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Aiuti anti Covid-19, ecco le differenze tra Usa e Ue

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Come si differenziano le risposte di politica economica e monetaria tra Usa e Ue. L’analisi di Alessandro Fugnoli, strategist dei fondi Kairos


Quello che l’Occidente sta mostrando in queste ore sul piano sanitario è un colossale fallimento di sistema sul quale ci interrogheremo a lungo. E non è questione di privato o di pubblico, di accentrato o decentrato. Al di là dell’abnegazione e dell’eroismo dei tanti che si stanno prodigando, è il sistema che ha fallito, dormendo per due mesi pur potendo assistere in tempo reale alla tragedia cinese e continuando anche oggi ad annaspare per obiettivi minimali come trovare mascherine e ventilatori.

L’Oriente, si dice, ha reagito meglio perché aveva fresco il ricordo della Sars. Negli Stati Uniti e in Europa la Sars si manifestò con poche decine di casi, non fece vittime e non lasciò segno.

In compenso l’Occidente ha vissuto sulla sua pelle la Grande Recessione del 2008-2009 ed è per questo che, sul piano economico e finanziario, la sua reazione alla crisi attuale è all’altezza della situazione in America e migliore di quello che ci si poteva aspettare (anche se ancora palesemente insufficiente) in Europa. La Cina, per contro, quasi non si accorse del 2008 e il 2009 fu un anno di fortissima crescita trainata da investimenti pubblici.
Sarà per questo che la risposta economica cinese al Covid-19 è stata più misurata e che la borsa di Shanghai (anche grazie agli interventi di sostegno) non ha mai mostrato segni di panico e perde meno del 10 per cento dall’inizio dell’anno.

È difficile cogliere in tutta la sua grandiosità la massa degli interventi economici già decisi in America. C’è in primo luogo un Quantitative easing illimitato (che al momento si traduce in mezzo trilione alla settimana dedicato ad acquisti di titoli del Tesoro e ad altri interventi a sostegno della liquidità). Ipotizzando acquisti di Treasuries simili a quelli seguiti alla Grande Recessione il bilancio della Fed potrebbe facilmente raddoppiare e passare dal 20 al 40 per cento del Pil. Niente di inesplorato, qui, la Bce era già sopra il 40 prima che scoppiasse l’epidemia.

Accanto agli interventi monetari ci sono poi quelli fiscali. I due trilioni in via di approvazione in Congresso includono misure di sostegno per le famiglie e prestiti agevolati a settori in crisi. Ma la parte che piace di più ai mercati è quel mezzo trilione che verrà verosimilmente decuplicato dalla Fed e che verrà destinato alla costituzione di veicoli misti Tesoro-Fed (il Tesoro l’equity, la Fed il debito finanziato con creazione di base monetaria) che acquisteranno vari strumenti monetari e obbligazionari con scadenza fino a 5 anni. Sarebbero, a regime, quasi 5 trilioni di sostegno al mondo obbligazionario. In totale, tra fiscale e monetario, siamo nell’ordine di grandezza, solo in America, della decina di trilioni.

In Europa, al momento siamo molto più indietro, con un trilione di Qe sul lato monetario (cui vanno aggiunti i rifinanziamenti per le banche), e meno di due trilioni di misure fiscali decise a livello nazionale. Le misure tedesche, in particolare, sono razionali e astute. Razionali perché, con la nuova garanzia pubblica sui crediti, le banche possono tenere in vita le imprese che, a loro volta, possono continuare a pagare gli stipendi sui quali i dipendenti continueranno a versare le tasse. In questo modo tutto il circuito economico rimane in piedi come prima anche se è fermo. Le misure sono anche astute perché le garanzie sui crediti bancari (mezzo trilione di euro) non creano debito pubblico aggiuntivo ma sono contingent liabilities (il debito verrà contabilizzato se e quando i crediti garantiti non saranno più esigibili).

La pioggia di trilioni da una parte e l’esaurirsi delle vendite da panico con il manifestarsi dei primi segni di stabilizzazione hanno creato negli ultimi giorni un movimento di segno opposto, un’urgenza di entrare nel mercato da parte degli investitori più liquidi, tra cui quelli che avevano abbandonato i mercati prima della grande galoppata finale del bull market tra settembre e febbraio. Questi compratori sono ovviamente benvenuti, perché l’ultima cosa di cui ha bisogno l’economia globale in questo momento è un avvitamento dei valori finanziari che acceleri l’ondata deflattiva e l’uscita di scena di molti operatori economici.

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