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Bruxelles, la letterina all’Italia, il rigor mortis e i governi chiacchieroni

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La Commissione europea indichi, se ne è capace, la ricetta giusta. Ridimensionando la sua ossessione per i soli aspetti di finanza pubblica, specie dopo quel terremoto elettorale che ha cambiato il volto del Continente. Ma se i governi interessati – e su questo fronte l’Italia è in prima linea – non fanno alcunché per smuovere le acque, perché le cose dovrebbero cambiare? Il commento di Gianfranco Polillo

Alla fine la lettera della Commissione europea, tanto enfatizzata dalla stampa italiana, è arrivata a Via XX Settembre. Destinatario il Ministro Giovanni Tria. Unica novità, rispetto al passato, la sua intestazione. In precedenza (autunno del 2018), infatti, l’interlocuzione era stata con il Dipartimento del Tesoro. La missiva, a firma direttore generale per gli affari economici della Commissione europea, Marco Buti, era giunta sul tavolo di Alessandro Rivera: il responsabile, appunto, della direzione generale. Quell’odierna, reca invece, la firma di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis e di conseguenza investe direttamente il responsabile del Dicastero. Che, tuttavia, prima di rispondere, dovrà sentirsi con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, visto il ruolo da questi avuto nella complessa trattativa dello scorso autunno, quando da un deficit di bilancio, inizialmente previsto al 2,4 per cento (la sceneggiata di Luigi Di Maio sul balcone di Palazzo Chigi) si passò poi al 2,04 per cento.

Era stata quella una trattativa complessa in cui erano stati presi impegni rilevanti, specie per quanto riguardava la dinamica del rapporto debito pubblico – Pil. Nell’ultimo Documento programmatico di bilancio 2019, se ne ipotizzava una riduzione pari “a 0,3 punti quest’anno, e quindi 0,9 punti nel 2019, 1,9 nel 2020 e 1,3 nel 2021.” Promesse da marinaio. A quanto risulta dai dati a consuntivo per il 2018. Crescita del rapporto debito – Pil dal 131,4 al 132,2 per cento. Negli anni successivi la situazione, secondo le previsioni della stessa Commissione, le cose andranno anche peggio. Non si comprende quindi la reazione di Luigi Di Maio, nel corso dell’assemblea indetta per valutare i risultati della disastrosa campagna elettorale: “la lettera che ci ha inviato l’Ue è totalmente assurda, vogliono aprire una procedura di infrazione sul debito del 2018 fatto dal Pd. Potevano prendersela col governo di prima e se la stanno prendendo con noi. Ma l’Italia non si piega”. Come se quegli impegni li avessero sottoscritti Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan.

La verità è molto più lineare. Nell’imbarazzo generale, dopo i lunghi contrasti tra il Ministro dell’economia e i “politici” del Governo, non era rimasto altro che dire qualche bugia per guadagnare tempo. Cosa, comunque, nobile in economia. Se, in quel caso, i mesi che si recuperano servono a delineare una precisa strategia. Se invece si ragiona con la filosofia “passata la festa, gabbato lo santo”, alla fine i nodi tornano al pettine. E quello che si è guadagnato lo si perde in un solo momento. Fortuna vuole che i mercati, nel loro empirismo, ragionano meglio di tanta stampa che si è lanciata in un vero e proprio crucifige, evocando procedure d’infrazione a tutto spiano. Rischio, naturalmente reale, che diventa certezza se, nel frattempo non si costruiscono le necessarie difese.

Esiste questa possibilità? Alla base della lettera della Commissione europea è un documento analitico di sintesi, che dovrebbe giustificare le successive decisioni. Il testo (Implementation of the Macroeconomic Imbalance Procedure: State of play – March 2019) illustra la situazione complessiva dell’Eurozona: 15 Stati membri non sono considerati a rischio di squilibri eccessivi, altri 10 lo sono solo in parte, mentre per gli ultimi 3 (Italia, Grecia e Cipro) è cartellino rosso. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, si potrebbe chiosare, ricordando il titolo del bel libro di Erich Maria Remarque. Unico fatto, forse, poco conosciuto: la situazione cipriota. Troppi no performing loans; un eccessivo grado di indebitamento, specie nei confronti dell’estero; una disoccupazione, che seppur in leggero declino, e comunque sempre a limite, resa ancora più preoccupante dal debole potenziale di crescita.

Il documento è interessante per le sue contraddizioni. In uno specifico box sono ricordate le conclusioni Ecofin del gennaio 2019: “si concorda – è scritto testualmente – che gli Stati membri caratterizzati da un deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti o da un forte debito estero debbano fare ulteriori sforzi tesi a ridurre il loro debito e perseguire le riforme necessarie per migliorare la loro competitività, mentre gli Stati membri con un largo surplus debbano compiere sforzi maggiori per promuovere una crescita dei salari”. Vediamo, allora, qual è la situazione italiana. Essa è così descritta dalla Banca d’Italia, nell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria. A fronte dei tanti rischi “l’economia italiana è però caratterizzata da un’elevata resilienza, derivante da diversi fattori: il saldo corrente della bilancia dei pagamenti è in attivo dal 2013, mentre la posizione netta verso l’estero è lievemente negativa e dovrebbe diventare creditoria nel corso del prossimo anno; la ricchezza delle famiglie è elevata e l’indebitamento del settore privato è tra i più bassi nell’area dell’euro; la lunga vita media residua dei titoli di Stato rallenta la trasmissione del rialzo dei rendimenti all’emissione al costo medio del debito”.

L’Italia ha quindi un debito elevato. Ma avendo anche un forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti e zero debito estero, non dovrebbe stringere la cinta, ma “promuovere la crescita dei salari”, secondo le stesse indicazioni di Ecofin. Che la Commissione europea faccia, quindi, pace con sé stessa. Ed indichi, se ne è capace, la ricetta giusta. Ridimensionando la sua ossessione per i soli aspetti di finanza pubblica, specie dopo quel terremoto elettorale che ha cambiato il volto del Continente. Naturalmente un simile atteggiamento culturale è difficile da rimuovere. Ma se i governi interessati – e su questo fronte l’Italia è in prima linea – non fanno alcunché per smuovere le acque, perché le cose dovrebbero cambiare? Questo è il limite più vistoso di questi primi trecento giorni dell’alleanza giallo-verde. Nessuna iniziativa in merito. Ma un continuo scontro, anche in seno all’esecutivo, tra rigoristi d’antan e fughe in avanti. Nessun tentativo di cambiare le regole del confronto, nonostante i consistenti appigli. Un’inerzia che si paga. Ed allora non resta che prendere carta e penna e fornire spiegazioni poco plausibili. Nell’imbarazzo generale.

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