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Bce, tanti soldi e pochi risultati. Un Qe senza strategia?

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta con un bilancio del Quantitative easing che termina alla fine del 2018

 

È di 2.563 miliardi di euro, a fine novembre, il consuntivo dell’APP (Asset Purchasing Program), che ha trasformato la Bce in uno dei più grandi asset manager mondiali, imitando la BoJ e la Federal Reserve americana.

CHE COSA HA FATTO DAVVERO LA BCE CON IL QUANTITATIVE EASING

Ha comprato di tutto: titoli pubblici per 2.096 miliardi, covered bond per 177, asset backed securities per 28, asset aziendali per 262. Usando moneta scritturale, neppure stampata, creata dal nulla. Di titoli di Stato italiani ne sono stati comprati per 363 miliardi di euro, una somma più che doppia rispetto al deficit di bilancio degli anni 2015-2018, che è ammontato a soli 152 miliardi di euro. La Bce, imputandoli al bilancio della Banca d’Italia, ha assorbito quindi il doppio delle emissioni nette di nuovo debito pubblico: un impegno ciclopico, dal risultato più che modesto.

COME SI CONCLUDERA’ IL QE DELLA BCE

Con la sua conclusione, alla fine di questo mese, la Bce mette dunque la parola fine alle operazioni di immissione straordinaria di liquidità volte a contrastare la deflazione, ufficialmente per riportare la crescita dei prezzi al consumo ad un livello vicino ma non superiore al 2% annuo.

L’OBIETTIVO FALLITO PER L’ITALIA

Obiettivo fallito, almeno per quanto riguarda l’Italia: il deflatore dei consumi privati è stato dell’1,1% nel 2015, dovrebbe attestarsi alla medesima percentuale quest’anno, mentre per il 2019 ed il 2020 si prevede rispettivamente l’1,4% ed il 2,2%. Questi dati, desunti dagli allegati alla lettera con cui il governo ha appena concordato con la Commissione europea le modifiche alla manovra di bilancio, confermano la inefficienza dei meccanismi che sono stati individuati dalla Bce per immettere liquidità nell’economia reale.

DOSSIER INFLAZIONE

La crescita dell’inflazione al 2,2% nel 2020, e quella all’1,6% nel 2021 che si rinvengono nel medesimo documento, sembrano il frutto del desiderio di ottenere un miglioramento del rapporto debito/pil intervenendo sulla dinamica nominale del denominatore. Ipotizzare tassi di crescita reale superiori all’1% quest’anno e nel 2019, all’1,1% nel 2020 e nuovamente all’1% nel 2021 sarebbe stato irrealistico, considerato che siamo in una situazione di peggioramento delle dinamiche economiche mondiali e dello stallo completo delle misure anticicliche.

GLI EFFETTI REALI

L’inflazione, in ogni caso, si muove con diretto riferimento ai prezzi dei prodotti petroliferi e dei beni importati: stavolta, nonostante la forte svalutazione dell’euro avviatasi già all’annuncio del Qe, niente di quanto sperato è successo. Pur di vendere, si sono spesso ridotti i margini, rinunciando a trasferire i maggiori costi al consumatore: piuttosto, si tagliano i salari. Siamo in una situazione di deflazione strutturale, dipendente dal modello economico mercantilista ormai prevalente.

PERCHE’ IL QE NON HA REALIZZATO GLI OBIETTIVI SULL’INFLAZIONE

Ci sono temi tecnici che spiegano perché, supponendo che vi sia una relazione diretta tra quantità di moneta in circolazione e livello generale dei prezzi, il Qe non sia riuscito a raggiungere l’obiettivo di aumentare l’inflazione: la nuova moneta entra nel sistema economico dall’estero, oppure attraverso il canale bancario, ovvero attraverso la spesa pubblica finanziata in disavanzo da nuova moneta. L’acquisto dei titoli del debito pubblico con il Qe, che è stato effettuato sul mercato secondario e per di più su piazze finanziarie estere, non poteva oggettivamente raggiungere l’obiettivo previsto.

CHE COSA FACEVA LA BANCA D’ITALIA

Tornando ai tempi andati, quando la Banca d’Italia acquistava l’inoptato dal mercato alle aste del debito pubblico, il meccanismo era assai diretto: si estinguevano con nuovi contanti i mandati di pagamento dello Stato attraverso le filiali della Tesoreria provinciale. Ed inoltre, così come fa tuttora la Fed, si retrocedevano al bilancio dello Stato gli interessi percepiti su quei titoli, al netto delle spese e delle commissioni d’uso. La nuova moneta, M1, entrava direttamente nel circuito economico attraverso il sistema dei pagamenti pubblici, prima ancora di essere depositata presso il sistema bancario.

LE ASSENZE DI STRATEGIE POLITICHE

La assenza di strategie politiche per l’Europa, che si è affidata al mero consolidamento finanziario dei conti pubblici e del sistema bancario come presupposto dello sviluppo, risulta ancora più grave in questo momento.

