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Questione Morale

Toti, le capriole giustizialiste stile M5s e l’effetto boomerang per il Pd

La vicenda dell'arresto per corruzione di Giovanni Toti è emblematica dell'escalation giustizialista del Pd. La nota di Paola Sacchi.

Il più sbrigativo è Giuseppe Conte, secondo il quale ci sarebbero già “fatti precisi” per i quali occorre trarre le conclusioni con le dimissioni di Giovanni Toti. Segue il Pd nel coro: dimissioni, dimissioni, insieme con l’alleanza Verdi sinistra. Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, attacca il Guardasigilli, Carlo Nordio, che si è detto “perplesso sui tempi delle misure giudiziarie”. Ovvero gli arresti domiciliari per “corruzione” del governatore ligure, esponente dei centristi del centrodestra, dopo un’inchiesta durata ben quattro anni. E, aggiungiamo noi, arresti in piena campagna elettorale per le Europee. Serracchiani si chiede se Nordio abbia assunto le parti “della difesa”.

Nell’escalation giustizialista del campo largo le “sentenze” politiche ormai si emettono a raffica prima ancora degli stessi processi veri e prima ancora addirittura che l’avversario politico, come nel caso del ministro del Turismo Daniela Santanchè (FdI), sia rinviato a giudizio. Il coro “dimissioni, dimissioni” come se fosse una sentenza della Cassazione sembra voler coprire ogni volta la profonda crisi della sinistra, l’incapacità di creare un fronte alternativo. E il Pd ormai sembra essere schiacciato da Conte in una deriva estremista. Anche sulla politica estera il Pd sembra fare fatica a mantenersi, come sull’Ucraina, su una linea atlantista che Elly Schlein ha ufficialmente sposato. Emblematiche di queste difficoltà sono le posizioni “pacifiste” di Cecilia Strada, candidata di punta con i dem alle Europee.

Sull’economia, poi, Schlein, aderendo al referendum sul Jobs act, ha strappato con la cosiddetta area riformista che con Lorenzo Guerini aveva chiesto un ripensamento. Ma quello che appare più evidente è ormai l’escalation giustizialista del Pd dove la linea è quella di chiedere le dimissioni non appena un esponente del centrodestra è coinvolto in una vicenda giudiziaria, trasformando così le aule parlamentari in quelle dei tribunali. E nessuno dei cosiddetti riformisti interni trova modo per distinguersi.

La rincorsa estremista e giustizialista del Pd evidentemente volta a arginare Conte in realtà ha un effetto boomerang facendo apparire i dem sempre più a rimorchio dei pentastellati. Il governatore ligure è stato arrestato all’inizio della campagna elettorale delle Europee e al termine di un’inchiesta che era andata avanti per ben quattro anni. Lecito chiedersi: perché proprio ora e perché nei confronti di un uomo delle istituzioni per il quale non si vedeva alcun pericolo di fuga? Il tanto attaccato e demonizzato dalla sinistra Matteo Salvini, promotore con i Radicali di un referendum della giustizia che non raggiunse il quorum, con una dichiarazione garantista bipartisan ricorda che “ognuno è innocente fino a prova contraria” e che “non mi basta l’iniziativa di un giudice in Liguria come a Bari (dove al centro di una vicenda giudiziaria è il Pd ndr) per dire che una persona è permale”.

Salvini nel suo libro “Controvento” (Piemme), che sta presentando in un tour in tutt’Italia, rilancia la riforma della Giustizia come una priorità italiana. In prima fila su questa riforma (il cui percorso, guarda caso, si sta delineando adesso) a cominciare dalla separazione delle carriere, c’è da sempre Forza Italia che con il suo segretario Antonio Tajani ha espresso parole nette contro le dimissioni di Toti: “Si è innocenti fino al terzo grado di giudizio”.

“Noi siamo da sempre garantisti”, scandisce. Prudente Fratelli d’Italia che con il capogruppo alla Camera, Tommaso Foti, ha chiesto che sulla vicenda giudiziaria si faccia “rapidamente chiarezza”. E il ministro della Difesa, Guido Crosetto, cofondatore di FdI, si è detto davvero molto perplesso sulla vicenda poiché “Toti aveva regolarmente dichiarato i finanziamenti per i quali è stato arrestato. Davvero non ci capisco più niente”. Parole che oscurano quelle di un esponente locale di FdI che chiedeva le dimissioni.

Ma le parole che più si fanno notare nella maggioranza sono quelle del “perplesso” ministro Nordio, che è anche deputato eletto con FdI. Matteo Renzi si è intanto sfilato dalla richiesta di dimissioni: “Noi siamo garantisti”.

Alla fine della fiera il Pd sembra essere rimasto con la “forca” in mano. All’inseguimento di Conte. Con il rischio che in politica alla fine vinca sempre l’originale. Toti intanto si è autosospeso. Dimissioni significherebbe tornare al voto. La via giudiziaria della sinistra per cercare di riprendersi Regioni o altro che aveva perso?

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