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Ecco come i Tories si preparano al dopo-May

di

Brexit

Il Punto di Daniele Meloni 

Parlando a una House of Commons gremita come non mai – in cui però spiccava l’assenza di alcuni componenti del suo governo – Theresa May ha definito l’accordo con Bruxelles una “bozza”, e, tra le risate generali dell’opposizione, affermato di credere in una “uscita dall’Ue ordinata”.

I cori “resign, resign” – dimissioni, dimissioni – si sono levati alti come il You’ll Never Walk Alone in una partita del Liverpool, a Westminster, dove le attività di ministri, ex ministri, backbenchers e collaboratori parlamentari si sta facendo sempre più frenetica. Risate sulfuree, scene di giubilo e plots sono all’ordine del giorno come non mai nel partito Conservatore, forse come non mai dai tempi di Margaret Thatcher.

Le dimissioni della ministra del Lavoro, McVey, e soprattutto di un altro ministro per la Brexit, Dominic Raab, hanno fatto seguito a quelle di alcuni junior ministers e segretari parlamentari, ponendo fine, di fatto, al tentativo di May di ratificare l’accordo con Bruxelles in Aula. La speranza di vedere il deal ottenere i 320 di maggioranza ai Comuni è praticamente nulla. Anche perché il leader dell’Opposizione, il laburista Jeremy Corbyn, ha annunciato che il Labour boccerà l’accordo, e non ci sarà alcun soccorso rosso a salvare May dal naufragio della trattativa.

La questione del confine tra Irlanda del Nord e Irlanda si sta rivelando un ostacolo insormontabile per il governo britannico. In caso di hard border con il ripristino dei vecchi controlli alla frontiera tra le due irlande, il Regno Unito rinnegherebbe gli accordi del Venerdì Santo che posero fine alla guerra civile tra cattolici e protestanti, e metterebbe a rischio la sua stessa esistenza. In caso di accordo, lo UK non uscirebbe definitivamente dall’Unione Doganale, come vorrebbero i brexiteers duri e puri, tradendo, a loro avviso, il voto del 23 giugno 2016.

Ma oltre alle questioni di principio su mercato comune, dogane, Irlanda, dazi e servizi finanziari, l’Europa rimane più che altro il fronte su cui si combatte per la leadership del partito Conservatore (e non solo). Basta una lettera del 15% di MPs – deputati – dei Tories al 1922 Committee, l’organo composto da parlamentari conservatori che deve ratificare le condizioni di eleggibilità del leader del partito – per fare partire la procedura di cambio del segretario e quindi di Primo Ministro.

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