Mondo

Vi spiego perché l’America (non solo con Trump) ricorre ai dazi

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sulla politica commerciale americana, non solo dell’era Trump

La verità è che tutti, più o meno, pensano di sapere di più degli altri solo perché hanno letto l’ultima agenzia di stampa, conoscono l’ultima quotazione dell’euro, e si sono andati a vedere quale è lo spread tra BTP e Bund. È l’eterna illusione di cercare di capire dove va il mondo monitorando l’ultima tendenza.

Ed invece bisogna guardare indietro, per capire come alcuni processi storici, economici e finanziari, oltre che politici e sociali, si sono evoluti.

IL SECOLO AMERICANO COMINCIA A VERSAILLES

Cominciò giusto un secolo fa, nel 1918, con la approvazione del Trattato di Versailles, che disciplinò i rapporti delle potenze alleate con la Germania. E, guarda caso, nonostante il Presidente americano Wilson avesse partecipato attivamente alla sua elaborazione, iniziando con i suoi famosi 10 Punti che indicarono la strategia da seguire, il Congresso americano non ratificò mai questo Trattato, né gli Stati Uniti aderirono mai alla Società delle Nazioni, che avrebbe dovuto rappresentare la sede di mediazione internazionale per evitare nuove guerre.

L’eccezionalismo americano cominciò allora, a seguito di un enorme sviluppo finanziario, industriale ed agricolo trainato dall’import europeo durante gli anni della guerra: se pur breve, appena quattro anni, cambiò gli equilibri globali. Gli enormi prestiti americani avevano finanziato lo sforzo bellico delle nazioni europee che si opponevano alla Germania, colossali quantità di oro erano affluite negli Usa, ma il dollaro non si era rivalutato in modo corrispondente, nonostante i richiami al gold standard: nonostante ogni dichiarazione contraria, si era orma entrati in una fase nuova della storia monetaria mondiale, il dollar standard.

Il motivo era chiaro: se il dollaro si fosse rivalutato di pari passo con l’afflusso dell’oro, sarebbe diventato molto caro e le esportazioni americane verso l’Europa sarebbero crollate, facendo fallire le industrie e le attività agricole che avevano trovato una grande espansione durante gli anni del conflitto mondiale. E c’era già una insanabile divergenza tra gli interessi degli agricoltori e degli industriali americani, che volevano un dollaro debole per continuare ad esportare, e quelli di Wall Street e delle sue banche: a questi ultimi serviva un dollaro forte per attirare i capitali dal resto del mondo. Non servivano invece alti tassi di interesse, perché un livello moderato avrebbe portato innumerevoli soggetti a finanziarsi in dollari americani piuttosto che in sterline inglesi. A Londra, infatti, il denaro costava più caro che in America, per via della deflazione che i governi inglesi avevano come obiettivo, per riportare il rapporto tra sterlina e dollaro ai livelli di prima della guerra.

Già in quelle condizioni, la scelta americana fu quella dei dazi sulle importazioni: occorreva proteggere il mercato interno dal crollo dei prezzi delle materie prime agricole e dei cereali sul mercato mondiale. Di converso, c’era un grande interesse alla stabilizzazione delle monete europee: non è casuale il fatto che sia stata proprio la Germania, nel 1924, a tornare per prima al gold standard. Qui, c’era una convergenza di interessi tra Inghilterra e Stati Uniti: nessuno si poteva permettere un marco debole, svalutato dalla iperinflazione, che avrebbe battuto qualsiasi concorrenza nell’export tedesco di prodotti industriali dell’industria, pesante e meccanica, e della chimica. E’ chiaro che serviva un marco stabile, ancorato all’oro, non svalutabile.

Mentre l’Inghilterra deflazionava la sua economia, il dollaro diveniva la moneta di riferimento della finanza: gli Usa avrebbero dovuto ridurre la propria capacità produttiva, divenuta esuberante durante gli anni del conflitto, se si fosse voluto riportare in equilibrio il sistema produttivo globale. Ma questo avrebbe comportato per l’America un inaccettabile sacrificio: tutti, chi più chi meno, si erano arricchiti vendendo agli europei in guerra, e volevano continuare a farlo. Gli europei, a loro volta, erano chiusi in una morsa: se continuavano a comprare merci americane, non potevano ripagare i debiti contratti durante gli anni di guerra; se avessero ripagato i debiti contratti con il governo americano, non avrebbero avuto le risorse per importare dagli Usa.

