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Effetti e scenari delle sintonie fra Italia e Germania

Nati alla fine degli Imperi, gli stati nazionali sembrano alla frutta, il caso danese della Groenlandia è emblematico. L’asse italo-tedesco che si salda oggi, quindi, può fare molto comodo. Il corsivo di Battista Falconi.

Si è concluso a ora tarda e con poche dichiarazioni, il Consiglio europeo informale e straordinario di stanotte (i due termini sono stati confusi come sinonimi, ma il primo si riferisce a un formato che, da quando Giorgia Meloni è a capo del nostro esecutivo, ha riunito almeno cinque volte i capi di Stato e di governo). Von der Leyen ha detto che adotteremo contromisure in caso di dazi, che con gli Usa useremo fermezza, apertura, preparazione e unità e che serve una rompighiaccio europea per l’Artico; Costa che la Commissione attuerà l’accordo provvisorio con il Mercosur, da cui Von der Leyen attende presto importanti benefici; Orban che il tema della Groenlandia è in ambito Nato e Sanchez che la Spagna non parteciperà al Board of Peace di Trump.

Italia e Germania hanno ribadito la loro intesa con un incontro tra il Presidente Meloni e il Cancelliere Friedrich Merz prima dell’inizio dei lavori del Consiglio, al termine del quale Meloni ha lasciato Bruxelles per rientrare a Roma, dove oggi si celebra un’intera giornata italo-tedesca il cui peso è misurabile già dalla ventina abbondante di ministri presenti, oltre che da un paniere di temi che va dalla manifattura, nota dolens comune e in particolare per i tedeschi, alla difesa che è l’asset su cui i tempi chiedono di puntare. A Villa Pamphilj, Meloni accoglie Merz per un classico bilaterale: colloquio tète-à-tète, poi delegazioni, firma degli accordi, plenaria e dichiarazioni congiunte. Al termine, trasferimento al Parco dei Principi per concludere il Business Forum. Una giornata annunciata ieri dai peana di Merz e dei media tedeschi per Meloni.

Roma e Berlino hanno intanto il comune interesse a ì sollevarsi da una similare palude socio-economica-industriale, ancorché con caratteristiche diverse (quella tedesca è ancor più insidiosa della nostra). Ma il senso è soprattutto costituire un asse che scalzi quello franco-tedesco, nel momento in cui Macron, celato dietro le lenti azzurre a specchio, assume la postura anti-trumpiana dopo aver tentato di cavalcare la mediazione atlantica e di guidare, col premier britannico Keir Starmer, la coalizione dei volenterosi in sostegno dell’Ucraina contro la Russia. Una strategia che Zelensky ieri a Davos ha ridicolizzato, facendo così contento Trump: il presidente di Kyev, dopo il primo terribile shampoo rimediato alla Casa Bianca, ha capito che l’adulazione è l’unica relazione possibile col presidente Usa per sperare di ottenere qualcosa; lo potremmo definire “Rutte style”, anche se il segretario della Nato (della quale sembra ritenersi presidente) come lecchino è imbattibile.

La coalizione volenterosa come ipotetico modello di sicurezza europea – con ben 37 Paesi, tra cui membri UE ma anche Canada, Australia, Giappone e altri – andrebbe tenuta presente quando si stigmatizza il Board della pace trumpiana come un golf club (con presidente a vita, Donald l’ha già detto) che intende sostituire l’Onu. Una blasfemia contro il multilateralismo istituzionale. Nazioni unite e multilateralismo, però, sono morti da tempo e lo sforzo ora è resistere all’agonia degli stati nazionali. Gli accordi Italia Germania vanno in tal senso.

Le nazioni come Stati sono nate alla fine degli imperi, nei secoli scorsi, quali coacervo di popolazione su un territorio regolamentato da un diritto condiviso. Ma ora sono alla frutta, alla fine del loro ciclo storico, la crisi multilateralista sta assestando solo il colpo di grazia. Il caso della Groenlandia e della Danimarca è un esempio emblematico, la crisi va però ben al di là del caso artico.

Le nazioni soffrono nel confronto con gli imperi americano, russo e cinese ma anche con le aree planetarie di Africa, Asia e America Latina, di dimensione e tendenza demografica esplosive. Sono perdenti rispetto alle grandi finanze immateriali, capaci di accumulare ricchezze superiori ai Pil degli stati. Le nazioni sono indebolite da un mondo immateriale, digitale, artificiale in cui la presenza di una persona, cosa o idea in un luogo fisico è sempre più irrilevante.

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