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Brexit, che cosa dirà Johnson a 30 giorni dal fatidico D-Day. L’approfondimento di Meloni

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Il punto di Daniele Meloni sulla Brexit a 30 giorni dal fatidico D-Day

Trenta giorni al D-Day e poi, forse, il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea. Così ribadirà domani il premier Boris Johnson alla Conference annuale del partito Conservatore di scena a Manchester da domenica scorsa. Di fronte a una platea sempre più brexiteer e sempre più convintamente anti-Ue hanno già parlato il ministro degli Esteri, Dominic Raab, il Cancelliere dello Scacchiere, Sajid Javid, e il ministro dell’Interno, Priti Patel. Di Theresa May e della sua epoca non resta più nulla. Gli europeisti Dominic Grieve e Ken Clarke sono messi ai margini e il libro di Cameron ricorda un’epoca in cui i Conservatori erano adagiati sulle politiche di Bruxelles.

Ora è Boris il mattatore. Parlando con la Political Editor della Bbc, Laura Kuenssberg il premier ha affermato che a breve offrirà all’Ue un accordo “costruttivo” e “a lungo termine” per l’uscita del Regno Unito dall’Unione, con una sezione dedicata ai controlli doganali in Irlanda dopo la Brexit.

L’orologio scorre, il 31 ottobre si avvicina e la sensazione di impasse sembra prevalere nella politica britannica. La questione del backstop nordirlandese continua a essere la più spinosa per il governo Johnson. Al momento non ci sono controlli sulle merci che passano dal confine britannico a quello irlandese. Il backstop fu concordato da Theresa May con i leader europei come sorta di polizza assicurativa per far sì che le cose restino come sono anche in futuro senza la necessità di installare telecamere o controlli di sicurezza al confine. Se l’accordo si materializzasse il Regno Unito manterrebbe una relazione di vicinanza all’Ue che l’attuale governo ritiene “antidemocratica” e “inaccettabile” anche alla luce dell’esito del referendum del 23 giugno 2016.

Portare a termine la Brexit è vitale per Johnson che ha scommesso tutta la sua premiership su un’uscita il 31 ottobre anche senza accordo se sarà il caso. Non sarà comunque facile per l’inquilino di Downing Street riuscire dove Theresa May ha miseramente fallito. I Tories hanno perso la maggioranza ai Comuni, e, allo stesso modo, il Labour ha bocciato la mozione per sciogliere la Camera e indire elezioni anticipate. Con la Brexit abbiamo visto anche questo: l’Opposizione che preferisce restare dov’è invece che andare alle elezioni, vincerle e governare. Ma tant’è.
In Parlamento – riconvocato dopo la decisione della Corte Suprema sulla sua sospensione chiesta da Johnson – laburisti, Tories europeisti e Lib Dems sono pronti a dare battaglia. Pure gli unionisti nordirlandesi, con cui i Tories governano dal 2017 con un “supply and confidence agreement”, non intendono retrocedere sul backstop.

Intanto, si moltiplicano anche i tentativi di mettere da parte l’istrionico premier e instaurare un caretaker, un premier provvisorio, che chieda un’ulteriore, ennesima, proroga del termine della Brexit e conduca il paese a nuove elezioni. Sul nome dell’eventuale prescelto ci sono diverse ipotesi, tutte più o meno irrealizzabili per la verità. Ieri il ministro dell’Economia del governo ombra laburista, John McDonnell, ha detto che qualsiasi governo ad interim dovrà essere guidato dal leader dell’Opposizione, il segretario laburista, Jeremy Corbyn. Costituzionalmente sarebbe anche corretto, ma il problema è che a non volere Corbyn premier sono proprio i suoi parlamentari. Another fine mess! Che bel casino, direbbero Stanlio e Ollio. Come finirà? Forse, ad Halloween, lo sapremo.

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