Fu così, e per questo motivo, che un po’ alla volta i debiti di guerra e le riparazioni tedesche vennero azzerate. Anche in Inghilterra c’era un forte contrasto di interessi: l’India aveva interesse ad una sterlina debole, per vendere più agevolmente i suoi prodotti agricoli sui mercati mondiali, battendo così la concorrenza americana, mentre l’Inghilterra voleva tornare ad una sterlina forte, con la City nuovamente al centro della finanza mondiale.

La crisi di Wall Street, nel ’29, dipese dal fatto che investire nella Borsa americana era l’unico impiego conveniente per il capitale: i prezzi dei prodotti agricoli e quelli al consumo erano praticamente fermi da anni, mentre i valori delle azioni si quadruplicarono nel giro di un paio d’anni.

Il ritorno al gold standard in Europa, prima in Germania, poi in Italia, Francia ed Inghilterra, con un cambio sul dollaro tendenzialmente ai livelli di prima della guerra, aveva richiesto nel corso degli anni Venti una generalizzata deflazione di salari e prezzi, con enormi sacrifici sociali, in termini di redditi e di disoccupazione. Erano tutti indeboliti, quando arrivò l’onda d’urto della crisi di Wall Street, e non ci fu nulla da fare. I capitali americani vennero ritirati velocemente, accelerando i default di banche ed imprese, mentre negli Usa vennero chiuse le porte alla emigrazione europea.

 

DA BRETTON WOODS ALLA CRISI DEL DOLLARO NEL 1971

Nel ’43, già due anni prima della fine della guerra, si posero le basi per un sistema monetario internazionale ed una ripresa economica globale che utilizzasse parametri completamente diversi rispetto a quelli seguiti nel 1918.

Solo il dollaro era legato all’oro, con un valore diretto: le riserve americane si erano ancora di più accresciute, erano in attivo la bilancia commerciale e la posizione finanziaria netta internazionale. L’unica valuta convertibile era il dollaro. Le altre avevano rapporti di cambio fissi, tra di loro e con il dollaro, modificabili in caso di disavanzi strutturali, che però richiedevano anche aggiustamenti fiscali e monetari volti ad eliminare le cause che avevano determinato la svalutazione. Il commercio con l’estero, e le bilance dei pagamenti correnti dovevano essere in equilibrio, sotto la sorveglianza del FMI; il multilateralismo nei rapporti commerciali era garantito dal GATT, poi trasformato in WTO; il sostegno finanziario internazionale agli investimenti necessari per far riprendere le economie dopo le distruzioni della guerra era assicurato dalla BMI, che in Italia finanziò ampiamente e per molti anni la Cassa per il Mezzogiorno.

Il Piano Marshall garantì agli Usa la possibilità di continuare a vendere in Europa: erano sovvenzioni condizionate a forniture americane. La Germania non fu obbligata a firmare un trattato di pace né a pagare per i danni derivanti dalla guerra che aveva condotto e dalla sua occupazione militare; anzi, nel ’53 ebbe condonati per la metà i debiti contratti all’estero dal 1918 al 1939.

Il pericolo del comunismo sovietico fece gioco ancora una volta a favore della Germania: il terrore che crollasse, già dopo la prima guerra Mondiale, le aveva garantito i finanziamenti bancari americani e poi il condono delle Riparazioni previste dal Trattato di Versailles. Dopo la seconda guerra mondiale la Germania fu divisa in due, nella Repubblica federale sotto il controllo di Usa, Inghilterra e Francia, e nella Repubblica democratica sotto il controllo dell’URSS.

Gli equilibri di Bretton Woods durarono poco: la guerra di Corea e poi quella nel Vietnam dissanguarono gli Usa, che cominciarono ad avere difficoltà con la propria bilancia commerciale. Anche la conversione in oro del suo saldo negativo con l’estero cominciò ad essere problematico. Il Presidente francese, generale De Gaulle, mandò addirittura le navi militari a New York per imbarcare i lingotti d’oro corrispondenti in valore all’avanzo commerciale francese verso gli Usa.

