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Aziende tedesche aiutano il lavoro forzato in Cina?

Come operano le aziende tedesche che intrattengono rapporti commerciali con la regione cinese dello Xinjiang, secondo il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR). L’articolo di Pierluigi Mennitti

 

Aziende tedesche nel mirino delle associazioni per i diritti dell’uomo per presunti affari in Cina. A spese degli uiguri, la minoranza di religione islamica repressa dalle autorità di Pechino. L’allarme è giunto dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR), organizzazione non governativa indipendente, che ha presentato una denuncia contro aziende di abbigliamento e singoli rivenditori tedeschi presso la procura generale di Karlsruhe, come riporta in esclusiva la Süddeutsche Zeitung.

L’accusa è pesante: “Aiuto e favoreggiamento di crimini contro l’umanità sotto forma di riduzione in schiavitù attraverso il lavoro forzato”. In sostanza si tratta di far luce sull’attività di un certo numero di aziende tedesche in Cina, e in particolare sui rapporti commerciali intrattenuti da esse nella regione occidentale dello Xinjiang.

In questa area, al confine con il Kazakistan, gli attivisti dei diritti umani denunciano l’esistenza di campi di rieducazione per centinaia di migliaia di uiguri, costretti nei tre mesi che intercorrono fra settembre e novembre a raccogliere cotone nei campi per lo più a mano e contro la loro volontà. Gli esperti stimano fino a mezzo milione di forzati del lavoro e parlano del più vasto sistema di internamento di una minoranza etnica o religiosa dai tempi della seconda guerra mondiale. Il governo cinese ha invece sempre negato l’esistenza del lavoro forzato nello Xinjiang, parlando piuttosto di programmi di formazione e lavoro per combattere l’estremismo nella regione.

Il quotidiano di Monaco riporta i sospetti di Miriam Saage-Maaß, avvocato internazionale del Centro europeo: “Se in una situazione del genere aziende tedesche continuano ad aggiudicare appalti a società che hanno impianti di produzione nello Xinjiang, sorge la domanda se ciò non stia promuovendo il lavoro forzato”. Per Saage-Maaß ora la palla passa nelle mani del sistema giudiziario: “È suo compito indagare e chiarire la questione”. Non è però ancora certo che la procura generale trovi nella denuncia dell’ECCHR gli elementi necessari per avviare l’indagine penale.

La denuncia è però finita sul tavolo dei cronisti della Süddeutsche e del programma di giornalismo investigativo “Report Mainz” della tv pubblica regionale SWR e dal riserbo giudiziario un primo none – eccellente – è spuntato: Lidl. Dall’elenco dei suoi fornitori, risulterebbe che il discount “ha avuto rapporti con tre aziende tessili con sede a Kashgar, nel sud dello Xinjiang”, riporta il quotidiano bavarese, “e si dice che almeno due di queste società abbiano impiegato ex detenuti dei campi di rieducazione e quindi abbiano sostenuto attivamente la politica dell’apparato cinese nello Xinjiang”.

Alla richiesta di chiarimenti, il discount tedesco ha risposto attraverso i suoi addetti stampa di aver cessato ogni rapporto di lavoro con due delle aziende incriminate “da oltre un anno” e con la terza “da fine giugno”. Il che indirettamente conferma che i rapporti in un recente passato sono esistiti.

La Süddeutsche ricorda che sospetti sul possibile impiego di lavoratori forzati nei campi dello Xinjiang circolino ormai da almeno tre anni, che nel 2019 la Fair Labor Association aveva espressamente segnalato tali rischi e che nel dicembre 2020 aveva vietato ai suoi membri di procurarsi materie prime, forniture operative o prodotti finiti dalla regione a causa dell’alto rischio di lavoro forzato.

Anche le autorità politiche americane si sono mosse in tal senso. Nel luglio 2020, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti aveva inserito nella lista nera le singole società che operavano nello Xinjiang e nel gennaio 2021, il governo aveva conseguentemente imposto il divieto generale di importazione del cotone dalla regione. “Solo cinque mesi dopo Lidl ha smesso di fare affari nella regione”, osserva il quotidiano bavarese.

Per la magistratura non si annuncia comunque un lavoro semplice. A confermarlo un esperto interpellato dalla Süddeutsche, il sinologo Björn Alpermann dell’Università di Würzburg, da anni impegnato in ricerche sulle condizioni di sfruttamento nello Xinjiang. È estremamente difficile dimostrare la costrizione per le singole aziende fornitrici, come sta sta cercando di fare il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani, afferma Alpermann, che ha anche lui potuto visionare la denuncia presentata da ECCHR. “In nessuno dei casi segnalati riesco a trovare prove cristalline di lavoro forzato”, aggiunge, ma ci sono “molti fattori sospetti che dovrebbero essere indagati”.

Non è chiaro quante aziende tessili tedesche e internazionali si riforniscano ancora attraverso le catene di approvvigionamento legate allo Xinjiang, conclude l’articolo il quotidiano di Monaco, giacché solo alcune aziende pubblicano effettivamente le loro liste di consegna. Ciò significa che l’attenzione dell’opinione pubblica è destinata a focalizzarsi solo su quelle che lo fanno e che sono più trasparenti di altre, tralasciando inevitabilmente una zona grigia che potrebbe essere molto ampia. Sul versante giudiziario, invece, spetta innanzitutto al procuratore generale decidere se indagare sulla denuncia o archiviarla.

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