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Beirut, cosa è successo ai militari italiani

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Due militari italiani sono rimasti colpiti in modo non grave nel porto di Beirut a seguito dell’esplosione che ha devastato la capitale libanese. La foto della Jmou italiana dopo l’esplosione

Due militari italiani sono rimasti colpiti in modo non grave nel porto di Beirut a seguito dell’esplosione che ha devastato la capitale libanese. La foto della Jmou italiana dopo l’esplosione

CHE COSA E’ SUCCESSO AI MILITARI ITALIANI A BEIRUT

Secondo le prime informazioni, i due soldati sono stati investiti dai vetri infranti dall’esplosione, e hanno riportato solo danni superficiali, ha scritto Repubblica: “Uno di loro, un caporal maggiore, ha riportato una lieve ferita a un braccio e una sospetta frattura, ma non necessita di trattamenti speciali. Un altro graduato è in stato di choc. Entrambi sono affidati alle cure dei medici militari, senza alcun ricovero in ospedale”.

JOINT MOVEMENT UNIT

I militari della Joint Movement Unit— cioè l’unità che si occupa di compiti logistici sia per il contingente del nostro Paese che per la missione Unifil, all’interno dello scalo – sono stati evacuati alla base di Shama, quella che ospita la presenza più numerosa delle Forze armate italiane.

IL TRASFERIMENTO

A far decidere per il trasferimento, più che motivi di sicurezza, sarebbero stati i danni riportati dagli alloggi: i soldati italiani sono ospitati in una base delle Forze Armate libanesi all’interno dell’aerea portuale, nel quartiere La Quarantaine, dove occupano una serie di prefabbricati Corimec adibiti anche a uffici. Anche qui l’onda d’urto dell’esplosione ha sfondato le finestre, com’è successo in una buona parte della capitale libanese.

L’APPROFONDIMENTO DI REPUBBLICA

«Quella base è estremamente sicura e tranquilla, non abbiamo mai avuto problemi, anche perché siamo all’interno di una caserma libanese. Il lavoro anzi è di routine, la logistica che garantisce i rifornimenti al contingente italiano e a Unifil», ha raccontato a Repubblica un veterano della missione: “A occuparsi di attività “Tramat”, cioè di trasporti e materiali, è appena una dozzina di militari, parte del Reggimento Bellinzago Novarese. Dipendono direttamente dal contingente italiano, non dall’Unifil, tanto che indossano il basco nero, non quello blu delle Nazioni Unite. Il loro compito è coordinare il lavoro dei contractor locali per caricare e scaricare navi ed aerei di mezzi e materiali”.

L’ANALISI DI OLIMPIO (CORSERA)

Ha scritto Guido Olimpio del Corriere della Sera: “Oltre mille soldati italiani fanno parte dell’Unifil, un contingente Onu composto da diecimila uomini guidati dal generale Stefano Del Col, in missione di pace nella parte sud del Libano. In realtà noi avevamo già mandato un reparto nell’82 dopo l’invasione israeliana e in precedenza il piccolo quanto importante nucleo di elicotteri schierato a Naqura. Più alcuni elementi a Beirut, snodo logistico e porta di ingresso per i rifornimenti. Questo spiega il ferimento di alcuni caschi blu nell’esplosione. Gli italiani — attualmente presenti con la Brigata Sassari —, insieme ai colleghi stranieri, hanno un compito delicato. Momenti di calma (finta) si alternano a lampi di tensione. I caschi blu devono evitare che il confronto tra la fazione filo-iraniana degli Hezbollah e Israele degeneri in guerra totale. In realtà molto dipende dalla volontà dei contendenti che si scambiano colpi. Nessuno però può prevedere le sorprese. Tunnel, bunker, apparati elettronici di spionaggio, ordigni inesplosi, incursioni di droni, finti pastori. Le pattuglie sorvegliano il confine, svolgono un’azione di supporto alla popolazione, presidiano avamposti remoti. Le unità sono apprezzate anche per non essere invadenti. Ma sanno bene che è un equilibrio fragile, esposto alle tempeste politiche del Medio Oriente. L’Unifil è spesso tirato per la divisa. Usa e Israele vorrebbero controlli maggiori sui guerriglieri accusati di aver creato uno Stato nello Stato. Beirut, invece, protesta per le continue violazioni del suo spazio aereo da parte israeliana. Noi siamo nel mezzo”.

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