IL VERO STATO DELLA BCE

La situazione in cui si trova ora la Bce è assai peggiore di quella della Fed, perché ha i tassi di riferimento pari a zero, ed ancora negativi (-0,40%) quelli per i depositi di liquidità ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria. Non ha quindi margini di manovra sulla base degli strumenti ordinati per contrastare una nuova recessione, o peggio una possibile crisi finanziaria.

IL NULLA DEL PIANO JUNCKER

Il Piano Junker si è dissolto nel nulla, perché implicava il finanziamento da parte di privati di iniziative in grado di offrire rendimenti certi agli investitori. Le grandi reti transeuropee sono in stallo, i piani di transizione tecnologica ed ecologica stentano ad affermarsi, basati come sono su costi crescenti per le imprese ed i consumatori.

CHE COSA AVREBBE DOVUTO FARE LA BCE

Lo smantellamento progressivo delle iniziative geopolitiche ed industriali su cui si era fondata la Comunità europea, la Ceca e l’Euratom, e rispetto a cui rimangono unici esemplari la Bei e l’Esa, dovrebbe essere riconsiderato alla luce delle nuove esigenze. Se solo la Bce avesse acquistato bond di queste ormai scomparse istituzioni europee, o almeno quelli del Piano Junker, ci sarebbero stati quegli investimenti infrastrutturali ed innovazione capaci di creare occupazione e sviluppo.

PERCHE’ IL QE NON HA CENTRATO GLI OBIETTIVI

Usare risorse colossali come è avvenuto con il Qe, senza avere un minimo di strategia complessiva circa gli indirizzi e gli obiettivi, al di là della scusa dell’inflazione, è costato all’Europa ben più degli oltre duemilacinquecento miliardi: sono stati persi tre anni cruciali.

LA VERA TATTICA DELLA BCE

La strategia della Bce, con una politica monetaria accomodante, ha cercato solo di rendere meno dura la politica di bilancio restrittiva decisa con il Fiscal Compact, indorando appena la pillola delle riforme strutturali fondate sulla deflazione salariale, dacché il lavoro è l’unica merce che non ha una quotazione uniforme sui mercati globali.

IL FALLIMENTO DEL TRATTATO DI LISBONA

In questo sta il fallimento del Trattato di Lisbona, che risale pur esso al 2008: l’Europa ambiva ad essere l’area più dinamica del pianeta, con gli oltre 500 milioni di cittadini ad elevata scolarizzazione, coesione sociale e comuni radici storiche e culturali. È diventata invece un’area ad elevata conflittualità dal punto di vista istituzionale, politico e sociale, tra Brexit, Gruppo di Visegrad, sovranismi vari e Gilet Jaune.

L’ERRORE DELLA BCE

L’errore della politica monetaria della Bce è stato la non discriminazione degli interventi, la fideistica convinzione della capacità del mercato di autoregolarsi, trascurando le profonde differenze tra le varie aree territoriali dell’Europa ed i diversi settori.

UNA SCELTA DI COMPROMESSO

La chiave usata per gli acquisti del Qe, riferita alla quota di partecipazione delle diverse Banche centrali al capitale della Bce, e che indirettamente fa riferimento al Pil dei rispettivi Paesi, è stata una scelta di compromesso, per convincere la Germania ad accettare una iniziativa che sembrava sagomata a favore dell’Italia, in difficoltà dopo il 2010 ad accedere ai mercati finanziari per collocare i titoli del suo debito pubblico.

CHI HA PIU’ BENEFICIATO DELLE MANOVRA BCE

In realtà, è stata la Germania che ne ha beneficiato di più, sia per la svalutazione dell’euro verso il dollaro che ne è conseguita, e che ha fatto aumentare ulteriormente il suo saldo commerciale extra-Ue, importante in un momento di bassa crescita europea, sia per aver determinato un rendimento negativo sui titoli del debito pubblico tedesco, collocato prevalentemente all’estero. Sono stati i risparmiatori stranieri, tra cui probabilmente non pochi italiani, ad aver contribuito alla significativa riduzione del debito tedesco, prestando più denaro di quanto non ne incassino per l’investimento.

SISTEMA BANCARIO PARALIZZATO

Nel frattempo, anche il sistema bancario italiano è stato paralizzato da normative sempre più rigorose in materia di capitale, di liquidità e di smaltimento delle sofferenze, da stress test che prefiguravano scenari sempre più catastrofici, con il risultato di penalizzare l’economia reale con un inusitato deleveraging, che si è accompagnato alla politica fiscale costrittiva.

PER UNA VERA POLITICA MONETARIA ESPANSIVA

Per fare politica monetaria espansiva, non basta ridurre a zero i tassi di interesse e comprare asset a destra ed a manca, quando gli strumenti concreti ed il canale bancario che avrebbero dovuto garantire alla economia reale l’accesso alla liquidità ed al credito sono rimasti ben chiusi.

 

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