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Campione d’Italia alla Svizzera? Un caso di scuola

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Il Taccuino Meneghino di Walter Galbusera sul caso di Campione d’Italia

Campione d’Italia è un piccolo comune di circa 2000 abitanti, di cui quasi cinquecento stranieri (un terzo russi o russe) che si affaccia sul lago di Lugano. Oggi è un lembo di terra, un’enclave italiana, in territorio svizzero che in origine nacque come feudo attribuito alla basilica milanese di Sant’Ambrogio e come tale rimase fino al trattato di Campoformido nel 1797, quando Napoleone ne decise l’annessione, prima alla Repubblica Cisalpina e poi al Regno d’Italia.

Dopo Waterloo entrò a far parte del Lombardo Veneto austriaco e nel 1861 passò definitivamente al Regno d’Italia. Sempre nel 1861 fu chiuso definitivamente il contenzioso aperto tra Italia e Confederazione Svizzera, cui venne ceduta un’altra piccola enclave di territorio italiano sul lago di Lugano di fronte a Campione.

Negli anni del Fascismo il Comune, divenuto nel frattempo “d’Italia”, fu premiato da Duce con la concessione della Casa da Gioco che ha costituito fino a poco tempo fa una florida azienda con 500 dipendenti il cui costo medio annuo individuale era di 100.000 euro.

Del resto il costo della vita a Campione non si discosta da quello svizzero e questo spiega almeno in parte le elevate retribuzioni nominali. Una vera miniera d’oro, purtroppo esaurita per effetto di scelte politiche e gestionali che hanno affondato prima il Casinò e poi il Comune.

La gestione avrebbe potuto essere stabilmente in equilibrio ma nel tempo il Comune ha preteso sempre più dal Casinò, arrivando nel 2014 ad incassare il 37% dei ricavi (a Venezia si pagava il 17%). Basti pensare che a fronte di un organico “normale” di 13 dipendenti il Comune di Campione ha assunto 102 persone con un costo del lavoro allineato a quello svizzero.

Ad onor del vero i sindacati, consapevoli della voragine che si stava creando, sottoscrissero un accordo con il Comune per ridurre le retribuzioni dei dipendenti ma il “provvidenziale” intervento di un magistrato lo dichiarò illegittimo rendendolo inapplicabile.

Con il fallimento del Casinò dichiarato il 27 luglio scorso, preceduto dalla dichiarazione di dissesto finanziario dello stesso Comune di Campione e dalla conseguente nomina del commissario straordinario di liquidazione del Comune firmata da Sergio Mattarella il 12 luglio, si è aperto un periodo drammatico per lavoratori e cittadini.

Infatti la ripresa di attività del Casinò non è semplice, mentre nel frattempo i frequentatori abituali della Casa da Gioco possono diventare facilmente clienti di altri Casinò, soprattutto svizzeri, ma anche italiani. Ancor più difficile è il ricollocamento dei dipendenti del Comune, che già hanno in arretrato alcuni mesi di stipendi, i quali entreranno nelle liste di mobilità percependo l’80% della retribuzione per due anni, finiti i quali il rapporto di lavoro pubblico verrà risolto senza neppur la certezza, allo stato attuale, di percepire la NASPI (indennità di disoccupazione).

In ogni caso, se anche si troveranno pubbliche istituzioni, al di fuori del Comune di Campione, disponibili ad assumerne i dipendenti, le retribuzioni dei soggetti interessati passeranno da 4-5000 euro al mese a 1400-1500. Le prospettive di impoverimento di una intera collettività sono realistiche e, così stando le cose, su Campione aleggia lo spettro, se non di una “ghost town”, quantomeno di un’oasi di relativa povertà circondata dal benessere dei territori svizzeri limitrofi. In questo scenario appare quasi naturale la proposta avanzata al Governo di Berna dal consigliere nazionale Marco Romano, deputato svizzero del Partito Popolare Democratico, di avviare una trattativa con il Governo italiano per trasferire alla Confederazione Elvetica la sovranità sul territorio (e sugli abitanti) di Campione.

Sarebbe una forma di annessione che nulla però avrebbe a che fare con lontane vicende di contese territoriali nella storia italiana come Nizza, i colli di Briga e Tenda, men che meno Fiume e la Dalmazia o la Tunisia che, pur essendo considerata una terra di emigrazione italiana, fu invasa dalla Francia nel 1881, spingendo il nostro paese nelle braccia degli imperi centrali per più di un trentennio.

Per quel che vale si può aggiungere che la Svizzera, attraverso il Canton Ticino, vanta un credito significativo nei confronti del Comune di Campione. Il passaggio a Berna renderebbe in futuro più facile la vita agli abitanti di Campione, il cui parere dovrebbe in ogni caso avere valore vincolante, e non porrebbe apparentemente nessun problema di ordine politico, né economico, né istituzional-patriottico allo Stato italiano.

E’ stata dunque trovata la soluzione per il “caso Campione”? Non è affatto detto, tant’è che al momento non sono arrivate risposte significative dalle autorità politiche italiane. La vicenda potrebbe invece essere presentata come un “hostile takeover” e diventare una via crucis interminabile con una moltiplicazione di ricette assistenziali e clientelari per salvare un’isola di “italianità” in terra straniera o il terreno di contesa tra esperti di diritto internazionale e di costituzionalisti, senza escludere l’intervento della magistratura ordinaria.

Per di più è da mettere in conto che qualcuno si allarmerebbe per un precedente utile a sollecitare spinte secessioniste ben più importanti del Comune di Campione. Come dice lo stesso ministro degli esteri svizzero, la proposta indica “un processo immaginabile”, ma che sia fattibile nel paese degli azzeccagarbugli è tutto da dimostrare. Per il momento si va avanti con le assistenze ai disoccupati e con le faticose procedure fallimentari e commissariali di Casinò e Comune, a partire dal tentativo, finora vano, di riaprire la Casa da gioco.

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