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Vi racconto la truffaldina campagna negli Usa contro Cristoforo Colombo

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Il commento del giornalista Livio Zanotti, già in Rai e alla Stampa, per anni corrispondente dall’America Latina e inviato speciale di esteri, sulla confusa battaglia contro Colombo negli Stati Uniti

Di questi tempi, purtroppo, Genova e l’Italia hanno ben altre urgenze di cui occuparsi. Cosi che al pur nostro Cristoforo Colombo si interessano esclusivamente leaders o presunti tali di popolazioni autoctone americane, animati più da uno spirito di revanscismo etnico con gusto a opportunismo che dal rispetto degli specifici fatti storici. Del resto la caccia libera a un Colombo sanguinario era già stata aperta molti anni addietro in Argentina dall’allora Presidentessa Cristina Kirchner; senza suscitare particolari proteste, eccetto una lettera ufficiale e ben argomentata ma inascoltata dell’ambasciatore italiano dell’epoca, Guido La Tella.

Ora, la confusa battaglia contro Colombo continua negli Stati Uniti. Alle ripetute polemiche sul Columbus day e la conseguente nuova denominazione per la ricorrenza di quel 12 ottobre 1492 che stravolse la concezione del mondo e il suo avvenire, la città di Los Angeles fa seguire il ritiro in magazzino di una statua dell’Ammiraglio, dono come molte altre lungo i due emisferi della comunità locale di origine italiana. E a reagire sono solo storici spagnoli e nordamericani, con varie opinioni sollecitate dal quotidiano di Madrid El Pais che le pubblica sotto il provocatorio titolo interrogativo: Colombo, un genocida?

Con maggiori o minori approfondimento e convinzione, il 90 per cento dei consultati assolve -per così dire- l’audace e in definitiva sfortunato genovese. Con motivazioni per lo più scontate negli ambienti accademici quanto ignorate dalla speculazione politica e dalla sua retorica. Ardimentoso e lungimirante, Colombo fu nondimeno un uomo con vizi e virtù del suo tempo. A parere di alcuni ricercatori francesi, l’idea che facendo rotta verso occidente sarebbe giunto alle Indie, gli sarebbe stata suggerita da uno dei primi mappamondi sferici realizzato in Olanda da cartografi ebrei scacciati stoltamente dalla Spagna della castigliana Isabella e di Fernando d’Aragona.

L’intuizione era giusta, ma a sbarragli il cammino -salvandogli per altro la vita insieme ai suoi equipaggi, prima ancora di concedergli la fama- trovò le Americhe. Solo che lui e i suoi “…manco lo sapevano”, poetò poi con giocosa ironia cotanta impresa Cesare Pascarella. Il primo incontro con il diverso, con l’altro da sé, parrebbe non essere stato cruento. Fu l’oro ricevuto in omaggio dai nativi e il conseguente esplodere del mito dell’eldorado, a corrompere in una fantasia d’onnipotenza Colombo e soprattutto la corte spagnola. Sebbene levasse in alto la croce prima della spada, il grande navigatore e i suoi non avevano idea dei diritti umani.

Il potere imperiale affiancava l’Inquisizione forgiando lo spirito del tempo. Bastava poco per vedersi accusati d’eresia, finire in carcere o peggio. Ci vollero un paio di decenni, prima che il domenicano Bartolomé de las Casas riuscisse a suscitare in America il principio cristiano di pietà (nessun diritto…) e a farne arrivare l’eco alla corte di Madrid. Intanto Hernan Cortez distruggeva l’impero azteca dall’istmo all’attuale Messico e Francisco Pizarro quello incaico dalla Colombia al nord argentino e al Cile d’oggi: massacri e saccheggi. In Europa contrasti di fede e scissioni incubavano ferocissime guerre di religione, che alimentarono la prima emigrazione di massa verso il nuovo continente.

Cristoforo Colombo era già morto da molti anni (nel 1506), dopo alterne e drammatiche vicissitudini. Farne oggi il simbolo degli interessi che avviarono la forse più gigantesca accumulazione primaria del capitalismo moderno e della sua presso che assoluta mancanza di scrupoli, è un’operazione del tutto decontestualizzata, difficile da sostenere in buona fede. La sua superficialità ne denuncia il carattere strumentale e l’uso improprio. Non vi s’intravvede una serena ricerca di verità. Se non il maldestro tentativo di sviare le legittime ansie di risarcimento dei popoli originari distraendoli una volta ancora con un innocuo capro espiatorio.

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