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Brexit, ecco su cosa sono in disaccordo Londra e Bruxelles

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Commento a cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, sulla fase 2 della Brexit

A due giorni dallo scoccare della Brexit il negoziato sulle future relazioni economiche tra Unione Europea e Regno Unito ha avuto finalmente inizio. Questa mattina, nel giro di due ore, le due parti in causa hanno chiarificato le proprie posizioni di partenza. Come c’era da aspettarsi, entrambe le parti hanno annunciato di entrare nel negoziato in buona fede, per raggiungere un accordo comprensivo e soddisfacente. Tuttavia, sono emersi dei chiari limiti e divergenze nelle posizioni, che offrono uno spiraglio per capire quella che sarà la strategia negoziale di esse e alcuni dei temi cruciali dei prossimi mesi.

Michel Barnier, il capo negoziatore dell’Unione Europea, ha presentato il memorandum di 33 pagine preparato dalla Commissione. Nel documento è specificato che l’Ue ha intenzione di raggiungere con il Regno Unito un accordo di libero commercio che non preveda tariffe.

La condizione necessaria perché questo avvenga è che il Regno Unito garantisca un “level playing field” un campo di gioco equo per gli attori economici. Questo vuol dire mantenere gli standard della legislazione UE in settori come “gli aiuti di stato, la concorrenza, le legislazioni sociali e del lavoro, l’ambiente, il cambiamento climatico, la politica fiscale”. Secondo l’Unione Europea il mantenimento di questi standard dovrà essere necessariamente formalizzato in un trattato.

Molto più lasca la parte che riguarda il mercato dei servizi e della finanza: in questo fondamentale campo, l’Unione Europea non prende nessun impegno nel garantire un accordo di libero commercio sui servizi, limitandosi a fare una lista dei settori che potrebbero essere passibili di un accordo di libero commercio. Da notare che il Regno Unito ha un deficit commerciale per quanto riguarda le merci e un surplus per quanto riguarda i servizi.

Infine, Barnier ha confermato che possiamo aspettarci il ritorno dei controlli alle frontiere e che il settore bancario non godrà del passporting. Da parte sua, Johnson ha riaffermato che il Regno Unito ha l’obiettivo di firmare un accordo di libero commercio, ma che è pronto a rinunciare o ridimensionare questa ambizione qualora non venissero rispettati i termini. In quest’ottica ha provato a minimizzare l’importanza dell’accordo con l’Ue, facendo l’elenco di tutti i paesi con cui intende iniziare discussioni commerciali.

Per quanto riguarda il tema del “level playing field”, Johnson ha provato a rassicurare l’Unione riguardo il mantenimento degli standard, citando direttamente tutte le aree menzionate nel memorandum (a eccezione delle politiche fiscali). Secondo Johnson in questi settori la legislazione Uk è già più avanzata di quella dell’Unione. Per questo il Regno Unito non ha alcuna intenzione di prendere impegni per mantenere le proprie norme in linea con quelle dell’Ue. Questa divergenza di vedute è assolutamente fondamentale. Nella visione di Johnson, “mantenere gli standard” non implica mantenere la stessa identica legislazione o, tantomeno, riconoscere l’autorità della Corte di Giustizia Europea, mentre l’Ue richiede “impegni robusti’ che le regole del Regno Unito non divergano troppo dalle proprie.

In aggiunta, ci sono alcune questioni cariche di significati politici e simboliche, sulle quali un accordo non sembra possibile. Primo, la pesca: l’Unione Europea richiede un accordo “costituito sulle attuale condizioni di accesso reciproco e quote”. Barnier ha detto che il raggiungimento di questa intesa è una condizione necessaria per la firma di un accordo di libero commercio (insieme al mantenimento del “level playing field”). Da parte sua, Johnson ha detto che non intende garantire quote di pesca di lungo termine alle navi Ue. La seconda questione controversa è quella legata allo status di Gibilterra. Riteniamo che un difficile compromesso su queste due questioni sia una condizione necessaria perché il negoziato si chiuda in modo positivo.

In definitiva, le due parti hanno posizioni molto distanti: fondamentalmente esiste un chiaro disaccordo sulle due condizioni che l’Ue ha posto per raggiungere un accordo sulle merci (pesca e level playing field) e non esiste nessuna chiara intenzione dall’Ue di garantire libero commercio sui servizi. Anche se le due posizioni non sono inconciliabili, un divorzio senza nessun accordo economico (che equivarrebbe al tanto paventato no deal) non solo non si può escludere, ma sembra non improbabile. Questa situazione non garantisce molta sicurezza agli operatori di mercato

I negoziati nei prossimi mesi faranno molto rumore, con un maggiore clamore man mano che ci si avvicina alla scadenza del 31 dicembre senza che si sia firmato un accordo. Non aiuta di certo il fatto che entrambe le parti abbiano reso chiaro che raggiungere un accordo non è un risultato irrinunciabile: l’ipotesi di uscire dalla trattativa verrà probabilmente sbandierata nel corso dei prossimi mesi da entrambe le parti e questo porterà volatilità sui mercati.

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