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Bomba umana della Turchia contro l’Europa? Fatti e analisi

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Migranti stanno già raggiungendo la Grecia e la Bulgaria dopo la decisione della Turchia di non bloccare più il loro transito verso l’Europa. Notizie e approfondimenti

Gli ambasciatori della Nato hanno espresso la totale solidarietà nei confronti della Turchia dopo l’attacco subìto contro le sue truppe nella regione di Idlib. Nonostante i tentativi di de-escalation, Ankara ha comunque promesso di resistere a eventuali future aggressioni nella zona.

Centinaia di migranti stanno già raggiungendo la Grecia e la Bulgaria dopo la decisione della Turchia di non bloccare più il loro transito verso l’Europa. Ma i diplomatici Ue temono più le tensioni sulla Siria che la possibile crisi dei profughi.

ECCO TUTTI I DETTAGLI

La Turchia ha annunciato di aver distrutto un arsenale di armi chimiche di Damasco nella Siria nord-occidentale, in rappresaglia per gli attacchi di giovedì in cui sono rimasti uccisi più di 30 soldati di Ankara.

CHE COSA E’ SUCCESSO IERI

Ieri le truppe turche avevano lanciato un contrattacco uccidendo 329 soldati del regime di Assad e colpendo oltre 200 obiettivi nemici.

IL GOVERNO DI ANKARA

Il governo di Ankara intanto ha annunciato che non fermerà più i migranti che vogliono andare in Europa.

IL FLUSSO DI RIFUGIATI

Ora dopo ora, il flusso di rifugiati siriani in Turchia avanza con ogni mezzo possibile verso le frontiere con Grecia e Bulgaria.

L’ESODO

Un esodo scatenato all’improvviso dall’annuncio nella notte che le autorità di Ankara li avrebbero lasciati passare, come reazione a caldo e temporanea – si parla di 72 ore – per punire il mancato sostegno dell’Europa nella crisi in Siria, dove un raid aereo ha inflitto ieri sera all’esercito turco la più grave perdita dal suo ingresso nel 2016, uccidendo 33 militari a Idlib.

IL RICATTO

Il ricatto che per mesi è stato un mantra dei discorsi del presidente Recep Tayyip Erdogan si è trasformato in realtà dopo un Consiglio di sicurezza nazionale convocato d’urgenza.

LE PAROLE DELL’UE

“Non c’è alcun cambiamento nella politica verso i migranti e richiedenti asilo”, giura ufficialmente Ankara, che in un colloquio ha rassicurato l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell.

CHE COSA DICE IL GOVERNO TURCO

Eppure, ha confermato ancora il governo turco, “di fatto, alcuni migranti e richiedenti asilo nel nostro Paese, preoccupati dagli sviluppi, hanno iniziato a muoversi verso i nostri confini occidentali. Se la situazione peggiora, il rischio continuerà a crescere”.

IL RUOLO DELLA GRECIA

Un’ondata che la Grecia ha frenato sul nascere blindando le frontiere, mentre tornano a materializzarsi le scene delle frotte di disperati in cammino viste prima dell’accordo Ue-Turchia del marzo 2016.

L’APPROFONDIMENTO DI GIANMARCO VOLPE, GIORNALISTA E ANALISTA, TRATTO DAL SUO PROFILO FACEBOOK:

Partiamo da Idlib. Negli ultimi mesi ne avete già sentito parlare perché è il territorio in cui è stato scovato e ucciso Abu Bakr al Baghdadi, il leader dello Stato islamico (ve lo ricordate lo Stato islamico?). È il cuore agricolo del nord-ovest della Siria, una distesa di colline e di uliveti puntellata di città di medie e piccole dimensioni i cui nomi sono destinati a dirci poco. La maggioranza è musulmana sunnita, con un’importante minoranza cristiana.

A nord ci sono la Turchia e la regione di Afrin, che pure è controllata dalla Turchia (e dai suoi alleati siriani) dal 2018. A est, a una manciata di chilometri, c’è Aleppo: seconda città del paese, per secoli uno degli snodi commerciali più importanti del Medio Oriente.

