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Che cosa è successo (e che cosa succederà) ad Assange

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Deborah Taylor, giudice nel procedimento contro il portavoce di Wikileaks, ha sanzionato la lunga permanenza di Assange all’interno dell’ambasciata ecuadoregna di Londra. L’approfondimento di Umberto Rapetto

 

Julian Assange è stato condannato a 11 mesi di reclusione. Così ha deciso la Corte.

Deborah Taylor, giudice nel procedimento contro il portavoce di Wikileaks, ha sanzionato la lunga permanenza all’interno dell’ambasciata ecuadoregna di Londra, quei sette anni trascorsi come rifugiato per evitare di pagare una regolare cauzione e sottomettersi comunque alla giustizia britannica.

La Taylor non si è limitata ad infliggere una pena detentiva ma ne avrebbe approfittato per fare una solenne ramanzina ad Assange: la sua “fuga” nella sede diplomatica straniera sarebbe costata 16 milioni di sterline, denaro indebitamente sottratto ai contribuenti. “Nessuno è al di sopra della legge” avrebbe concluso la magistrata.

50 settimane (due meno del massimo che poteva essere affibbiato al colpevole) nelle strutture penitenziarie potrebbero significare un rinvio all’eventuale trasferimento di Julian Assange in Svezia o negli Stati Uniti, dove il personaggio è atteso per finire sotto processo con addebiti senza dubbio più gravi.

La partita di oggi tra Assange e la giustizia ha il sapore della “amichevole”, perché quel che spaventa l’udienza prevista tra meno di ventiquattro ore dinanzi al Tribunale di Westminster chiamato a decidere dell’estradizione del leader di Wikileaks.
Mark Summers, l’avvocato difensore, ha spiegato il timore di Assange di essere rapito e portato negli USA in maniera non convenzionale, magari con una “extraordinary rendition”, per poi finire nella struttura non proprio residenziale di Guantanamo Bay.

Il legale ha sottolineato che i sette anni trascorsi nell’ambasciata dell’Ecuador – viste le oggettive condizioni di privazione della libertà – dovrebbero essere considerati equiparabili ad un periodo di carcerazione.

Assange ha atteso il verdetto seduto composto nel banco degli imputati, la barba tagliata, pallido in viso, con una espressione tutt’altro che spavalda. Aveva espresso il suo rammarico in una lettera consegnata alla giudice e letta in aula.

“Chiedo scusa incondizionatamente a tutti coloro che ritengono che io abbia mancato di rispetto con il mio comportamento. Non è quello che volevo o intendevo fare. Mi sono trovato a dover affrontare circostanze terrificanti per le quali né io né le persone cui ho chiesto consiglio potevano trovare un rimedio. Ho fatto soltanto quello che in quel momento ritenevo fosse la cosa migliore e forse l’unica cosa che potevo fare, sperando che una risoluzione legale tra Ecuador e Svezia mi proteggesse dal peggiore dei miei timori. Mi rammarico del corso che ha preso la mia situazione….”

I sostenitori di Assange hanno rumorosamente manifestato la loro disapprovazione e al momento della lettura della sentenza hanno inveito contro la giudice Taylor con un coro di “shame on you” gridandole di vergognarsi per il provvedimento adottato.

Vedremo cosa decideranno le toghe che domani a Londra, al numero 181 di Marylebone Road, stabiliranno il vero destino di Assange a fronte delle richieste americane e svedesi di fare i conti con lui.

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