Nel ’71 la situazione si fece insostenibile: il 15 agosto, il Presidente americano Richard Nixon denunciò unilateralmente l’obbligo alla convertibilità internazionale del dollaro.

Il sistema monetario internazionale perse l’ancoraggio all’oro: da quel momento, gli Usa continuarono a pagare in dollari le importazioni, finanziando la liquidità internazionale con il proprio disavanzo crescente. Comprando merci dall’estero hanno assicurato uno sbocco praticamente illimitato alle produzioni di tutto il mondo, ma hanno pagato con una valuta non convertibile. La si accetta perché è accettata dappertutto: è rimasta la principale valuta commerciale e di riserva internazionale.

Per evitare che il dollaro, stampato in continuazione anno dopo anno, perdesse valore, molte economie hanno reinvestito il loro surplus commerciale in titoli del Tesoro americano: lo hanno fatto soprattutto i giapponesi e poi i cinesi, che hanno entrambi una detenzione di 2 trilioni di dollari. Vendere questi titoli in dollari significa far svalutare il biglietto verde: sarebbe un danno rilevante sotto il profilo commerciale ed una perdita ancora maggiore sul valore dello stock di titoli che è stato accumulato.

DAZI AMERICANI, PER EVITARE LA FINE DEL DOLLAR STANDARD

La elezione di Donald Trump alla Presidenza americana pone fine alla illusione, durata oltre 40 anni, che sia possibile riequilibrare i rapporti commerciali, produttivi ed economici degli Usa con il resto del mondo usando la leva del cambio.

In effetti, anche nel 1985, con il Plaza Accord, ci fu un riequilibrio tra gli Usa da una parte e gli altri membri del G5, Inghilterra, Francia, Germania e Giappone, affinché accettassero una svalutazione del dollaro ed una contestuale rivalutazione delle loro valute, una manovra “a metà strada”, per ridurre il loro saldo commerciale attivo verso gli Usa. Era accaduto, infatti, che la Fed avesse aumentato di molto i tassi di interesse per combattere la stagflazione: ma questo aveva portato una enorme quantità di capitali stranieri sul dollaro facendolo rivalutare, e di conseguenza facendo incrementare le importazioni americane.

E’ inutile dire che anche in quella occasione, nel 1985, la posizione americana fu durissima verso i suoi partner del G5: “Il dollaro è la nostra moneta, ma un vostro problema”, ebbe ad affermare sarcasticamente il Segretario al tesoro americano dell’epoca.

Oggi, con Trump, la situazione è differente, perché non può costringere né la Cina né la Germania a rivalutare. Da una parte, l’attivo commerciale cinese si è nel complesso ridotto, mentre l’attivo con gli Usa continua a crescere; dall’altra, la Germania utilizza l’euro come un marco svalutato.

Una svalutazione del dollaro rispetto all’euro sarebbe poco plausibile, visto che già i tassi di interesse americani sono molto più elevati di quelli europei e la politica monetaria americana è più restrittiva di quella della BCE. Una svalutazione del dollaro rispetto al remninbi danneggerebbe tutte le economia che forniscono materie prime alla Cina, che ha enormi riserve in dollari e che comprerebbe merci all’estero con una moneta svalutata.

Wall Street, come sempre, reclama un dollaro forte, mentre gli agricoltori e gli industriali americani lo vorrebbero debole, per vendere meglio all’estero ed arginare le importazioni. Come negli anni Trenta, la soluzione americana ritorna quella dei dazi e del controllo delle importazioni.

Si aggiungono ora gli effetti della riforma fiscale, che dovrebbe garantire una maggiore capacità di spesa alle famiglie americane e minori tasse anche per le imprese. Sarebbe una beffa, per Trump, che questo maggior disavanzo federale venisse utilizzato per aumentare le importazioni dall’estero.

Le variazioni del valore internazionale del dollaro non riescono più a compensare gli squilibri commerciali americani e gli interessi finanziari di Wall Street. Il mercantilismo cinese e tedesco ha portato al limite massimo di resistenza l’economia americana.

Dazi americani per salvare il Dollar Standard.

(Estratto di un articolo pubblicato su Teleborsa.it)

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