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Bp, Exxon e Chevron. Tutte le diversità tra le big sulle politiche post Covid

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Perché alcuni esperti intravedono differenze fra compagnie energetiche Usa e Ue su energie pulite e cambiamento climatico

La pandemia sta accelerando il divario tra le compagnie petrolifere europee e americane per quanto riguarda il cambiamento climatico e l’energia pulita. Un aspetto fondamentale soprattutto per quanto riguarda la direzione degli investimenti e i rendimenti che si otterranno, che dipenderanno, probabilmente, dal modo in cui il mondo affronterà il cambiamento climatico nei prossimi decenni.

L’ESEMPIO DI BP

Un colosso come BP ha annunciato, ad esempio, che ridurrà la produzione di petrolio e gas del 40% entro il 2030 come parte della strategia per tagliare le emissioni di carbonio secondo quanto riferito da Washington Post. La mossa, originariamente prevista per settembre, è stata accompagnata da un taglio dei dividendi e da una perdita di 6,7 miliardi di dollari nel secondo trimestre.

NETTO CONTRASTO CON EXXON E CHEVRON

Questo cambiamento, iniziato prima della pandemia ma ora accentuato, è in netto contrasto con quello degli altri giganti americani Exxon e Chevron. Queste aziende finora non stanno facendo grandi passi verso le energie rinnovabili e si stanno allontanando dal petrolio e dal gas.

DIFFERENZE STRATEGICHE MAI VISTE TRA LE AZIENDE PETROLIFERE

“In tempi moderni, non c’è mai stata una maggiore differenza strategica tra le grandi aziende come oggi – ha detto il veterano analista Dan Yergin, vice presidente della società di consulenza IHS Markit -. Stanno tutti guardando la stessa realtà, ma il modo in cui definiscono il loro ruolo è molto diverso. E sembra che il grande elemento di differenziazione sia l’Oceano Atlantico”.

LO ZAMPINO DEL CORONAVIRUS

Le interruzioni dell’attività economica in tutto il mondo in risposta al coronavirus hanno soffocato la domanda di petrolio in un momento in cui l’industria era già sommersa da un surplus di greggio e in difficoltà finanziarie. “Ora, il mondo potrebbe cambiare in modo permanente, allontanando la società da quella che è stata una domanda di petrolio in costante crescita, nonostante le crescenti preoccupazioni per il suo impatto sul pianeta”, è il pensiero di Amy Harder di Axios.

“La crisi del coronavirus ha all’improvviso accelerato il potenziale che la domanda di petrolio si stabilizzerà – ha detto Martijn Rats, stratega globale del petrolio alla Morgan Stanley -. I prezzi del petrolio costantemente bassi stanno rendendo più intriganti gli investimenti in altre fonti. La redditività degli investimenti nelle energie rinnovabili rispetto al petrolio e al gas è molto più vicina ora”.

IL CONFRONTO CON L’EUROPA

Il confronto con l’Europa evidenzia come sia netto il divario con gli americani: “Se sei un’azienda europea, stai guardando a politiche governative molto più aggressive”, ha detto Yergin, autore vincitore del Premio Pulitzer che sta per pubblicare un altro libro – “La nuova mappa”: Energia, clima e lo scontro delle nazioni” – il mese prossimo. Se Joe Biden dovesse vincere e i Democratici prendere il controllo del Congresso, le aziende americane potrebbero trovarsi su una barca simile.

Secondo Rats di Morgan Stanley ci sono, in finale, due scuole di pensiero in competizione: “Se si pensa che ci sia ancora un ruolo importante per petrolio e gas e ci si dovrebbe semplicemente attenere al proprio lavoro, allora si finisce per allinearsi con i punti di vista delle major americane. Se si ritiene che il cambiamento climatico sia un effetto di rottura e che le aziende energetiche debbano cambiare al passo con i tempi, allora si finisce per fare quello che fanno le major europee”.

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