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Bielorussia, perché Lukashenko e Putin non possono non andare d’accordo

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La rivoluzione civile in Bielorussia ha paradossalmente rafforzato la relazione tra Lukashenko e Putin che negli ultimi mesi era stata sul punto di rompersiper le diatribe sulle forniture del gas e gli ammiccamenti di Minsk a Washington. L’approfondimento di Enzo Reale per Atlantico quotidiano

 

La strategia del regime in Bielorussia nei confronti dei rappresentanti visibili dell’opposizione segue ormai uno schema consolidato: prima le intimidazioni, poi la detenzione/sequestro, infine la deportazione. L’obiettivo di Lukashenko è presentarsi alla prossima riunione con Putin come l’unico interlocutore possibile, consapevole che se il Cremlino disponesse di un’alternativa credibile probabilmente farebbe a meno di lui. Kolesnikova aveva appena fondato un partito (Insieme), ed è stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Difficile, a questo punto, non mettere in relazione l’avvelenamento di Navalny con la situazione in Bielorussia. Domenica si vota in Russia per il rinnovo di diverse amministrazioni regionali e la campagna per il “voto utile” (tutti i candidati meno quelli putiniani) stava di nuovo facendo scricchiolare le certezze del presidente e di Russia Unita, come l’anno scorso nel voto per il Parlamento di Mosca.

Adesso, nei due Paesi che Putin vorrebbe uniti per sempre, tutti gli oppositori più scomodi sono fuori gioco o fuori dai confini nazionali. Il tempo dirà quanto la decapitazione dei leader influirà sull’evoluzione delle proteste anti-regime. Per il momento la spinta popolare a Minsk sembra trarre forza dalla repressione e le conseguenze dell’attentato a Navalny su un movimento tutto sommato marginale nella società russa sono ancora tutte da valutare. Quel che si può affermare con certezza è che, sia che si tratti di ordini dall’alto o di situazioni nate da un “condizionamento ambientale”, la persecuzione di Navalny e Kolesnikova rivela in pieno la corruzione morale dei rispettivi governi e il loro affanno nel gestire le sfide dirette al potere.

La rivoluzione civile in Bielorussia ha paradossalmente rafforzato la relazione tra Lukashenko e Putin che, negli ultimi mesi, era stata sul punto di rompersi più volte per le diatribe sulle forniture del gas e gli ammiccamenti di Minsk a Washington. I due non si amano, è manifesto, ma oggi più che mai hanno bisogno l’uno dell’altro. Il problema principale è che questa dipendenza è evidente anche a una popolazione in linea di principio non animata da sentimenti anti-russi ma tuttavia cosciente che l’intervento di Mosca è il maggior ostacolo alla caduta del regime in casa propria. Il risveglio di un sentimento nazionale tra i bielorussi è figlio di questa consapevolezza: se la lotta per la libertà non coinciderà con una reale indipendenza nazionale, la battaglia non si potrà considerare vinta. Se Mosca rappresentasse un modello democratico a cui ispirarsi, la rivoluzione si sarebbe già compiuta. La realtà, però, è un’altra e a una nazione stanca di una dittatura che, salvo una breve parentesi tra il 1991 e il 1994, dura ininterrottamente da quasi cent’anni (prima l’URSS, poi Lukashenko) non resta che sperare nell’appoggio morale e politico dell’Unione europea.

Per il momento Bruxelles rifiuta di sanzionare Lukashenko, sperando di mantenere aperto un non meglio precisato “canale di dialogo”. Putin d’altra parte è conscio della necessità di una transizione a Minsk, un passaggio di potere che risulti favorevole ai propri interessi e che gli permetta, nel medio periodo, di realizzare l’unione tra le due entità statuali, grazie a cui estendere la quota di influenza russa nella fase finale del suo interminabile mandato. È superfluo sottolineare quanto questo piano d’azione sia lontano dai desiderata dei bielorussi che stanno rischiando l’incolumità fisica contro un regime disposto a tutto pur di perpetuarsi, anche a svendere una sovranità nazionale che, in ogni caso, sta già dimostrando di usurpare.

