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A Capitol Hill non c’è stato un tentativo di colpo di Stato. L’analisi del prof. Ruggeri (Oxford)

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Se parliamo di violenza elettorale anziché di un tentativo di colpo di Stato, due fallimenti gravi sono da evidenziare. Ecco quali. L’analisi di Andrea Ruggeri, Professor of Political Science & International Relations, University of Oxford, per il Mulino

Abbiamo assistito a un tentativo di colpo di Stato? Oppure si è trattato soltanto di una manifestazione mal gestita? Possiamo delineare la responsabilità del presidente Trump?

Cercherò di definire alcuni concetti perché – come ha recentemente sottolineato Erica De Bruin sul «Washington Post» – bisogna essere chiari: definire con precisione fenomeni di violenza politica non è mera semantica o pignoleria accademica. Le dinamiche di indebolimento delle istituzioni democratiche variano rispetto a diverse forme di violenza politica – ad esempio: colpi di Stato, violenza elettorale o terrorismo – e dunque le relative strategie per prevenire le minacce antidemocratiche dipendono dalla capacità di identificare corretamente cause e attori di tali violenze.

Protestare – quello che Albert Hirschman chiama voice – è modalità costitutiva della democrazia. In democrazia si può dissentire contro chi governa e contro la maggioranza. Minoranze e dissidenti hanno il diritto di manifestare. Grandi riforme e miglioramenti delle democrazie – dai diritti civili fino ai diritti sociali ed economici – sono dovuti anche ai movimenti di protesta. Tuttavia, l’utilizzo di violenza e l’attacco, anche se simbolico, ai luoghi dell’istituzioni democratiche non può essere considerato voice. L’uso della violenza minaccia il meccanismo centrale della democrazia – risoluzione non violenta del conflitto – e l’attacco contro i luoghi dove si praticano le procedure della democrazia sfida direttamente l’idea del rispetto dei diritti e ruoli tra minoranza e maggioranza. Politica è sovente conflitto, ma democrazia è risolvere i conflitti fra cittadini senza violenza attraverso diverse procedure – ad esempio con le elezioni – e grazie a diverse istituzioni, con la centralità del Parlamento. Come ci insegna Adam Przeworski la forza della democrazia è che chi perde, perde un giro di governo, ma poi si può riorganizzare per vincere le elezioni nel futuro. Non si può far sorgere nessun dubbio su questo meccanismo, altrimenti la logica della violenza sopraffae la difficile grammatica della gestione del conflitto senza violenza.

Dunque, la transizione non-violenta del potere in democrazia è passaggio fragile e centrale. Leggi, istituzioni, procedure (ma anche rituali) mirano a diffondere e mitigare tensioni per evitare che chi ha perso elettoralmente voglia mantenere il potere violentemente. E come Levitsky e Ziblatt ci ricordano, sfidarne la salienza di tale passaggio, non riconoscendo il risultato elettorale, demonizzando l’avversario e delegittimando le istituzioni è molto pericoloso. La violenza politica in democrazia è pericolosa, ma ancora di più in tale passaggio.

Dunque, il presidente Trump è responsabile di questi eventi violenti? Come tutti dovrebbero sapere correlazione non è causazione, ma può rappresentare la pistola fumante. Nella mattinata dell’attacco al Congresso Trump tuonava, per l’ennesima volta, contro i «brogli elettorali» e dichiarava ai suoi sostenitori «non concederemo la vittoria» in una manifestazione di fronte alla Casa Bianca.

Alcuni hanno sostenuto che essendo il presidente anche capo dell’esercito, il suo incitare resistenza verso la transizione e aizzare i «suoi» ad azioni violente è da considerarsi un tentativo di colpo di Stato. Altri hanno sostenuto che quello di cui siamo stati testimoni è stata solamente violenza estemporanea. Tuttavia, non penso si debba definirlo, sottovalutandolo, come un evento improvviso e marginale.

Però anche il credere che ieri ci sia stato un tentativo di colpo di stato potrebbe essere fuorviante. Powell e Thyne, autori di una delle banche dati più importanti sui colpi di Stato, definiscono un colpo di Stato come «tentativi palesi da parte dei militari o di altre élite all’interno dell’apparato statale di spodestare il capo di Stato in carica usando mezzi incostituzionali». Il punto centrale è il fallimento del controllo del potere civile sui militari o la collusione da parte di élite civili con alcuni apparati della sicurezza. In un colpo di Stato il potere viene espropriato violentemente e grazie al supporto dei militari o apparati di sicurezza. Definendo il termine vediamo che non è stato un tentativo di colpo di Stato per l’assenza di supporto militare, ma anche mancanza di coordinamento con élite all’interno dell’apparato statale.

Eppure, i drammatici eventi ai quali abbiamo assistito sono una forma di violenza politica collettiva e organizzata, probabilmente un atto violento di contestazione elettorale. Ursula Daxecker definisce questi come «atti pubblici di mobilitazione, contestazione o coercizione da parte di attori statali o non statali che vengono utilizzati per influenzare il processo elettorale o che sorgono nel contesto della competizione elettorale». Sebbene la violenza elettorale avvenga di solito in democrazie deboli, le democrazie consolidate oggi sono caratterizzate da intense partigianerie con partiti deboli, come scritto da Julia Azari. Dunque, l’assenza di partiti forti lascia spazio a dinamiche di militarizzazione della politica, come indicato da Alia Matanock e Paul Staniland, le milizie nel caso americano divengono il braccio operativo di un leader forte in un partito debole.

Se parliamo di violenza elettorale anziché di un tentativo di colpo di Stato, due fallimenti gravi sono da evidenziare: quello legato alla capacità di prevenire tali azioni violente attraverso azioni di polizia e quello di prevenire l’agire politicamente incosciente di un presidente da parte del suo partito.

Sul fallimento del sistema di sicurezza posso porre domande ma non dare riposte. Eventi recenti ci forniscono molti controfattuali con dispiegamenti di forze maggiori, numerosi arresti e livelli elevati di repressione verso i protestanti per le strade di Washington. Perché in questa occasione un tale fallimento da parte delle forze di polizia? Perché hanno sottostimato il rischio? Per quali pregiudizi? O c’è stata premeditazione? Da parte di chi e a quale scopo?

Il secondo fallimento, che spiega come la militarizzazione della politica abbia portato ad eventi di violenza elettorale, è la grave debolezza ed assenza di un partito, quello repubblicano. Un partito che ha lasciato un singolo individuo dettare un’agenda politica che ha esacerbato tensioni profonde della società e ha delegittimato procedure democratiche. I partiti contano in democrazia e sono essenziali in momenti di crisi. Partiti deboli che delegano a figure forti possono indebolire le istituzioni democratiche.

Non è stato un tentativo di colpo di Stato. Una manifestazione di coloro che hanno perso le elezioni, aizzati dal presidente perdente, si è trasformata in un episodio di violenza elettorale. Il sistema di sicurezza ha fallito e non è riuscito a dissuadere tale episodio. Questo non vuole dire sottostimare la gravità degli eventi, ma significa indicare un’interpretazione diversa delle cause e dinamiche delle minacce antidemocratiche. Le istituzioni democratiche, sebbene fragili, resistono ancora, ma bisogna essere vigili.

(Estratto di un articolo pubblicato sul Mulino; qui la versione integrale)

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