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Argentina: perché Macri non entusiasma e perché i mercati temono il ritorno del Kirchenerismo. L’analisi di Salerno Aletta

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Argentina

L’analisi di Guido Salerno Aletta

In Argentina, i mercati sono scossi dal panico per la prospettiva di un ritorno del Kirchenerismo, la versione più recente, socialista, statalista e nazionalista, del giustizialismo peronista: il Merval, la Borsa argentina, nel corso di una sola seduta è arrivato a perdere il 48%, mentre il Peso andava in caduta libera sul dollaro, passando dal cambio di 45 a 59. Il crollo è stato determinato dalla consueta fuga dei capitali argentini, tornati a rifugiarsi nella comodissima e tranquillima Montevideo, giusto di fronte a Buenos Aires, in Uruguay, la Svizzera dell’America Latina: la vendita di copiose riserve in dollari del Governo e della stessa Banca centrale ha solo finanziato il deflusso, così come non ha avuto alcun effetto il rialzo immediato dei tassi sulla liquidità.

Più forte ancora è stata la paura di perdere il potere da parte del Presidente in carica, Mauricio Macri, liberista alla guida di una coalizione progressista, in corsa per la rielezione alla consultazione che si terrà ad ottobre: ha atteso appena 48 ore prima di annunciare un ampio piano di sostegno fiscale alle fasce più deboli della popolazione, con un budget stimato di 720 milioni di dollari. L’antefatto è noto: nella procedura straordinariamente trasparente che viene adottata in Argentina per selezionare i candidati alla Presidenza della Repubblica, stabilita per legge e nota con l’acronimo PASO (Primarie Aperte, Simultanee ed Obbligatorie), il ticket Macri-Miguel Angel Pichetto, alla testa del raggruppamento “Insieme per il cambiamento”, ha raccolto solo 7,2 milioni di voti (33,27%), mentre la coppia rivale che si presenta per il “Fronte di tutti” che ha una forte impronta giustizialista e che è composta da Alberto Fernàndez e dalla ex Presidente Cristina Fernandez de Kirchner che si candida alla Vicepresidenza, ha ricevuto ben 10,6 milioni di voti (48,86%). Un distacco che pare incolmabile in appena due mesi.

Macri tenta così il tutto per tutto, al fine di riconquistare il consenso della popolazione, prendendo finalmente misure anticongiunturali dopo la drammatica e pur accettata caduta del pil, che dopo nove mesi di continue contrazioni del pil, a marzo scorso ha segnato un -6,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Era il frutto scontato delle riforme strutturali di consolidamento fiscale e monetario dettate dal Fmi nel 2018, a fronte della concessione di un prestito stand-by di entità monstre, ben 57,1 miliardi di dollari.

Come è tipico degli Argentini, comportamenti e reazioni sono sempre improntati agli eccessi: occhi chiusi per mesi, come se nulla fosse, e poi frenetici interventi.

Che, poi, l’Argentina è un Paese ricco assai: la sua posizione finanziaria netta sull’estero è attiva, nel 2018 con +65 miliardi di dollari. Gli asset all’estero valgono ben 377 miliardi, a fronte di passività per 312 miliardi. Solo dieci anni prima, nel 2008, gli asset valevano 211 miliardi di dollari, a fronte di passività per 158 miliardi ed un saldo di +53 miliardi. Il Paese ha messo su ben 100 miliardi di asset, davvero niente male per averli accumulati in un periodo caratterizzato dalla catastrofe della crisi finanziaria globale. Ma tant’è: la estrazione della ricchezza avviene mediante il consueto indebitamento delle classi più deboli e l’accumulazione dei profitti sulle esportazioni, principalmente nel settore dell’agricoltura e dell’allevamento. Il latifondismo, anche in mano di stranieri che hanno acquistato milioni di ettari di terre, la fa ancora da padrone.

Vero è che in Argentina si combatte sempre con un livello di inflazione che ricorda quello dell’Italia degli anni Settanta: nel periodo 2007-2015, gli anni della Presidenza di Cristina Fernandez de Kirchner, succeduta al marito che fu Presidente nel quadriennio 2003-2006, l’inflazione cumulata è stata del 65%, ma la crescita reale fu del 24,8% mentre il rapporto debito pubblico/pil scendeva di dieci punti, dal 62% al 52%. Magari l’Italia avesse fatto altrettanto.