Per raggiungere l’obiettivo, oggi Mosca ha bisogno di mantenere al potere Lukashenko. La strategia è già operativa, come dimostra l’invio di agenti dell’intelligence, tecnici informatici, consulenti per la sicurezza nazionale e funzionari della propaganda, che hanno di fatto occupato la televisione statale bielorussa, prendendo il posto di un gran numero di colleghi dimissionari. Lo stato maggiore di RT (Russia Today) è arrivato a Minsk martedì, capitanato da Margarita Simonyan, vera eminenza grigia (ma anche lei vestita di verde) dietro la galassia (dis)informativa del Cremlino. La missione ufficiale era intervistare Lukashenko, fornirgli un palcoscenico internazionale, preparare i russi a quel che verrà. Sembra che il presidente abbia apprezzato, considerando i sorrisi e gli abbracci immortalati in una serie di foto finali che tutta la Bielorussia ha potuto vedere. In questo contesto la riforma costituzionale che Lukashenko si è detto disposto a considerare sarebbe presentata come una concessione alle opposizioni, dando tempo a Mosca di organizzare partiti e organizzazioni pro-russe in grado di garantirle il controllo del processo e di evitare qualsiasi scivolamento di Minsk in orbita europea e occidentale. Da qui all’integrazione politica ed economica tra le due entità il passo sarebbe relativamente breve, senza bisogno di azioni armate dirette o per procura, sul modello ucraino.

Un’annessione a fuoco lento che deve fare i conti però con tre variabili: la prima è l’imprevedibilità di Lukashenko, che adesso si trova in un vicolo cieco e senza margini di manovra, ma non è detto che accetti di buon grado tutto quel che gli venga imposto: per il momento, nonostante le pesanti interferenze, il KGB e le forze armate sono ancora sotto il suo controllo; la seconda è la resistenza di una popolazione sempre più consapevole dei propri diritti e della propria identità nazionale, che difficilmente accetterà il passaggio da un autoritarismo autoctono a uno imposto dall’esterno; la terza è l’acquiescenza delle democrazie occidentali, su cui Putin fino ad ora ha sostanzialmente potuto contare, ma che il sovrapporsi del caso Navalny con la crisi bielorussa sta mettendo alla prova. È su questi scenari che dovrebbero concentrarsi l’attenzione e lo sforzo diplomatico dell’Unione europea, piuttosto che su improbabili (almeno ad oggi) interventi armati. Non comprendere le reali intenzioni del Cremlino o, peggio, assecondarle significherebbe tradire le speranze di libertà dei bielorussi, che stanno assumendo sulle proprie spalle l’intero peso di una rivoluzione civile che, qualunque sia l’esito, è destinata a rappresentare uno spartiacque nella storia della Bielorussia.

Assisteremo al logoramento progressivo dell’autocrazia o prevarrà il puntello di Mosca dove alla fine si deciderà tutto? Lukashenko non molla, si incarica del lavoro sporco, si mostra alla folla fucile in mano ma ha l’orecchio rivolto al Cremlino per ricevere istruzioni. Non ha sotto di sé una struttura di potere articolata a livello territoriale né una base partitica organizzata, le imprese statali e i sindacati ufficiali sono costretti al silenzio ma scioperi e contestazioni ne hanno rivelato l’umore, anche la Chiesa cattolica è sotto attacco, come dimostra il divieto di rientro imposto all’arcivescovo Tadeush Kandrusievich: tutto il suo potere dipende dai servizi di sicurezza di cui è, allo stesso tempo, padrone e ostaggio. E come in un tragico gioco di specchi, questo regime declinante ma violento, a metà fra stagnazione brezneviana e dittatura militare sudamericana, prefigura l’imbarbarimento del grande vicino, prigioniero di un sistema che Putin ha blindato e, forse, condannato a un comune destino di decadenza. A meno che, nel frattempo, non succeda qualcosa anche da quelle parti.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su atlanticoquotidiano.it; qui la versione integrale)

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