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La follia della Brexit. Torniamo all’idea di Europa di Margaret Thatcher? L’analisi di Malgieri

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L’analisi di Gennaro Malgieri, giornalista, saggista e scrittore

 

La data del 23 giugno 2016 resterà nel Regno Unito come una delle più nefaste della sua storia. L’ improvvido referendum sulla sua permanenza nell’Unione europa non si sarebbe dovuto mai celebrare. David Cameron, per quanto convinto che sarebbe stata una sciagura l’uscita del suo Paese dalla comunità economico-politica continentale, autorizzò la consultazione popolare nella certezza che non sarebbe passata la proposta degli euroscettici isolazionisti. Il 51,9%, contro il 48,1%, invece e contro ogni previsione, si pronunciò per il leave. Ed il voto spalancò le porte alla più grande crisi britannica del dopoguerra che sarà ricordata come “Brexit”.

Uno scenario confuso si palesò immediatamente. In Scozia, dove, due anni prima, il referendum sull’indipendenza aveva visto prevalere i “no” anche per l’incognita di un’uscita dall’Unione europea a seguito della scissione, gli elettori votarono a grande maggioranza a favore della permanenza. Adesso lo stesso problema connesso all’uscita si è riproposto in Irlanda con il pericolo che il traballante confine tra l’Eire e l’Irlanda del Nord (britannica), ma per nulla favorevole alle conseguenze dell’abbandono dell’Unione) possa riaccendere conflitti che travalicano quelli innescati dal leave e sconfinino addirittura nella sfera religiosa riproponendo antiche e sanguinose dispute peraltro sempre in agguato dietro tutte le svolte più o meno storiche dell’inquieta regione.

I passaggi parlamentari, previsti dai trattati, a Londra e a Bruxelles, non hanno fatto altro che sancire quanto elettoralmente era avvenuto, ma le trattative tra il governo britannico e l’Unione sono state sono foriere di tensioni le cui ripercussioni, ad un passo dalla definizione (è sempre che ci sarà una definizione accettabile da tutte le parti in causa), nessuno riesce a prevedere.

UN SUICIDIO INEVITABILE

C’è qualcosa di “misterioso”, al di là del dato politico fin troppo chiaro, in tutta la vicenda della Brexit. Indipendentemente dal connaturato “isolazionismo” dei figli di Albione, è certamente accaduto qualcosa nel profondo dell’anima della nazione che ha determinato lo sconquasso. E pensare che fu proprio Winston Churchill ad immaginare una Gran Bretagna saldamente inserita nei processi comunitari continentali, ma già all’epoca, dopo la fine della guerra , i rapporti tra il Regno Unito e l’Europa, non furono mai idilliaci, Nel 1973, quando si trattò di aderire alla Comunità economica europea (CEE), incertezze e ripensamenti, tra la gente ed i politici, furono piuttosto accesi.

I britannici non erano affatto entusiasti che qualcuno s’ingerisse nella loro politica. Eppure, per quanto scettica, anni dopo tanto Margaret Thatcher che John Major realisticamente, pur mettendo tanti paletti, si piegarono alla necessità di tenere il loro Paese unito alle altre nazioni europee comprendendo che gli spazi “imperiali” geo-politici imponevano la formazione di una grande area che non poteva essere soltanto di carattere commerciale e doganale. Major, nel 1992 firmò il Trattato di Maastricht, pur con tutto il “disgusto” politico del conservatore legato ad una tradizione europea che non prevedeva vincoli di carattere economico tra gli Stati, mentre era ancora vivo il ricordo dell’Impero perduto.

Le tensioni antieuropeiste non si sono mai allentate negli ultimi trent’anni.

Cameron, insoddisfatto delle trattative con Bruxelles sul nuovo accordo che intendeva rinegoziare, per far pesare il suo potere di interdizione, ricorse alla minaccia, alla quale diede poi seguito, del referendum al fine di mostrare ai partner europei che l’opzione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione non era un’utopia. Abbiamo i ricordato come andò a finire. I conservatori segnarono purtroppo il loro discredito condiviso, sia pure con un ruolo diverso, dalla sinistra laburista. Questi ultimi, confusi e frastornati, inclini ad un radicalismo d’antan, non sono di nessun aiuto alla ricomposizione – se mai vi fossero spiragli in tal senso – della questione. E a gestire il drammatico trapasso, soprattutto per le conseguenze economiche, sociali, civili che avrà dalla prossima primavera, saranno ancora loro, i Tory che hanno cancellato negli ultimi due anni una tradizione di equilibrio che era il loro primo vanto politico. Con la debole e contraddittoria Teresa May, la quale ha perso il partito, la premiership (è a termine) e perfino la carriera avendo promesso che non si candiderà più, i conservatori porteranno la Gran Bretagna laddove non è mai stata da duecento anni a questa parte: in una terra di nessuno, senza prospettive e con molti problemi a cominciare da quelli più elementari connessi agli scambi con gli ex- partners dell’Unione.

I conservatori cadono per mano della querelle europea? Ma quali conservatori, poi? C’è un fronte intellettuale in Gran Bretagna che rilancia l’Europa: è capeggiato dal filosofo Roger Scruton che ha contribuito a redigere il “Manifesto di Parigi” lo scorso anno, ricordando che, per quanto politicamente “euroscettica” era stata proprio la Thatcher a tenere unito il partito intorno ad una certa idea dell’Europa che non soltanto i conservatori britannici dovrebbero ricordare.

IL DISCORSO DI BRUGES

Trent’anni fa, infatti, con il famoso discorso pronunciato a Bruges, il 20 settembre 1988, quando già vedeva il fallimento del mega-Stato burocratico di Bruxelles e vigorosamente, ma vanamente, ne denunciava i pericoli, la Thatcher volle ribadire, paradossalmente, il “suo” europeismo, o meglio, sottolineare l’idea di Europa che aveva nutrito la Gran Bretagna ed alla quale il movimento conservatore si era sempre tenuto aggrappato. Nonostante questo, furono proprio i membri più autorevoli del suo partito che stava smarrendo le proprie radici fino a rinnegarle quasi del tutto, che nel 1990, dopo il suo discorso di dimissioni, l’ex-alleato Geoffrey Howe, ritenuto tra i più fedeli, la accusò di voler preservare a tutti i costi lo Stato-Nazione britannico, e di voler tenere il suo Paese rinchiuso “in un ghetto di sentimentalismo rispetto al proprio passato”.

Dopo aver lasciato la politica attiva la Thatcher intervenne ancora sulla questione europea. E, riprendendo idealmente il famoso discorso di Bruges, disse che la costruzione comunitaria “era infusa in uno spirito del futuro già vecchio”, che era stato commesso “un centrale errore intellettuale” assumendo che “il modello futuro del governo sarebbe stato una burocrazia centralizzata”. Insomma, “i tempi del mega-Stato costruito artificialmente erano finiti”.
Chi può darle torto oggi? L’ultima grande figura del conservatorismo politico europeo si prende la sua rivincita e quel lontano discorso dovrebbe essere di monito tanto ai sostenitori della Brexit, una delle più colossali stupidità politiche contemporanee, quanto ai sostenitori acritici di un’Europa senz’anima, tutta mercato e finanza, regolamenti astrusi e austerità che avviliscono ed impoveriscono i popoli.

(prima parte; la seconda parte sarà pubblicata domani)

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