzhou. Una notizia clamorosa cui la Cina, come è solita fare in queste circostanze, reagì seccamente, minacciando il Canada di incorrere in serie conseguenze qualora la manager non fosse stata immediatamente liberata.

Ci sono voluti nove giorni perché Pechino, dinanzi alla fermezza canadese, passasse dalle parole ai fatti. Come riferì allora Start Magazine, in Cina venivano arrestati due cittadini canadesi, il diplomatico Michael Kovrig e il consulente Michael Spavor, con la vaga accusa di attentare alla sicurezza nazionale. Che si sia trattato di una vendetta per l’affronto subito, e di una forma di intimidazione per ottenere il rilascio di Meng, vi sono pochi dubbi, e anche questi sono stati dissipati pochi giorni fa quando l’ambasciatore cinese in Canada, Lu Shaye, ha dichiarato ad un giornale che l’arresto dei due canadesi costituisce un atto di “autodifesa della Cina”.

Ora, però, questa guerra per interposti tribunali sta superando la soglia di guardia. Lunedì infatti la corte d’appello della provincia cinese di Liaoning ha condannato a morte per reati di droga un terzo cittadino canadese, Robert Lloyd Schellenberg, in un processo che Amnesty International definisce “altamente politicizzato”. Una sentenza mostruosa anche per gli standard opachi della giustizia cinese che ha suscitato la puntuale ira del primo ministro canadese Justin Trudeau. ”Siamo estremamente preoccupati come governo, e dovrebbero esserlo tutti i nostri amici ed alleati internazionali”, ha tuonato Trudeau, “per la scelta della Cina di iniziare ad applicare arbitrariamente la pena di morte (…) come in questo caso”.

Poco dopo le esternazioni del premier, il ministero degli Esteri di Ottawa prendeva le sue contromisure, diffondendo un avviso in cui si consiglia ai cittadini canadesi in procinto di viaggiare in Cina di “esercitare un alto livello di cautela (…) a causa del rischio di applicazione arbitraria delle leggi locali”.

Le dichiarazioni di Trudeau e l’avviso non sono passati inosservati a Pechino. A castigarli ci ha pensato il portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, che in una conferenza stampa ha espresso “forte insoddisfazione per questo”. “Le dichiarazioni della persona canadese più rilevante” mostrano, secondo Hua, l’assenza “della più basilare consapevolezza del sistema legale” cinese. “Sollecitiamo la parte canadese a rispettare la legge, a rispettare la sovranità legale della Cina, a correggere i propri errori, e a smetterla di fare dichiarazioni irresponsabili”. “È il Canada, non la Cina”, ha puntualizzato – sintomaticamente – il portavoce, “che detiene arbitrariamente cittadini stranieri sotto la facciata della legge”. “Fino a quando gli stranieri, inclusi i canadesi, rispettano la legge”, ha quindi sottolineato Hua, “la loro libertà e sicurezza sono garantiti”. Quanto all’avviso diramato dal ministero degli Esteri canadese, il portavoce sollecita piuttosto i canadesi a non indulgere in traffici illeciti in Cina, come quello di cui si è macchiato Schellenberg.

Poco dopo le dichiarazioni di fuoco del suo portavoce, il ministero degli Esteri cinesi diramava analoghe disposizioni per i propri cittadini diretti in Canada. I quali vengono invitati a “valutare pienamente i rischi del viaggio” a causa della “arbitraria” detenzione di un cittadino cinese in Canada su richiesta di una parte terza – ovvero, Meng.

A questo punto, per correre ai ripari, è scesa in campo Chrystia Freeland, ministro degli esteri canadese. Che ha ribadito lo sconcerto per la condanna a morte di Schellenberg, definita “disumana e inappropriata”. Precisando che il Canada avrebbe agito per ottenere clemenza, Freeland si è però premurata di sottolineare “i legami molto importanti e di lunga data” tra Canada e Cina. “È normale avere problemi”, ha evidenziato il ministro, “ma dovremmo anche ricordare che i legami tra i nostri due paesi sono molto grandi”. “È vero”, ha aggiunto, “che questo è un momento difficile (ma la) cosa migliore per il Canada e per la Cina, e francamente per il mondo intero, è di andare oltre le attuali difficoltà”.

La tensione tra le due rive del Pacifico si taglia, dunque, a fette. E il Canada finisce stritolato nella morsa dei due imperi che si combattono a spada tratta e senza escludere colpi bassi. La lealtà a Washington costa cara a Ottawa. A farne le spese sono, per ora, tre suoi cittadini, tenuti in ostaggio per una questione d’onore: la libertà carpita di una capitana d’industria colpevole, tra le altre cose, di essere alla guida di un colosso delle telecomunicazioni che insidia il primato americano nei settori ad alta tecnologia. Una sfida che coinvolge pienamente anche gli alleati dell’America, come dimostra l’orientamento di molti governi – tra cui Gran Bretagna, Germania, Belgio, Norvegia – a bandire le apparecchiature Huawei dallo sviluppo delle reti nazionali del 5G.

Sono, questi, i sintomi e le conseguenze di una guerra fredda che, in determinate circostanze, si fa incandescente. E contempla l’utilizzo di tutte le leve del potere, incluso quello giudiziario. Le aule di tribunale diventano così l’agone parallelo della contesa strategica tra Cina e Stati Uniti.

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