La politica di liberalizzazioni decisa dal Presidente Macri, entrato in carica dal 10 dicembre 2015, non ha dato i risultati sperati. Il pil si è contratto del 2% nel 2016, è cresciuto del 2,7% nel 2017, per poi cadere del 2,6% nel 2018. Le previsioni macroeconomiche, anche quelle a brevissimo termine, sono completamente inaffidabili: ancora ad aprile del 2018, ad esempio, il Fmi accreditava l’Argentina di una crescita del 2% per quell’anno e addirittura del 3,2% per il 2019. E’ andato tutto storto: l’inflazione è tornata a galoppare, con il 26% nel 2017 ed il 34% nel 2018, mentre per quest’anno si ipotizza un +44%, per un totale del 104% in tre anni, il che equivale ad un raddoppio dell’indice. Il rapporto debito pubblico/pil è tornato a salire, passando tra il 2016 ed il 2019 dal 53% al 76%. Il saldo negativo della bilancia dei pagamenti è raddoppiato, passando dai 15 miliardi di dollari del 2016 ai 27 miliardi del 2018. Il saldo attivo della bilancia commerciale si è costantemente ridotto, con la parte delle merci passata dal picco superiore di + 15 miliardi di dollari del 2012 ai –5 miliardi del 2017. Se ha pesato moltissimo la siccità del 2018, che ha fatto perdere circa il 40% del raccolto, è il modello di crescita impostato da Macri che è fallito: l’effetto sull’export della svalutazione del peso rispetto al dollaro è stato pressoché nullo, mentre è aumentato di molto il servizio del debito contratto nella valuta statunitense e quello delle importazioni così denominate. A marzo del 2018, l’improvviso rafforzamento del dollaro sui mercati internazionali ha scatenato, come ha dovuto ammettere Macri, una tempesta perfetta. Per l’Argentina, il dollaro forte è da sempre un cigno nero.

Aver puntato principalmente sulla esportazione di prodotti agricoli, come la soia, il grano ed i semi e l’olio di girasole, tutti a basso valore aggiunto, non ha conseguenze negative solo sugli equilibri ambientali, come il consumo di suolo e di acqua: per il timore del ripetersi di stagioni siccitose come quella del 2018 in cui si è perso quasi il 40% del raccolto, con effetti nefasti sul pil. Si sta procedendo infatti alla introduzione di varietà transgeniche: in tutta fretta, sempre lo scorso anno, l’Argentina ha approvato la introduzione di dodici semi transgenici che includono nuove varietà di soia, mais, erba medica e patate. Il rischio è duplice: non solo queste produzioni potrebbero essere respinte da molti Paesi, ma c’è soprattutto la contaminazione subìta durante le operazioni di raccolta e stoccaggio dalle altre varietà.

Ciò che inquieta è la tendenza dell’Argentina alla deindustrializzazione: a causa dei dazi cinesi sull’import di prodotti agricoli americani, l’export verso la Cina sta accelerando in modo spettacolare, con incrementi che sfiorano il 50% tenendo conto della pessima annata precedente, e che riguardano anche la carne bovine congelata. La Cina è diventata così la terza destinazione dell’export argentino, dopo Brasile ed Usa, ed è già il secondo paese per provenienza dell’import: ma mentre l’Argentina fornisce materie prime, ivi compreso in prospettiva il gas di fracking, i prodotti agricoli che rappresentano l’86% del valore dell’export, e quelli dell’allevamento, la Cina esporta prodotti della manifattura e di alta tecnologia.

Qui si innesta il timore per il ritorno al Kirchenerismo, incarnato da Alberto Fernàndez, che ricoprì tra il 2003 ed il 2008 l’incarico di Capo di Gabinetto del Presidente, un incarico paragonabile a quello di capo del governo. Si intravede una nuova frattura nel processo di attrazione dell’intero Sudamerica nell’orbita neoliberista, culminata nella elezione di Josè Bolsonaro alla Presidenza del Brasile. Le felicitazioni espresse dagli ex presidenti brasiliani Luiz Inácio Lula da Silva e Dilma Rousseff per il successo di Fernandez sono un segnale chiaro dell’indirizzo politico di quest’ultimo: difesa del Mercosur e contrarietà all’ALCA, impulso alla industrializzazione e mano pesante sugli agrari, dazi sulla esportazione della soia, tassazione sui capitali e limiti agli acquisti di terre da parte degli stranieri.

Una visione ben diversa rispetto a quella a cui l’ha condotta Macri, con una Argentina che regredisce nella divisione internazionale del lavoro, tornando alla prima metà del secolo scorso, quando lucrava per le vendite agricole all’ Europa devastata dalle guerre. Ma senza metterne più a frutto i forti guadagni, che trasformarono Buenos Aires in una capitale moderna, cosmopolita, colta, elegante, ambiziosa fino alla presunzione.
Stavolta, la guerra combattuta tra Usa e Cina a suon di dazi è stata un pessimo incentivo: ha riportato in auge solo la pampa. I capitali argentini ora si involano, dopo aver spremuto ben bene il Paese, per paura delle restrizioni dei giustizialisti di nuovo al potere. Per il popolo, ancora solitudine e disperazione: in un conflitto interiore che affascina e travolge, al ritmo del tango.

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