Mondo

Vi racconto le ottusità di Berlino

di

Germania

Il commento di Edoardo Narduzzi

I numeri dicono che la nuova battaglia dello spread è già iniziata. Non sarà come quella del 2011 che disarcionò il governo Berlusconi e spianò la strada all’esecutivo del tecnico Mario Monti, ma una battaglia che corre lungo i terminali del costo del denaro mai può essere presa sottogamba. La situazione di oggi non è diversa soltanto per l’Italia, perché sia il contesto internazionale che quello europeo sono molto diversi da allora. Il Regno Unito sta negoziando l’uscita dall’Unione europea e la probabilità che il distacco sia senza accordo, cioè una hard Brexit, è oggi molto alta.

La cancelliera tedesca Angela Merkel guida l’ennesimo governo di colazione con i socialdemocratici (nel 2011 governava con i liberali) ma con numeri ridotti al lumicino in Parlamento e rischia di subire una sonora sconfitta alle prossime elezioni di ottobre in Baviera. Nei fatti la Merkel è già alla ricerca di un nuovo incarico. In Europa orientale è tutto un rompete le righe verso la dottrina franco-tedesca e la visione germanocentrica dell’Europa: a Varsavia come a Budapest la parola d’ordine è quella di fondare un’Europa dei popoli non uno Stato federale dominato dalle tecnocrazie. Il Mediterraneo, infine, continua a essere tutto tranne che stabilizzato. La crisi greca, per esempio, è pronta a tornare d’attualità dopo un decennio di politiche di aggiustamento e almeno tre salvataggi che hanno comportato anche interventi di haircut del debito pubblico.

L’infinita crisi della Grecia è la prova più evidente dell’insostenibilità della politica economica imposta da Berlino a economie troppo diverse tra loro: nessuna politica di austerità può riequilibrare situazioni dissimili nella stessa area monetaria in assenza di trasferimenti di risorse federali (come avviene negli Usa) o di strumenti di raccolta federali, i cosiddetti eurobond. Se i parametri di Maastricht, sui quali i tedeschi hanno fatto le barricate, fossero stati applicati al Giappone o agli Usa, che hanno debiti pubblici e deficit consistenti, le loro economie sarebbero da tempo in deflazione e, forse, anche in recessione.

La politica economica di Maastricht doveva essere interpretata come uno strumento inziale per avviare la convergenza e lanciare la moneta unica non come un dogma neppure discutibile. Pensare che, mentre il Regno Unito si avvia alla Brexit, l’eurozona si possa permettere un’Italia messa all’angolo dallo spread e magari spinta fuori dall’euro è argomento talmente folle che non può essere immaginato neppure dopo aver bevuto litri di birra all’Oktoberfest. Anche perché oggi non esistono alternative al governo attuale o a un governo con il M5S, quindi una crisi da spread porterebbe a nuove elezioni in Italia non a governi tecnici che fanno le veci della Troika. E qualsiasi elezione convocata con il Paese messo in ginocchio dallo spread si trasformerebbe in un referendum sull’euro e sull’Europa germanizzata con tutti i rischi del caso. Sempre meglio avere un debitore in bonis in grado di pagare che un debitore costretto a tagliare unilateralmente il debito perché spinto fuori dall’euro dall’ottusità altrui.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

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