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Basf, Deutsche Telekom e Bayer. Per chi hanno tifato le aziende tedesche nelle midterm Usa

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L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Per capire dove battono cuore e interessi delle aziende tedesche negli Usa è indispensabile seguire la traccia dei finanziamenti durante le campagne elettorali americane. È quello che ha fatto la Welt che, nel giorno delle elezioni di mid-term, ha pubblicato la lista della spesa fatta dalle imprese tedesche presso i candidati Usa. In totale 2,63 milioni di dollari, ai quali si potrebbe aggiungere anche la quota che fa capo a Monsanto, l’azienda finita da poco nel forziere della Bayer: in questo caso la somma complessiva salirebbe a 2,95 milioni di dollari finiti nel carburatore della campagna elettorale per il rinnovo di gran parte del Congresso.

Una piccola lezione di geoeconomia: mentre il governo di Berlino attacca le strategie economiche di Donald Trump e prova a costruire con alcuni alleati europei e con altri partner internazionali cordoni sanitari contro le sue politiche commerciali, le aziende tedesche che hanno sedi e affari negli Usa sganciano denaro per favorire il consolidamento politico dei candidati a lui vicini. Perché, come ha sintetizzato il quotidiano di punta del gruppo Springer, se è vero che da qualche anno è in atto un riequilibrio dei finanziamenti donati ai due campi politici, la maggior parte delle aziende continua a foraggiare di più i conservatori.

In media il 59% delle donazioni messe a disposizione dalle imprese tedesche sono andate a candidati repubblicani. Certo, anche solo meno di un decennio fa lo squilibrio a sfavore dei democratici era ancora maggiore, ma resta sempre ragguardevole lo scarto che c’è tra il mondo industriale e quello politico (nonché quello dei media) quando, come in questo caso, appoggiare i repubblicani significa dare una mano all’odiato Trump.

Per scovare le cifre di questo finanziamento di natura lobbistica i cronisti della Welt sono dovuti ricorrere all’aiuto del Center for Responsive Politics (CRP), una ong specializzata nello spulciare le donazioni ai candidati Usa. Operazione complessa, tanto più che queste elargizioni non provengono direttamente dalle casse delle aziende, neppure da quelle delle filiali americane, quasi sempre guidate da manager Usa: una legge lo vieta. Ma la proibizione viene aggirata attraverso un’escamotage legislativo, il Political Action Committees (PAC) che consente alle aziende di aggregare singole donazioni dei lavoratori e trasferirle ai candidati. La procedura è nota, anche se le aziende stesse fanno finta di credere alla favola della donazione di singoli lavoratori. Ma come ha spiegato allo stesso quotidiano Sheila Krumholz, responsabile del Center for Responsive Politics, “sebbene i soldi provengano da singoli dipendenti e non dalla cassa aziendale, un PAC dovrebbe essere attribuito alla società, perché è la società stessa che lo controlla”.

Numeri alla mano, l’azienda che ha aperto di più i cordoni della borsa per queste elezioni di mid-term è la Basf, che ha distribuito 632.000 dollari, il 53% dei quali a candidati repubblicani. La cifra complessiva non è una sorpresa, dal momento che il gruppo chimico di Ludwigshafen è il primo fra i tedeschi per ricavi generati negli Usa. Subito alle sue spalle si è piazzata Deutsche Telekom, la cui forte presenza oltreoceano è dovuta a T-Mobile Us, il terzo operatore di telefonia mobile degli States: 604.000 dollari di finanziamento, di cui il 56% ai repubblicani.
Più sbilanciati sul versante dei conservatori sia la Bayer che la Monsanto, donatrici rispettivamente di 264.000 e 321.000 dollari, il 69% dei quali versati nelle campagne dei candidati repubblicani. E il 70% delle donazioni al Gop è andato anche da parte di Deutsche Bank, il cui contributo in numeri assoluti è stato però molto inferiore: 17.000 dollari.

Come riporta la Welt, dopo la Basf sono le industrie del settore farmaceutico a essere maggiormente presenti nei conti delle contribuzioni elettorali del mid-term: Boehringer Ingelheim 113.000 dollari, Fresenius Medial Care 296.000. Non mancano anche le imprese legate ai servizi finanziari, anche se i 17.000 dollari messi a disposizione da Deutsche Bank impallidiscono di fronte all’1,25 milioni di dollari della svizzera UBS. Nella lista ci sono poi la HeidelbergCement con 118.000 dollari, Linde (112.000), Merck (143.000) e non manca Siemens cui fa capo un finanziamento di 168.000 dollari. Spiccano invece SAP (49.000) e Daimler (3.000) non tanto per l’entità della donazione, quanto per la ripartizione a favore dei democratici: rispettivamente il 66 e il 67% è la quota andata agli avversari di Trump.

Rispetto ai cicli elettorali precedenti (anche solo a quello di due anni fa, quando assieme a una parte del Congresso si giocava anche la partita presidenziale) il volume dei finanziamenti delle imprese tedesche alla campagna elettorale americana è diminuito, ha osservato la Welt e, come detto, si è assistito nell’ultimo decennio a un riequilibrio dei contributi verso i due campi politici. Due esempi sono indicativi: la quota di donazioni da parte di Basf ai repubblicani è passata dal 70% del 2012 al 53% di quest’anno, quella di Siemens dal 73% di soli due anni fa al 60% odierno. Ma, naturalmente, non chiamateli finanziamenti delle aziende: si tratta di contributi dei singoli lavoratori che le aziende, semplicemente, aggregano. Nella speranza di poter influire in qualche modo nel processo legislativo del paese più ricco del mondo.

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