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Camilleri, De Crescenzo e le differenti ironie. Il pensiero di Ocone

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Quanta distanza fra l’ironia caustica, che voleva comunque “mandare un messaggio”, di Camilleri e l’ironia pregna del senso di caducità della vita (e perciò demitizzante) del miglior De Crescenzo. Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

 

Nella settimana che è giunta al termine ci hanno lasciato due scrittori molto popolari. Se ne è scritto in abbondanza sui giornali e anche radio, tv e social network hanno dato ampio spazio al ricordo delle loro opere e della loro personalità. Oltre al successo commerciale, che per uno scrittore in Italia non è facile raggiungere, li accomunava un altro elemento: avevano raggiunto la popolarità in età matura dopo aver svolto attività di altro tipo.

Per la precisione, Camilleri aveva lavorato in Rai come funzionario e autore, mentre De Crescenzo, che era ingegnere, era stato dirigente aziendale in Ibm. Eppure, nonostante queste affinità esteriori, molti erano gli elementi che differenziavano le loro opere, le quali comunque, a scanso di equivoci, non entreranno certo nelle storie della letteratura o della filosofia.

Qui mi soffermerò però sul modo diverso con cui la critica e l’opinione media culturale si è avvicinata ai due scrittori di successo: esaltandone oltre il comune buon senso le doti, nel caso di Camilleri; guardando sempre con un certo snobismo, e con un atteggiamento di superiorità, De Crescenzo (che se ne doleva).

Non mi pare errato pensare che dietro questo diverso atteggiamento sia stato all’opera un pregiudizio politico, di quelli anche inconsapevoli e perciò più difficili da stanare e far morire. Tutti abbiamo pregiudizi, sia beninteso. E, senza di essi, non sarebbe nemmeno possibile iniziare un qualsiasi processo di comprensione, come ci ha insegnato l’ermeneutica contemporanea. Ce ne sono alcuni però che si sono sedimentati negli anni nella mentalità collettiva, sono diventati senso comune, e non ci appaiono nemmeno più tali.

Il grande successo del progetto togliattiano di egemonia sulle coscienze attraverso la conquista delle “casematte” della cultura, trasformatosi negli anni in mille modi e contaminato da mille altre influenze, consiste proprio in questo: che all’uomo comune sembra ovvio che chi è “a sinistra”, lo sia pure in un senso banale e rozzo come lo era il Camilleri che parlava di politica, sia nel “giusto” e nel “bene”, e chi manifesti sentimenti “di destra”, o semplicemente un sano e ironico scetticismo sulle “grandi narrazioni” e anche sulle più piccole, come De Crescenzo, sia guardato con sospetto o abbia sempre qualcosa da farsi perdonare.

Ora, è vero che in buona parte la qualità letteraria di uno scrittore poco o punto ha a che vedere con le sue idee politiche, per quanto bizzarre. Ma è anche vero che, in uno scrittore di successo, il favore della critica alimenta ancor più il circuito commerciale, come può osservarsi dai numeri speciali su Camilleri di “MicroMega” e simili che stanno fiorendo in questi giorni.

Come dire: il senso comune di sinistra è anche un discreto business, anche se questo forse Togliatti non lo poteva immaginare. È difficile entrare nella complessità delle coscienze umane, né è giusto ergersi a moralisti, ma in molti casi diventa impossibile capire dove finiscono i veri sentimenti (quelli che muovevano ad esempio tanti vecchi comunisti!), e ove inizi invece un legittimo ma spesso ipocrita calcolo commerciale o politico.

In ogni caso, gli accenni alle esecrate politiche di Salvini e simili, contenute negli romanzi di Camilleri, rappresentavano senza dubbio una stonatura per chi ancora crede che la politica debba restare fuori dall’arte. Il mito dell’“impegno sociale” è duro da morire, ma esso è comunque una “perversione”.

Quanta distanza poi fra l’ironia caustica, che voleva comunque “mandare un messaggio”, di certo Camilleri e l’ironia pregna del senso di caducità della vita (e perciò demitizzante e anche autoriflessiva) del miglior De Crescenzo!

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