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Baby sboom?

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lavorare

La pandemia finirà — un giorno — e quelli che cercano un lato positivo in ogni disastro iniziano già ad attendere un “post-crisi baby boom”.

Il momento attuale offre pochissime certezze, specialmente perché c’è da dubitare che le informazioni che riceviamo siano pienamente veritiere. Però, esiste una notizia buona, innegabile e assolutamente certa: prima o poi finirà… Per quanto riguarda il “dopo”, ogni ipotesi è ammessa.

Una è che, a nove mesi dall’inizio dell’isolamento in casa, partirà un boom delle nascite. La logica è ineccepibile: dopo aver esaurito le possibilità di Netflix e finito di lavoricchiare in smart working, che altro c’è per far passare la serata oltre a un po’ di onesto sesso? Non mancano precedenti storici, come i picchi delle nascite a seguito di due massicci blackout elettrici a New York nel 1965 e nel 1977. Durarono però poco e i dati sono controversi. Più calzante il caso inglese provocato dalla coincidenza di un lungo sciopero dei minatori del carbone e un embargo petrolifero che — dal primo gennaio al 7 marzo del 1974 — obbligarono il Governo britannico a limitare la settimana lavorativa a soli tre giorni per l’impossibilità di alimentare le centrali elettriche. Anche lì si verificò un boom delle nascite.

Più recenti sono i casi della Colombia — dove il collasso della rete elettrica nel 1992 provocò un aumento delle nascite del 4% (altri 27mila bambini) —e specialmente di Zanzibar, dove per quattro settimane nel 2008 una larga fetta dell’isola rimase senza elettricità. Siccome una parte del territorio continuò invece ad averla, è stato possibile paragonare i relativi tassi di natalità. Dove la luce era mancata a lungo le nascite furono più alte del 17%.

L’espressione inglese “baby boom” proviene dall’incredibile impennata delle nascite — specialmente negli Stati Uniti, ma anche in Europa — a seguito della fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel decennio tra il 1946 e il 1955 nacquero oltre 38 milioni di nuovi americani. Sono due le spiegazioni comunemente proposte: i “romantici” sono più inclini alla versione “riaffermazione della vita” dopo i sacrifici che segnarono il conflitto. Altri attribuiscono il fenomeno al rientro nelle rispettive patrie — dopo una lunga guerra — di milioni di giovani ex combattenti in età riproduttiva. Il baby boom americano fu certamente favorito anche dalla spettacolare prosperità del Paese nel primo dopoguerra e dall’aria di ottimismo che la pace portò con sé.

La crisi coronavirus invece non si fermerà in un istante con la firma di un armistizio, scatenando balli nelle strade… I governi occidentali — avendo sospeso molte garanzie democratiche — tendono a sottolineare i rischi sanitari ed economici che la “non-obbedienza” potrebbe provocare, ciò per giustificare certi eccessi e anche per preparare il terreno per un “post-crisi” organizzato in termini più graditi alle burocrazie e alle ideologie “centralizzanti” fino a poco fa minacciate da rivolte elettorali di stampo populista.

Le ipotesi che prospettano un prossimo futuro di miseria non incoraggeranno a mettere al mondo nuovi figli. È anche vero però che il momento induce un sano scetticismo nelle popolazioni, capaci di abbandonare le leadership politiche che non si saranno dimostrate all’altezza. Calcolando dalla data d’inizio dell’auto-isolamento, la prossima stagione natalizia potrebbe portare un magnifico regalo: una nuova e fresca generazione di nascituri, pronti a fare meglio di quanto abbiamo fatto noi.

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