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Brexit, che cosa ha in mente Boris Johnson

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Così come Boris Johnson non è Theresa May, anche l’Unione europea senza la Gran Bretagna sarà profondamente diversa dal passato. Sembrano affermazioni ovvie, banali, ma delineano un cambio di strategie netto e radicale, che riguarda ad un tempo gli equilibri europei e quelli transatlantici. L’Italia è attratta contemporaneamente dai due poli, quello angloamericano e quello continentale ed i recenti cambi di governo e di maggioranza sono solo le prove d’orchestra di uno spartito ancora tutto da scrivere.

Bisogna partire dalla nuova premiership britannica, che segna un cambio di direzione netto, che non è solo più aggressivo sul piano della Brexit, ma che metterà più di un bastone tra le ruote dell’Asse franco-tedesco. Sui rapporti con l’Unione europea, anche Theresa May era riuscita ad accattivarsi la fiducia del suo Partito sbandierando lo slogan “Brexit means Brexit”. Lei, sempre molto tiepida rispetto a questa prospettiva tanto da essere annoverata nello sparuto ma irriducibile manipolo di Conservatori fautori del Remain, si era in fine convertita. E’ stata un cambiamento poco convincente, alla prova dei fatti, perché fondata su una soluzione unica ed obbligata, l’approvazione ai Comuni dell’Accordo di recesso dall’Ue che aveva concordato con Michel Barnier, il Capo negoziatore di Bruxelles. Nessuna alternativa è possibile, perché l’Hard Brexit, l’uscita senza alcun accordo, scatenerebbe l’inferno. Carenze di medicinali e di generi alimentari, caos indescrivibile a Dover con migliaia di camion bloccati in file chilometriche. Più che previsioni, si tratta di una vera e propria fear strategy.

Nonostante i tre passaggi parlamentari, nessuna maggioranza a Westminster è stata in grado di approvare il testo di Accordo: visto che a Bruxelles si rifiutavano di riaprire i negoziati, nonostante le ripetute richieste della May, l’unica soluzione è stata il differimento del termine biennale previsto dal Trattato per regolare il recesso dall’Unione.

Theresa May, sorniona, considerava questi rinvii come il male minore: prima o poi, visto che Bruxelles era irremovibile, a Westminster avrebbero messo la testa a posto ed approvato l’Accordo. D’altra parte, l’Accordo stesso contiene un rinvio sine die della data di uscita della Gran Bretagna dal Mercato Interno. La clausola del backstop congela la questione della frontiera tra le due parti dell’Irlanda finché non le due parti non troveranno l’intesa su un sistema legale e pratico che consenta di controllare effettivamente, purché senza barriere fisiche, i movimenti di merci e persone. E’ una contraddizione in termini, che fa il gioco di chi vuole bloccare una Brexit effettiva, che implica una Gran Bretagna estranea al Mercato interno europeo e che torna libera di stipulare accordi commerciali internazionali. L’Europa non vuole assolutamente rinunciare al ricco e profittevole mercato inglese, con la Germania che fa la parte del leone, avendo realizzato un attivo di ben 48 miliardi di dollari nel 2017.

L’Accordo con Il backstop sulla frontiera irlandese assolve dunque ad una duplice funzione: mentre trattiene la Gran Bretagna all’interno del Mercato interno assicurando i conseguenti profitti commerciali, la espelle dai circuiti decisionali europei: l’Asse franco-tedesco si toglie dai piedi una fastidiosissima spina.

Per mantenere comunque lo status quo, si è proceduto al ripetuto differimento della data ultima per il Recesso. Il nuovo termine scade il 31 ottobre prossimo, alla vigilia dell’insediamento della nuova Commissione europea. È un crinale, politico ed istituzionale, che ha già implicato una forzatura, con la partecipazione della Gran Bretagna alla elezione del nuovo Parlamento europeo nella scorsa primavera. Se si verificherà la Brexit, i rappresentanti inglesi decadranno ed a loro subentreranno altri eletti negli altri Paesi membri. Altrimenti, rimarranno a Strasburgo, chissà per quanto tempo ancora.
Se c’è chi spera in un nuovo rinvio, una partecipazione della Gran Bretagna a pieno titolo alle rinnovate istituzioni europee non è più praticabile, anche perché Francia e Germania hanno intenzione di ridisegnare l’Unione secondo una strategia comune, soprattutto rafforzando il versante politico e militare, strategia a cui la Gran Bretagna non è solo estranea, quanto ostile.

Boris Johnson ha ottenuto un mese di tempo per proporre alla Unione europea una soluzione sulla questione della frontiera irlandese. Mentre si dichiara pronto ad uscire anche senza Accordo, provocatoriamente fa sapere che in questo caso non pagherebbe neppure la penale dei 42 miliardi di euro che è stata concordata con Bruxelles. O c’è un accordo su tutto, o non c’è su nulla.

A Westminster si cerca disperatamente una soluzione per evitare la Hard Brexit, quale che sia: con una legge, con una mozione che vincoli il governo, convocandosi in seduta straordinaria, addirittura ipotizzando un coinvolgimento della Regina.

Quella della Brexit è una vicenda lunga e drammatica. Ora, Boris Johnson vuole tagliare corto: in cauda venenum.

 

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