A ovest c’è la provincia di Latakia, una striscia di terra a ridosso del Mediterraneo che è:
* la storica roccaforte della comunità alawita, quella del presidente Bashar al Assad;
* l’unico accesso al mare della Siria;
* il territorio in cui si trovano il porto di Tartus e la base aerea di Hmeimim, i due principali avamposti militari della Russia nella regione mediorientale.

A sud ci sono le forze di Assad che avanzano e spingono. Dopo nove anni di guerra civile, con l’intervento decisivo dell’alleato russo nel 2015, hanno ripreso il controllo di quasi tutta la Siria. La regione di Idlib è l’ultima interamente controllata dai nemici, perché a est ci sono i curdi ma i curdi non sono mai stati nemici.

Chi sono i nemici? Sono un’eterogenea galassia di gruppi ribelli sunniti più o meno islamisti. A dominare fra questi è Hayat Tahrir al Sham (una cosa tipo Comitato di liberazione del Levante), che fino a due anni e mezzo fa si faceva chiamare Fronte al Nusra ed era il ramo ufficiale di al Qaeda in Siria. Col tempo sono andate crescendo di numero e rilevanza le milizie armate e sostenute dalla Turchia.

Un ultimo riferimento geografico per spiegare perché Idlib sia una posta in palio così alta: vi si incrociano due autostrade di vitale importanza. La M4 collega Latakia ad Aleppo, la M5 collega Aleppo a Damasco. Per Assad vincere a Idlib significa vincere la guerra. Per questa ragione negli ultimi mesi l’Esercito arabo siriano non ha mai smesso di attaccare. E non ha mai smesso di essere sostenuto dall’aviazione russa. Dall’altra parte la Turchia non ha mai smesso di opporsi, con ogni mezzo, all’offensiva.

Erdogan dice di voler evitare una nuova ondata di profughi. Lo dice alle cancellerie europee, che sul tema sono piuttosto sensibili. Ma è anche un problema interno, perché i 4 milioni di siriani già accolti sono sempre più invisi alla popolazione turca e sono diventati uno strumento di propaganda dell’opposizione. Erdogan, però, vuole soprattutto sedersi al tavolo delle trattative per il futuro della Siria in una posizione di forza. Vuole controllare quel che accade a sud dei suoi confini, tenere a distanza i curdi, mantenere un’influenza sulle regioni già conquistate militarmente.

Nel settembre del 2018 Putin ed Erdogan hanno firmato a Sochi un accordo per rendere la regione di Idlib una zona “demilitarizzata”. L’intesa prevedeva lo stop all’avanzata dei governativi e l’arretramento dei gruppi radicali. Intendersi su chi e che cosa siano i gruppi radicali è affare complicato e, ca va sans dire, l’accordo non ha mai retto. A dicembre 2019 è iniziata una nuova offensiva delle forze di Assad che ha già costretto alla fuga quasi un milione di civili. La Turchia – sulla base dell’accordo di Sochi che le permette di mantenere dei punti di osservazione a Idlib – ha inviato nuovi convogli militari nell’area che sono finiti più volte sotto attacco.

Ieri l’episodio più grave: almeno 33 militari turchi sono rimasti uccisi in un attacco aereo. Erdogan, per evitare di finire in guai più seri, ha puntato il dito contro i siriani e non contro i russi (che pure hanno il completo controllo dello spazio aereo nell’area). Ma parallelamente, non avendo trovato l’auspicato sostegno europeo contro Putin, ha annunciato l’apertura delle frontiere ai profughi diretti in Europa. E ha lasciato che nella notte gruppi di dimostranti andassero a protestare sotto la sede dell’ambasciata russa ad Ankara.

La Turchia è spalle al muro. I suoi punti di osservazione a Idlib sono accerchiati e sotto attacco. Senza una soluzione politica non ne esce, ma senza alleati non c’è modo di spingere gli avversari a trattare. Stamane Erdogan ha chiesto l’intervento della Nato, ma forse si è ricordato troppo tardi di farne parte.

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