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Perché l’Austria punta su Israele contro la pandemia

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La  collaborazione con Israele mira a sviluppare e produrre vaccini “di seconda generazione” e medicinali per far fronte alle nuove varianti che sorgeranno nei prossimi anni

In tutta Europa, non soltanto in Italia, le pressioni degli ambienti economici per un allentamento delle restrizioni si contrappongono ai moniti di medici e scienziati, e generano dissensi fra autorità centrali e regionali, fra ministri della Sanità e partiti di destra. Di fronte all’insofferenza di una parte della popolazione, che sfocia anche in manifestazioni di piazza, è forte la tentazione di allentare le redini, salvo stringerle di nuovo quando i dati sui ricoveri ospedalieri diventassero preoccupanti. Una simile strategia di stop-and-go sarebbe forse sostenibile se non ci fossero le varianti: quelle già note e altre che sicuramente si svilupperanno.

Per uscire dal dilemma i responsabili politici promettono di accelerare i programmi vaccinali. Ma se in un primo momento il problema era di natura organizzativa (occorrerebbe somministrare mezzo milione di dosi al giorno, nel caso di una popolazione di 60 milioni, per immunizzarne tre quarti in sei mesi), oggi riguarda l’approvvigionamento. Manca semplicemente la capacità produttiva globale per proteggere sette miliardi di persone. E se il virus, sotto controllo in alcuni Paesi ricchi, si diffonde nel resto del mondo, aumenta statisticamente la probabilità di mutazioni più aggressive.

I LIMITI DELL’UE

Questo collo di bottiglia ha ricadute politiche a livello internazionale. Anzitutto alimenta le polemiche contro l’Unione europea, che non ha saputo accaparrarsi  forniture sostanziose nei primi mesi, a differenza di Stati Uniti, Regno Unito e Israele. Qualche errore, o lentezza, alla Commissione si può certo imputare. Ma va considerato che essa negoziava a nome di 27 paesi, non tutti ricchi, e dovrà rispondere di eventuali prezzi gonfiati. Non è difficile immaginare le potenziali campagne populiste contro gli eurocrati “complici di Big Pharma”.

Più meritato sarebbe il rimprovero di non aver pensato sin dall’estate scorsa ad incentivare con un apposito programma (tipo Sure, lo schemo a sostegno dell’impiego) la creazione di nuove capacità produttive, e non aver negoziato con le compagnie che stavano sviluppando i vaccini la cessione delle licenze a prezzi ragionevoli per le quantità che esse non sono in grado di produrre. Solo che la sanità non rientra ancora fra le competenze dell’Ue. La critica va quindi rivolta in primo luogo ai Paesi membri, o quanto meno a quelli che dispongono di industrie farmaceutiche, come il nostro.

IL SUCCESSO DELLO SPUTNIK V

Un’altra ripercussione geopolitica è il grande successo di prestigio acquisito dalla Russia con il suo Sputnik V, da quando la rivista Lancet ne ha consacrato l’efficacia. Basti pensare all’impatto avuto sull’opinione pubblica italiana con la fornitura di alcune migliaia di dosi a San Marino, che ha la “fortuna” di non essere legata al carro Ue. Mosca ha abilmente sfruttato a fini di influenza internazionale il suo vaccino offrendolo a una trentina di Paesi (fra cui alcuni comunitari: Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca). In realtà, Mosca non è in grado di soddisfare il fabbisogno di quei clienti, e neanche quello interno: in gennaio il tasso di vaccinazione era analogo a quello dell’UE, circa un quarto di quelli americano e britannico.

Può però cedere a prezzi competitivi la licenza e assistere se necessario gli acquirenti nel predisporre e attrezzare gli impianti di produzione. Svolge così l’utile funzione di rompere l’oligopolio delle grandi società farmaceutiche occidentali e calmierare i prezzi.

È in questo contesto che si colloca l’iniziativa eterodossa del cancelliere austriaco di dichiarare “non tabù” il monopolio degli acquisti affidato alla Commissione UE, e di rivolgersi a Mosca (senza escludere Pechino). In una telefonata a Vladimir Putin, il 26 febbraio, Sebastian Kurz ha mostrato interesse a forniture di vaccini russi, ma – diversamente da Ungheria e Slovacchia – solo dopo l’approvazione da parte dell’Agenzia europea del farmaco (Ema), peraltro non ancora richiesta. Data la limitata capacità produttiva, l’interlocutore ha spostato il discorso sulla fabbricazione in Austria. Il tema è stato poi approfondito tre giorni dopo  in un colloquio fra l’ambasciatore russo a Vienna e stretti collaboratori di Kurz. Contatti sarebbero in corso con due industrie farmaceutiche austriache.

LA POLITICA INTERNA A VIENNA

L’Austria è uno dei Paesi in cui il lockdown parziale dei quattro mesi scorsi (compresi bar, ristoranti e alberghi, a differenza dell’Italia) è stato efficace nel ridurre i contagi fra novembre e gennaio, ma non ha impedito un rimbalzo quando si è manifestato l’effetto della cosiddetta variante “inglese”. Questa è passata in un mese dal 30 al 60% dei casi (66% a Vienna). In febbraio il tasso di incidenza è salito da 100 a 160 casi a settimana su 100mila abitanti (in Germania è 65, e si considera indispensabile scendere almeno sotto i 50). Eppure, il movimento aperturista si va rafforzando, sostenuto anche dal partito di destra Fpö di Norbert Hofer. Il suo ex-leader Heinz-Christian Strache, espulso in seguito allo scandalo “Ibiza”, ha addirittura partecipato a manifestazioni di protesta.

Sempre in un’ottica di diversificazione, e nella consapevolezza che il Covid non scomparirà nel giro di un anno, come ha avvertito l’Organizzazione mondiale della sanità, il cancelliere Kurz ha concordato con la sua collega danese Mette Frederiksen la visita a Gerusalemme: un’altra conferma dell’insoddisfazione per la gestione comunitaria dei vaccini. Kurz non contesta apertamente la scelta degli acquisti collettivi, ma non ne accetta più l’esclusività, e critica esplicitamente la lentezza dell’Ema. La  collaborazione con Israele mira soprattutto  a sviluppare e produrre vaccini “di seconda generazione” e medicinali per far fronte alle nuove varianti che sorgeranno nei prossimi anni.

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